Ezio Vendrame se n’è andato. A 72 anni. In un momento dove il mondo si è improvvisamente fermato. Dove ci stiamo accorgendo, giorno dopo giorno, che anche del calcio se ne può fare a meno. E, in fondo, si vive ugualmente. Sono convinto che a uno come lui, questa cosa sarebbe piaciuta moltissimo.

C’è un filo, e nemmeno tanto sottile, che lega Ezio Vendrame a programmi tv come “Buffa racconta” o il bellissimo “Lo Sciagurato Egidio”, di qualche anno fa.
A giornalisti fenomenali come Gianni Mura e a quelle intuizioni epocali come la LiminaEdizioni (e Urbone, Incontropiede, AbsolutelyFree). Ai tanti visionari del social network, che in questi anni hanno raccontato storie, e personaggi, altrimenti destinate al retrobottega del bar sport.

E’ grazie a loro, in fondo, se abbiamo scoperto che Vendrame scriveva poesie.

Se si è fatta strada l‘idea, abbastanza rivoluzionaria, che persino un calciatore potesse insegnarci qualcosa di bello, e di edificante… A noi che, come Jannacci, eravamo invece rimasti a quello “che ci diceva il telegiornale”: “Meroni? Ah si, quell’hippy che trescava con una più grande di lui, ed ha fatto una brutta fine”. E poi Zigoni, con la pelliccia e il cappello da cowboy. Sollier, che salutava con il pugno chiuso.

Ma erano anni di capelloni, gli anni settanta.
Anni contro, anche nel look… Quando il Perugia ne aveva sette su undici che portavano i baffi, e i calciatori olandesi che ci piacevano tanto avevano facce da “complessi” tipo i Rolling Stones, o gli Who.
Ricordo Pierino Prati, con i suoi capelli al vento, e poi un certo Braglia, che giocava nel Milan e nel Napoli. Dino Pagliari, della Fiorentina: sembrava il Gesu Cristo delle processioni, e adesso è pelato.
Un capellone della madonna era Ayala, dell’Argentina, che vedemmo ai Mondiali del 74: così strano e bizzarro che, anche nei dilettanti, presero a chiamare “Ayala” qualsiasi calciatore con la chioma più fluente del normale.
Ricordo un Ayala a Torrenieri, uno a Monteroni e molti nelle squadre amatoriali della Valdelsa.

Anche se poi Vendrame non era mica un campione, sapete.
Era, piuttosto, uno di quei piccoli artisti di provincia, capaci di lampi accecanti, ma che poi si spegnevano subito: come i fuochi artificiali che facevano a Trequanda, tanti anni fa, quando eravamo piccoli. Che tra un botto e l’altro passava troppo tempo, e finivi per stufarti.

Gli mancava, a Vendrame, l’ingrediente principale del campione, che è la continuità.
Mancava a Vendrame, a Zigoni, a Bob Vieri, a Montefusco e a tutti quei “maudits” che eppure piacevano tanto al pubblico (“vendete pure il Vesuvio, ma non Improta”, scrissero a Napoli).
Mentre il campione, diceva l’Avvocato Agnelli, è quello “che gioca sempre bene, e talvolta benissimo”.

Fino a quando, per l’appunto, il maestro Buffa e tutta la nuova letteratura sportiva hanno riscoperto gli Ezio Vendrame.
E con loro, l’originalità di uomini sempre sopra le righe, ma mai cattivi, né tantomeno banali.

Forse, perché ci eravamo stufati dei polli d’allevamento; e di tutte quelle dichiarazioni sempre uguali, dove “contera’ l’approccio alla gara”, “il lavoro svolto in settimana”, e “sapevamo che l’avversario ci avrebbe messo in difficoltà”.
O forse perché ci siamo resi conto, ad un certo punto, che avevamo bisogno di storie, e di cose, emozionanti: e allora bisognava chiedere a quelli come Vendrame, che di storie ne regalavano parecchie.
Alcune strambe, alcune paradossali e altre nemmeno troppo verosimili: ma comunque buone per riportarci ad un calcio (e ad un mondo) lontano, che avrà avuto mille difetti ma era senz’altro più romantico e genuino.
A cominciare da chi lo guardava.

Ezio Vendrame se n’è andato.
A 72 anni.
Se n’è andato in un momento dove il mondo si è improvvisamente fermato.
Dove ci stiamo accorgendo, giorno dopo giorno, che anche del calcio se ne può fare a meno.
E, in fondo, si vive ugualmente.

Sono convinto che a uno come lui, questa cosa sarebbe piaciuta moltissimo.

Ti sia lieve la terra.

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