“Scusa Ameri, qui c’è un nuovo caso in provincia di Piacenza”. “Bene Ciotti, vai pure fino al termine…”. Ma gli effetti economici di questo teatrino saranno devastanti.

Quando lavoravo in Fornace, questo era il periodo nel quale si apriva la stagione della terracotta.
In questi mesi si concentrava, infatti, il grosso delle vendite, dalle quali dipendeva la salute dell’azienda.

Era un momento molto delicato, che seguivo con grande apprensione, perché il mercato aveva logiche e dinamiche così imprevedibili da renderlo ingovernabile: ed avevo imparato che bastava un marzo appena più piovoso del solito, per esempio, e flettevano gli ordinativi… E mi ricordo della prima Guerra del Golfo, che erano i primi anni novanta: e si diffuse la psicosi della bomba atomica, del passaggio del fronte e di altre robe da fantascienza.
La mia azienda perse due mesi di fatturato, e non li recuperò più.

Ora, questo coronavirus non é un semplice raffreddore: se l’organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un allarme globale, ovvio che siamo di fronte a qualcosa di serio.
Ma noi, come spesso succede in Italia, ci abbiamo messo del nostro, e la tragedia ha preso i contorni della farsa: quella dei supermercati svuotati, tanto per dire, è una roba da terzo mondo.
A questo si aggiunge che oggi si spettacolarizza tutto: dall’omicidio in provincia, alla reunion dei Ricchi e Poveri, alla Pentolaccia in parrocchia che diventa “event” fino alla partita di seconda categoria.

Quindi, figuriamoci se non si spettacolarizza il coronavirus: da sabato scorso, c’è una specie di apocalisse in diretta televisiva dove gli inviati dei vari telegiornali si rimbalzano la linea come ai tempi di tutto il calcio minuto per minuto: “scusa Ameri, qui c’è un nuovo caso in provincia di Piacenza”.
“Bene Ciotti, vai pure fino al termine…”.

Ma gli effetti economici di questo teatrino saranno devastanti.

E ce ne accorgeremo

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