Come i laccetti sulla maglia del Cagliari campione d’Italia 1970. Anticonformisti, originali e un pò fricchettoni. Irripetibili.

Cinquant’anni esatti fa, i pastori scesero dagli altipiani per festeggiare lo scudetto del Cagliari.
Con la radiolina all’orecchio e di domenica pomeriggio, come usava nel millenovecentosettanta.

E festeggiarono, insieme a loro, tutti gli Italiani.
Per quei meccanismi ancestrali che, nello sport, ti portano inevitabilmente a parteggiare per chi ha qualcosa di speciale rispetto agli altri… Come successe per l’Italia del 1982, esempio massimo, ma anche per il Leicester, e per il Verona di Bagnoli. E adesso per l’Atalanta; che veramente ci sarebbe anche la Lazio, che tra l’altro gioca meglio… Ma l’Atalanta è troppo più “speciale”.

Come fu speciale il Cagliari di Gigi Riva “Rombo di Tuono”. Quello del collo a cravattina, con i laccetti.
E quindi, compie cinquant’anni anche la maglia da calcio più bella di tutti i tempi; completamente bianca, con i bordini rossoblu, i quattro mori sul petto e il numero dietro che sembrava disegnato da un bambino della scuola elementare.
La maglia bianca, che in realtà era quella di riserva, ma fu “promossa” da Scopigno: un po’ per scaramanzia, un po’ perché nel campo verde, diceva, il bianco risalta più del rossoblu, e i calciatori sono quindi facilitati nel passarsi il pallone.
Manlio Scopigno, “il filosofo”.
Che i suoi giocatori chiamavano “Scopa”, anziché “Mister”.

E quei laccetti sulla maglia, che erano una poesia.
Noi non ne capivamo l’utilità (e infatti nell’album delle figurine, li aveva solo il Cagliari) ma forse anche per quello esercitavano un potere ipnotico. Ci parlavano di cose lontane e leggendarie.
Laccetti, cavalieri, armi ed amori: quel tocco di originalità a distinguere una squadra che apparve subito diversa da tutte le altre.

Ricky Albertosi, che nel 1970 è il miglior portiere del mondo (superiore anche a Banks, a Sepp Maier e al “polaco” Mazurkiewicz): Cera, che si inventa “libero” dopo l’infortunio di Tomasini, e sa inventarsi talmente bene che sarà lui il titolare all’Azteca di Città Del Messico.
Niccolai, che viene dalla Toscana più rossa, e infatti lo hanno chiamato Communardo: Greatti, che invece ha un nome risorgimentale (Ricciotti) e quelli che di strano hanno il cognome. Tipo Mario Martiradonna da Bari, che ci dà dentro come un martello perché ha promesso alla moglie che con il premio-scudetto gli acquisterà una cucina.

Domenghini, che se n’è andato dall’Inter quando Lady Fraizzoli ha dichiarato, senza mezzi termini, che “dieci minuti di Corso valgono due partite intere di Domenghini”. Gigi Riva, naturalmente: il calciatore più iconico di tutto il calcio italiano… Più di Rivera, più di Mazzola, più di Facchetti, più di tutti; il campione che racconta una storia che è insieme selvaggia, ribelle e tenera. E che anche dopo cinquant’anni, ha il potere di strattonarti, di emozionarti e di commuoverti.

Finirà in un lampo, quel favoloso Cagliari dei laccetti.
Dopo i venti giorni nei quali espugna San Siro (3-1 all’Inter, che vincerà lo scudetto), e polverizza in Coppa dei Campioni il Saint’Etienne, che non è l’ultima delle squadre.
Tocca il paradiso, e ne viene cacciato un secondo dopo: nella notte piovosa di Vienna, dove Riva si sbriciola una gamba e chiude, in pratica, la sua carriera. Proprio quando è all’apice della sua forma, e i giornali di tutto il mondo lo affiancano all’inarrivabile Pelè.

Privata del suo inarrivabile “frontman”, la squadra rimane sì una discreta orchestra, ma che ha perso tutta la sua magia… Come i Doors senza Jim Morrison, o i Queen senza Freddie Mercury.
Da quella sera il fenomenale Cagliari esce definitivamente di scena.
E non ci rientrerà mai più.

E siccome il calcio serve anche a contare gli anni, rimangono i ricordi di una stagione ormai lontana che fu bella, e ribalda.
“RombodiTuono”, d’accordo, ma anche lo sbarco sulla luna e la Fiorentina ye-ye: il maggio francese e il pallone d’oro a Gianni Rivera. Il podio di Citta del Messico, Italia-Germania 4-3 e la Juve che inaugura il decennio con una squadra che diventerà leggenda… E laggiù, in lontananza, una macchia arancione, perché sta arrivando la grande Olanda, e la rivoluzione dei tulipani.
Tutta roba che, dopo cinquant’anni, ci sembra più lontana che mai.
Ma che, proprio per questo, ci fa un po’ stringere il cuore.

Come i laccetti sulla maglia del Cagliari campione d’Italia 1970.
Che erano così strani, e così inutili.
Anticonformisti, originali e un pò fricchettoni.

Irripetibili.

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