Rensenbrink. Fa male sapere che se n’è andato anche lui.

Renzen-brinzi.

Laddove “Renzen” era Renzo Formichi: quello che stava a Montepulciano, teneva l’Inter e in estate passava le vacanze in paese… Da nonna Angiolina, che aveva gli occhiali come l’attore Mario Carotenuto e la casina con la loggetta, proprio dietro la Piazzola.

Il “brinzi”, non ve lo dico. Ma ve lo lascio immaginare.
Quando avevamo dieci anni, e si serviva messa tutte le domeniche, il “brinzi” era una parola proibita: anzi, era la parola proibita per eccellenza, e ovviamente ci piaceva proprio per questo.
Perché era l’età delle prime scoperte, anche in quel senso lì: e quando al cinemino della Società Operaia mettevano fuori i manifesti dei film vietati ai quattordici, facevamo la corsa per andare a vederli.

Ma non era solo questione di Renzo e del “brinzi”.
Quella squadra che tanto ci affascinava, perché aveva le maglie arancioni e vinceva sempre, aveva un sacco di nomi bellissimi, esotici e perfetti per essere storpiati.

Rep diventava “Beppe”, che solo in Piazzola ce n’erano tre (e uno era mio babbo), e oggi in Piazzola non ci abita più nessuno, e ci sono solo case vuote.
Haan diventava “Anna”: come la mamma di Graziano, Lello e Michele, ma anche come la sorella di Tonino, che di lì a poco avrebbe conosciuto Mauro, che faceva il pompiere a Siena. E presto ci si sarebbe fidanzata “in casa”.

Krol, che diventava “Grol”.
Da “grollo”, che era un’altra parola un po’ così e indicava il moccio. Quella sostanza molliccia che ci faceva regolarmente compagnia, sotto il naso. E per impressionare le bambine, c’era qualcuno che se lo mangiava.

Rijsbergen, il biondo. Jongbloed, il portiere-tabaccaio che giocava con la maglia gialla numero otto, e quando finiva la partita, andava a vendere le sigarette. Proprio come Carnera e Rossino, che avevano la bottega in piazza: e potevi comprarci le Nazionali semplici, le Alfa ma anche il cacio, il sale e persino l’anguilla, perché i negozi di paese, una volta, vendevano di tutto.

“Facciamo che io, oggi, sono Bananeghens”, disse una mattina Stefano. E si riferiva a Frank Van Hanegem, “il gobbo”, che di quella squadra era il cervello di centrocampo. Sortendo lo stesso effetto comico del Pianigiani, quando faceva l’intenditore del cinema.
“Bravo, quell’attore americano…”
“Quale?”, gli chiedevano.
“Quello che si chiama Starring… Non c’è film dove non gli trovino una parte.”

Ecco.
Quella era la nostra Grande Olanda.
Cruijff, Neeskens, ma soprattutto “Grol”, “Beppe”, “Anna”, “Bananeghens” e tutti quei campioni che ci ricordiamo ancora, e sono passati quasi cinquant’anni.
E, ovviamente, “Renzen-Brinzi”.
Che aveva il nome più carino di tutti.

Fai male sapere che se n’è andato anche lui.

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