“Terzino”, “libero”…. Mi rendo conto che sto adoperando termini che sono ormai defunti. E oggi se n’è andato anche Benito Sarti.

Era una Juve socialdemocratica.

Anzi, “socialdemocvatica”, come diceva l’Avvocato: che infatti, non l’ebbe mai in grande simpatia… Una Juve fin troppo lontana dai suoi gusti estetici, vellicati prima dagli argentini degli anni trenta, poi da Praest e John Hansen per arrivare alla libidine di Boniperti, Charles e Sivori.
Quelle sì che erano Juventus degne di essere chiamate tali: capaci di far innamorare alla causa bianconera un’intera nazione, in anni dove il calcio cresceva prepotentemente e si preparava a soppiantare ciclismo e pugilato nei cuori degli sportivi.

La Juve “socialdemocvatica”, invece, non dava spettacolo.
Soprattutto, non vinceva mai.
E per capire il perché, bastava dare un’occhiata distratta alle protagoniste dell’epoca: per accorgersi che a Milano si andavano a vedere Facchetti Mazzola e Corso, e la.domeuca seguente Rivera e Altafini… Che persino a Bologna si applaudivano Haller, Nielsen e Bulgarelli mentre a Torino ci si doveva accontentare di Cinesinho e Del Sol. Luis Del Sol, detto “il postino”: perché (diceva Alfredo Di Stefano) la palla era buono solo a consegnarla, massimo cinque metri. Mentre Luisito Suarez, della Grande Inter, te la metteva sui puedi anche a quaranta metri di distanza.

I terzini di quella Juve dimessa erano Gori e Sarti. E di battesimo facevano l’uno Adolfo e l’altro Benito: Adolfo Gori con la maglia numero due e Benito Sarti con il tre.
Fin troppo facile indovinare anche il loro anno di nascita. Sarti era del ’36: il punto più alto del cosiddetto “consenso”, con il boom di bambini che venivano chiamati Romano, Vittorio se non addirittura Impero. E Benito, ovviamente.
Gori era più giovane, e richiamava invece il Patto d’acciaio con la Germania nazista, l’asse Roma Berlino e l’abbraccio mortale con Hitler..
Chiamare un figlio Adolfo, nel 1939, pareva la cosa più naturale del mondo:
Poi c’erano diversi “Germano” e qualche “Ariano”.

Fu così che la Juve dei favolosi anni sessanta si trovò con Adolfo e Benito a presidiare le fasce: e, con loro, Anzolin e Bercellino-Berceroccia. Castano (con l’accento sulla prima a) e un Sivori ormai imbolsito. Gino Stacchini, Menichelli e all’ala destra, un tipo che di roboante non aveva il nome, bensì il cognome: Carletto Dell’Omodarme.

Vincerà anche uno scudetto, alla fine, quella Juve così “socialdemocvatica”.
E quando lo farà, sarà proprio grazie a… Sarti.

Che pero’ non è il Benito in questione bensì il portiere dell’Inter: che ha lo stesso cognome, ma il nome un ciccino meno impegnativo.
Si chiama, infatti, Giuliano. E sarà proprio una sua papera memorabile a Mantova che spianerà la strada allo scudetto bianconero (il numero tredici, per la cronaca)

Il Sarti “vero”, quello che ci interessa, invece, è ormai a fine carriera.
Giocherà solo sei partite, quell’anno: in tempo per sorseggiare lo spumante e poi salutare la compagnia, destinazione Varese.
Perché una volta era naturale chiudere la carriera in provincia, dove anche il terzinaccio più rude (se aveva giocato nella Juve) si riciclava in un “libero” di assoluto rispetto.

“Terzino”, “libero”…. Mi rendo conto che sto adoperando termini che sono ormai defunti.
E oggi se n’è andato anche Benito Sarti.

Classe 1936.
Ovviamente.

84290840_2530733237038763_1367099158447521792_n