Gianni Mura ci ha dato il privilegio di conoscere, ed abitare, in questo mondo. Ed è il mondo che piu’ assomiglia a quello delle favole.

Gianni Mura scriveva divinamente.
Di calcio, e soprattutto di ciclismo.

Però, si capiva subito da che parte batteva il cuore. Come quando doveva scegliere tra la cucina italiana e quella francese, e non aveva dubbi: “vinciamo noi, sei zero sei zero.”

Biciclette e palloni, ma anche la gastronomia, e il vino naturalmente.
Che non erano sport, ma dove era diventato un’autorità assoluta, il cui giudizio veniva tenuto in gran conto anche dalle riviste specializzate.

Perché il fascino di certi personaggi irripetibili, in fondo, sta proprio lì.
Negli spunti di un articolo che esce fuori sempre brillante, e mai banale.
Nella genialità di un’intuizione che non si ferma all’ orticello di casa, ma si espande. Ed espandendosi, ti arricchisce, facendo diventare cultura l’erba di San Siro, o il fango della Roubaix.

Fin troppo facile, quindi, accostarlo a Gianni Brera: il Maestro.
Ma, pur condividendo lo stesso spartito, tra i due giganti, c’era comunque una sostanziale differenza.

Brera era un vulcano che eruttava: una scoperta continua e un “oh” di meraviglia ad ogni capoverso.
Brera strattonava la storia, la geografia, l’antropologia, e alla fine dell’articolo ne uscivi fuori appagato e stremato, convinto che quel diavolo di giornalista ne sapesse più, e meglio, di qualsiasi professorone di università.

Gianni Mura, invece, era più rassicurante. A parità di ricchezza, e di suggestione,
il pezzo di Mura era un fiume maestoso e pieno di pesci. Che rimandava ad una lettura più “sobria” (se mi si passa il termine), priva di venature razziali e dove si percepiva una gran voglia di raccontare, ma senza prendersi troppo sul serio.
Brera era Verdi e Wagner messi assieme. Gianni Mura era jazz, morbido e avvolgente.
Comunque, suonato benissimo.

Da Brera, aveva imparato il gusto della digressione: la capacità di portarti dentro un mondo, e a tutto quello che gli girava intorno: l’aneddoto ben raccontato, il calambour riuscito, la Camargue al tramonto, lo scatto in montagna, il brasato che si mangia nelle Cinque Terre e, ovviamente, il rosso da abbinarvi.
“In un ristorantino di Clermont-Ferrand, dopo una tappa del Tour, stapparono una bottiglia rarissima… Laberdolive del ’67, dissi tra lo stupore dei presenti…”.
E bastava quello per spalancarti un mondo davanti: la riserva inesauribile di cose viste e vissute, raccontate sempre con l’ironia, l’arguzia e la lucidità di un artista.

“Sono sardo di origine, ma mio padre maresciallo dei carabinieri era tifoso dell’Ambrosiana, e chiese il trasferimento per veder giocare Meazza dal vivo… Ecco perché sono nato a Milano”.

Vera o verosimile che fosse questa storiella, Gianni Mura ci ha comunque raccontato, in modo impareggiabile, un’estetica: indicandoci uno stile, e una qualità del vivere.
Dove c’e’ spazio per Rivera, ma anche per Lodetti: per Moser e Saronni, per Beccia e Panizza.
E poi, i muri del Fiandre, una prodezza di Baggio e il riflesso accecante del sole sul mare della Milano- Sanremo. Le sigarette passate di nascosto a Eddy Merckx e la soupe d’oignon, una sera che pioveva, a Brest, insieme a Bernard Hinault.

Gianni Mura ci ha dato il privilegio di conoscere, ed abitare, in questo mondo.

Ed è il mondo che piu’ assomiglia a quello delle favole.

Ti sia lieve la terra.

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