Anastasi: simbolo di una squadra che Boniperti aveva inventato dal nulla, e che si avviava a dominare gli anni settanta.

Lo vedemmo, dal vivo, nell’autunno del 1978.

Anzi, a dire il vero ci eravamo andati apposta.
Solo per vedere lui.
Pietruzzo.

Perugia-Ascoli, tre a zero: ma era la squadra dell’imbattibilità, quella. E Speggiorin, Dal Fiume, Casarsa mi parvero dei fenomeni assoluti… Anastasi, invece, mi sembrò il classico leone spelacchiato nel circo da quattro soldi; quello che mettevano nelle locandine per attirare la gente, ma poi ruggiva così poco e così male che alla fine, più che paura, ti faceva quasi tenerezza.

Era il Pietruzzo di fine carriera, ormai: disfecciato in provincia, ma che valeva ancora una trasferta in 127 fino al Renato Curi, che all’epoca era un viaggio non da ridere.
Triste e ciondolante, Anastasi non aveva più nulla del fenomenale attaccante che furoreggiava nelle figurine Panini.
Erano tempi dove la faccia di un calciatore identificava e rappresentava la squadra di appartenenza, e mi ricordo un concorso a premi del cioccolato Duplo e delle merendine Brioss dove c’erano Rivera per il Milan e Mazzola per l’Inter; Bulgarelli per il Bologna e Juliano per il Napoli.
E per la Juve avevano scelto proprio lui: Pietruzzo.
Lui, e non altri.
Simbolo di una squadra che Boniperti aveva inventato dal nulla, e che si avviava a dominare gli anni settanta.
Anastasi, di Catania, e Furino, di Palermo. E il pugliese Causio, il sardo Cuccureddu, e persino il calabrese Longobucco: tutti ragazzi del sud, a creare una “liaison” tra la nuova Juve che stava nascendo e l’Italia che stava tumultuosamente cambiando; e doveva molta della sua fortuna agli emigranti che salivano al nord con la valigia di cartone.

Anastasi e Bettega: giovani e belli. L’uno, mediterraneo, furbo e veloce, l’altro elegante, regale e un po’ “gianduia”.
Anastasi svelto di piede, Bettega specialista nelle acrobazie: pure loro gemelli del gol, in una Juve dalle maglie bellissime, e in un’epoca assai feconda di grandi attaccanti. Assecondati dall’estro di Causio, dalla classe di Capello (o di Helmut Haller) e dalle sgommate di Oscar Damiani: e quando non bastavano loro, entrava Altafini negli ultimi venti minuti e risolveva la questione.

Poi, qualcosa si ruppe.
E la Juve, sempre poco misericordiosa con chi non osserva la sua regola da caserma sabauda, lo mise alla porta abbastanza brutalmente.
Si interruppe, cosi’, quella love-story che pareva infrangibile, e decollò un’estate di calciomercato addirittura epocale: Anastasi (e Capello), a Milano. Boninsegna (e Benetti) a Torino.
“Stavolta Boniperti l’ha combinata grossa…”, si disse.
Invece, nacque una delle squadre più formidabili di sempre: la Juve di ferro tutta italiana… 51 punti contro i 50 del Toro. E poi la Coppa Uefa, nella terribile notte di Bilbao.
L’Anastasi nerazzurro, invece, fu una delusione: una serie di infortuni ne accelerarono il declino, e a trent’anni era già un ex calciatore.

Il Pietruzzo che i miei occhi di ragazzo videro quel pomeriggio a Perugia, infatti, non valeva né il prezzo del biglietto, né la benzina, e nemmeno il disturbo di un viaggio che fu comunque impegnativo, per essere il 1978.

Però, ( e questo me lo ricordo bene) lo stadio Renato Curi era insolitamente pieno. Perché, evidentemente, quel vecchio, spelacchiato leone continuava ad avere un suo fascino, anche se adesso ruggiva sfiatato in un circo da quattro soldi.
Detti un’occhiata agli spettatori intorno a me, ma non vidi né Perugini né tantomeno Ascolani.
Vidi, invece, tantissimi tifosi della Juventus.
Che quando il vecchio, e ormai inadeguato, Pietruzzo Anastasi riusciva a toccare decentemente un pallone, lo riempivano di applausi e di incoraggiamenti.
E nonostante tutto, tornarono a casa felici.

Perché era un calcio, quello, dove una calciatore aveva quasi il dovere di rappresentare la sua squadra.
E quindi, era più facile affezionarsi.

Ti sia lieve la terra.

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