Il Corinthians era campione.Ma il Dottore era passato ad altra dimensione. Di domenica, naturalmente.

Un giorno al Pacaembu. Un grande semicerchio e undici
pugni chiusi alzati.
Prima che costruissero il Maracana, il Pacaembu era il
più grande stadio del Brasile. Nei Mondiali del ‘50 il
Brasile ci pareggiò 2-2 con la Svizzera. Non una sorpresa
assoluta: son pochi a saper giocare contro quelli forti come
gli svizzeri. San far gruppo sul terreno come nessuno, e
infatti sino alla battaglia di Marignano hanno avuto la
miglior fanteria del mondo. Flavio Costa, “o mister”, indispettito dai fischi, giurò che a San Paolo non ci sarebbero
tornati mai più in quella edizione del Mondiale.
Nemmeno questa una sorpresa.
A San Paolo sanno di essere succeduti a Buenos Aires
come capitale culturale del Sud America. Oggi hanno la più
alta percentuale di teatro per abitante del mondo nella zona
centrale della città.
Hanno tutto perché ci sono venuti tutti e chi viene porta
sempre qualcosa. La loro cultura per esempio. Se siete praticanti o vi piace il ju jitsu di stile e concezione brasiliana, lo
dovete al fatto che i giapponesi vi hanno fondato la più grande
japantown lontano dalle isole; e il giovane e gracile
Gracie ha cominciato a frequentare quelli che eran disponibili
a trasmetterne una frazione di quella cultura.
Le Idee per esempio. E le Idee non le fermi con un’arma
e nemmeno con tante altre cose.
Il Brasile è una terra fertile per le Idee. Una serra calda
dove farle crescere. E trasformare.

Le navi di Sua Maestà partivano da Southampton e sbarcavano a Santos. Il calcio è penetrato così. E quando è stato osservato per la prima volta, in Brasile hanno intuito che ne avrebbero fatto molto più che un gioco. Come per cinquant’anni lo avevano pensato gli inglesi, ai quali si deve la sua stessa invenzione.
I neri e i meticci han fatto il resto. E nel farlo diventare
una rappresentazione del loro esistere, hanno anche intuito
che lontano da alcuni dei valori dell’uomo non poteva restare.
Normalmente son mondi che non collidono o, se lo
fanno, rimbalzano.
Non in questo caso.
Quella che state per leggere è una di quelle storie che
non ha i requisiti richiesti per essere una storia di calcio. E
infatti lo è solo marginalmente. Imparerete ad affezionarvi
ad ogni personaggio come in un film che vi strattona prima
e commuove poi.
Fino a che dovrete fare i conti con lui, il Dottore.
Non è detto che vi piaccia per forza un uomo con le sue
caratteristiche, ma non può lasciarvi indifferente.
Uno che pensava si dovesse giocare in nove e che aveva
detto che sarebbe voluto morir di domenica col Corinthians
campione… e tante altre cose che non hanno cittadinanza
nelle storie di calcio. Il Corinthians è stato fondato ad una
fermata d’autobus, e se nasci così non puoi pretendere d’aver
una storia come le altre.
Il libro lo potreste anche leggere nell’altro senso, tanto
sembra ammantato nella circolarità del pensiero orientale
che tanto affascinava il Dottore. Tutto quello che non conosceva lo affascinava, come per esempio che ne sarebbe stato di un gruppo d’uomini che avessero fatto guardare il calcio, ma soprattutto al calcio, in altro modo.
Vi accorgerete presto che sarete diventati parte della torcida
corinthiana, la stessa che a ogni partita interna srotola il
grande gonfalone che raffigura Ayrton Senna.

Altra storia senza eguali.

Ecco perché i bianconeri a metà campo quel giorno al
Pacaembu avevan tutti la testa bassa e il pugno alzato come
il Dottore quando celebrava i suoi gol. Il Corinthians era
campione ma il Dottore era passato ad altra dimensione.

Di domenica, naturalmente.

Buona lettura.
Federico Buffa