A chi quel mondo non l’ha vissuto, è persino difficile raccontarlo.

A chi l’ha vissuto, spero non venga mai la tentazione di considerarlo un mondo perfetto: magari sotto un prisma che ne deforma il ricordo, edulcorandolo con la nostalgia.
C’era il PCI, che era un monolite ben oltre il 30%, e c’era la DC che insieme all’area cosiddetta “laica”, arrivava ad una maggioranza assai larga: ben oltre il cinquanta più uno necessario per governare (anche se poi i governi duravano pochissimo).

Ma c’era anche allora (e forse più di adesso) un sacco di gente politicamente fanatica, e pericolosa. E su certe cose, vi garantisco che non c’era da scherzare, tanto che il famoso Muro di Berlino (con tutto quello che ci girava intorno) lo costruirono proprio per quel motivo.

Anni di discussioni furibonde, anche al bar. Durante le Olimpiadi del 76, Gigi sosteneva che le atlete sovietiche si drogavano così tanto che a qualcuna di loro crescevano la barba, i baffi e persino il pisello: Franco ribatteva che non era vero, e che il doping nelle provette lo inseriva personalmente Kissinger, insieme al Direttore della CIA.
Roba da non saper se ridere o piangere, ma erano comunque discussioni che talvolta finivano a schiaffi.

Questo per dire che non ho nostalgia dei muri, e nemmeno del fanatismo che i muri fatalmente si portano dietro, compresi quegli schiaffi (e qualcos’altro) che ogni tanto volavano nei bar e nelle piazze.
Erano gli anni dei cosiddetti “opposti estremismi”, delle BR e delle stragi senza nome: anni intolleranti, anche se ero un ragazzo, e c’era la Grande Olanda, Pulici e Graziani. Sandokan, Portobello, l’Italia ai mundial d’Argentina e tutto il resto… Ricordo la disperazione di un poveretto del mio paese che non aveva aderito ad uno sciopero, e allora per ritorsione gli avevano distrutto il vespino 50. Era l’unica cosa che possedeva, ed era così disperato da piangere come un bambino.
Mi fece un’impressione fortissima.

Il muro di Berlino voleva dire soprattutto quella sigla, DDR, che imparammo ai Mondiali del 74.
Soprattutto, la scoppola che si presero i Tedeschi “veri” per mano di quel giocatore che aveva un nome simpatico: Jurgen Sparwasser. Lui, e tutte quelle squadre lontane e un po’ fumose che si chiamavano Magdeburgo, Dinamo Berlino o Dinamo Dresda, che un bel giorno sbattè fuori anche la Juve, con gol di un certo Ganzera (che infatti divenne subito popolarissimo)

Io, le squadre della DDR me le ricordo bene. Soprattutto, mi ricordo quegli ambienti nelle notturne di coppa; finiva la sigla dell’Eurovisione ed ecco inquadrati i capitani, a centrocampo, che si scambiavano i gagliardetti.
Pioveva sempre: il pallone era interamente bianco e puntualmente, all’inizio del secondo tempo, entrava in campo un giocatore con la maglia numero dodici: un tipo quasi sempre pelato che si metteva a correre come un ossesso fino al novantesimo e che in genere, nella vita, faceva un altro mestiere.
“Zitti voi, che vi ha fatto rete un elettricista”, era la canzonatura immancabile del giorno dopo.

Ma parlando di muro, e di DDR, il ricordo più nitido è quello dell’autunno 1980: quando la Roma di Falcao, Bruno Conti e il Barone Liedholm aveva stracciato il Carl Zeiss Jena all’Olimpico con il risultato di tre a zero.
Erano gli anni, delle coppe tutte al mercoledi, e la Rai Tv doveva forzatamente scegliere ogni volta quale partita mandare in diretta, quale in differita e chi doveva invece accontentarsi della sintesi a notte fonda.
Il 3-0 dell’andata aveva reso la gara di ritorno poco più di una formalità, e così nessuno si stupì quando nel palinsesto della serata sportiva, due settimane dopo, di Carl Zeiss Jena-Roma non vi fosse nessuna traccia.

Non voglio farla tanto lunga: al ritorno, quattro a zero per i Tedeschi, con la Roma che non passò mai metà campo e andò incontro ad un’eliminazione che divenne leggendaria.
“Fu un incubo – raccontò il bomber Roberto Pruzzo, qualche anno dopo- Quei crucchi sembravano indemoniati, e mentre correvano, sbavavano e perdevano il moccio come i bambini piccoli”.

Raccontano (ma forse è una leggenda) che il colpo di grazia alla DDR e a quel Muro ormai barcollante fu proprio la notizia, data alla radio, di Sparwasser, il loro calciatore-icona che stava fuggendo verso l’occidente.
La gente ne rimase sgomenta: “Ecco… Ci ha abbandonato anche Spari.”
E capì che era finito tutto.
Novembre 1989.

Sembra ieri.

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