Andavano di moda quei nomi un po’ così.

Un po’ rabberciati, il cui effetto, alla fine, era più comico che esotico.
“Fred, cantante e gangster italo-americano” era la definizione che dava “La Settimana Enigmistica” di Fred Buscaglione.
E quell’irresistibile artista (che in realtà era di Moncalieri) ci rideva su. Perché, in fondo, era tutta pubblicità.
Don Backy lo prendevano per uno di New York, e invece era di Santacroce sull’Arno; Bobby Solo si chiamava Roberto Satti e Tony Renis, all’anagrafe, era Elio Cesari. “Pronto, casa Tony? C’è Little?” ci scherzavano sù Arbore, Boncompagni e tutti quei pazzoidi di Alto Gradimento.

Per lo stesso motivo, uno come Fred Bongusto, a occhio, doveva essere minimo di Detroit, patria dei celeberrimi “spaghetti, pollo e insalatina”.
Ma era di Campobasso. Che se c’è un posto nel mondo che si attaglia ai personaggi di Maccio Capotonda, beh… Quel posto, con tutto il rispetto, è proprio Campobasso. Secondo un autorevole sondaggio, una delle due città (l’altra è Potenza, in Basilicata) che gli Italiani si vantano di non aver mai visitato.

Fred Bongusto, musicalmente parlando, stava a metà strada tra Charles Aznavour e Claudio Baglioni .
Meno popolare di Peppino di Capri, meno bello di Califano, meno problematico di Gino Paoli (e dei cantautori genovesi in generale)… Meno accattivante di Papetti, che metteva le ragazze a tette in fuori sui dischi, e a distanza siderale da Morandi, Reitano e Massimo Ranieri, che erano i fuoriclasse dell’epoca. Però, infinitamente superiore a Peppino Gagliardi, per esempio, o a Gianni Nazzaro, che cantavano canzoncine da niente, ma te li ritrovavi puntualmente tra i piedi ad ogni Canzonissima.
Fred Bongusto è “un Frank Sinatra che ci ha creduto di meno”, scrissero una volta.
E quel genio che lo scrisse, dico io, meriterebbe almeno la sepoltura al Pantheon.

Il suo pubblico, non era quello dei “teenager”; piuttosto, quella fascia d’età indefinita che andava grosso modo dai trentacinque in su: i frequentatori delle balere, gli specialista dei “lenti” e gli intemerati corteggiatori di signore più o meno attempate , non necessariamente nubili.
Per questo, le atmosfere di Fred Bongusto erano roba assai crepuscolare… “Una rotonda sul mare”, “Malaga”, “Frida”, sono canzoni che inducono alla malinconia degli amori ormai finiti: quindi, più autunno che estate. Più vino rosso e castagne che gazzosa e gelato.

Ma il Fred Bongusto che personalmente ricordo con maggior piacere era quello che faceva il verso a se stesso.
E prendeva amabilmente in giro quell’atout da chansonnier un po’ maledetto che lo aveva reso ricco e famoso.
Erano anni, quelli, dove le sigle dei programmi televisivi andavano fortissimo, specialmente quando le canzoni (e chi le cantava) risultavano così gradevoli da filare dritti in hit parade, come il celebre duetto tra Mina e Alberto Lupo o la Carrà dell’amore “da Trieste in giù”, che suonano tuttora in discoteca.

E mi ricordo quel Fred Bongusto (“Speciale per noi”, Canale Nazionale, 1971) elegantissimo, altero e all’apice del suo charme, che rimaneva indifferente alle mossette di Minnie Minoprio che gli cinguettava intorno.
Magari, te lo immaginavi ordinare un whisky, sussurrare due-tre frasi ad effetto e infine lanciare uno sguardo gaglioffo, alla Belmondo, prima di vedere la ragazza in questione cadere irrimediabilmente ai suoi piedi.
E alzi la mano chi non ha sperato, almeno una volta nella vita, di essere nei suoi panni.

Fai buon viaggio, vecchio Fred.
Adesso che sei tornato sul tuo pianeta

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