Penso che Mario sia felice, e stia bene. Da qualche parte. Chissà dove. Nel suo pianeta.

Penso a Mario ogni due febbraio.

Anzi, a dire la verità ci penso ogni giorno.

Sono dieci anni che lo penso in molte occasioni che mi si presentano davanti, specie quelle più strane.
E poi mi ritrovo a sorriderci: “Chissà Mario, qui, cosa avrebbe detto.”

Lo penso adesso, forse, perché prima non me ne dava il tempo.
Di solito, faceva tutto lui.
La sua era una presenza costante e torrenziale: eccessiva ma insostituibile, vista col senno di poi.
Partiva alle otto di mattina e ti inchiodava quarantacinque minuti al telefono sui rigori alla Juve, sul perché non facevano più giocare Frey e sui cross sempre fuori misura di Pasqual.

Poi, improvvisamente, si ricordava di quanto fosse bello partire per il mare in colonna da Sinalunga, negli anni 60. Quando il mare era una cosa magica e lontana, e mettevano a guidare il gruppo Elio Noli: “si, quello che vendeva i vestiti in piazza, sotto l’ospedale, perché a Sinalunga c’era l’ospedale, te lo ricordi, e siamo nati tutti lì”.
E andava per primo perché “aveva la macchina più veloce, e conosceva la strada per Marina di Grosseto”.
Poi parlava del povero Cacioli e del povero Agile: e quel laghetto laggiù, bisogna lo dica a Scopino, che ci andiamo a pesca insieme. E poi c’è Marta che prende dei bei voti a scuola, e ieri l’allenatore del Sinalunga ha completamente sbagliato formazione, e “hai fatto caso quanto è bella l’alba in Valdorcia?”.

Mario era questo.
Già alle otto del mattino.
Con me, lo è stato per dieci anni… Anni da “Fantasisti”, e di quella trasmissione che lo aveva fatto diventare una piccola celebrità.
Lui, e quella voglia infaticabile di conoscere, di scoprire, di emozionarsi e di vivere.
“Io ho dentro di me il senso del meraviglioso” – diceva.

Quando morì, era un sabato mattina caldissimo.
Lo vidi, e fu come se mi avessero tolto la pelle.
Poi, per tutto il giorno, mi tornò in mente quella frase di De Andrè: “Ninetta mia crepare di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio”.

Adesso, che sono passati dieci anni, guardo il cielo e penso che Mario sia felice, e stia bene.

Da qualche parte.
Chissà dove.
Nel suo pianeta.

Buon compleanno.

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