Perché ci sono attimi che valgono una vita. E sono quelli dove sbagliare, evidentemente, non è consentito. Fai buon viaggio, Peter Bonetti

Si sono ritrovati, questione di poco.

L’anno scorso, di questi tempi, se ne andava Gordon Banks.
Ieri, è toccato a Peter Bonetti.
Sono, per chi non lo sapesse, i due portieri-leggenda del calcio inglese: una specie di “Zoff-Albertosi” in versione oltremanica.

Banks è Zoff, il capoverso di una poesia che rimarrà eterna (da noi, “Zoff-Gentile-Cabrini”, da loro “Banks-Cohen-Wilson”), Bonetti è Albertosi, con il ciuffo ribelle che piace tanto alle ragazze.
Banks è “The Bank”, che è sinonimo di sicurezza, Bonetti è “The Cat”, per dire l’agilità.
Banks entra nella storia per la parata più bella, Bonetti per le papere più disastrose… Banks è l’angioletto che ti fa vincere il Mondiale, Bonetti il reprobo che te lo fa perdere.

Siamo a Leon, quarti di finale di Messico 70, e tra Inghilterra e Germania (Ovest) si gioca una delle partite più favolose della storia della Coppa Rimet.
Sono strafavoriti gli Inglesi che, stavolta, hanno davvero lo squadrone: addirittura più forte di quella che, quattro anni prima, aveva vinto il Mondiale, pur con qualche compiacenza arbitrale di troppo.
E infatti a venti minuti dalla fine, conducono tranquillamente due a zero: con il grande Bobby Charlton che è stato prudentemente sostituito così da poterlo esibire, fresco come una rosa, nell’immancabile semifinale.
Manca all’appello anche il fenomenale Gordon Banks, che proprio al momento dell’ingresso in campo, si è letteralmente barricato nel bagno, rifiutandosi di uscire. Tutta colpa di Re Montezuma, dicono, e della celebre “maledizione” che colpisce i profanatori della sua terra, anche a distanza di secoli.
La cronaca calcistica si riveste di leggenda, come spesso capita da quelle parti: ma l’Inghilterra è fortissima, e gioca talmente bene che la rappresaglia dell’antico sovrano non sembra sortire nessun effetto di sorta.

Da lì in poi, il diavolo (o il destino, o la legge del caos, fate voi) ci mette lo zampino: e Peter Bonetti, leggenda del calcio inglese, idolo incontrastato del grande Chelsea, in poco più di mezz’ora ne combina di tutti i colori, e diventa l’uomo nero.
Non ve la faccio lunga: una scarpazzata di Beckenbauer gli passa sotto la pancia, poi c’è un’innocua palombella di Seeler (che a me ricorda certi gol un po’ sghembi di Roberto Pruzzo) e infine un paio di lentissimi campanili sui quali non si decide ad uscire, come invece dovrebbe. Infatti arriva Gerd Muller, e ciao.

Morale: i Crucchi vincono 3-2, e volano alla semifinale dell’Azteca (dove troveranno noi, e sarà un’altra storia… ehm ehm). L’Inghilterra incarta una sconfitta sportiva tra le più sanguinose di sempre, che stavolta porta impresso anche il marchio dell’infamia.
Quando succederà di nuovo, Gary Lineker conierà una felice, deliziosa battuta, e la prenderanno con humour.
Nel 1970, invece, la guerra è ancora una ferita aperta: quindi, si può perdere con tutti, tranne che con Germania.

Da quel giorno Peter Bonetti entra nel buco nero.
Non basta aver giocato quasi mille partite, molte delle quali da protagonista, aver vinto quasi da solo una Coppa delle Coppe, in faccia al magno Real Madrid, abitare a buon diritto nella hall of fame di uno dei club più prestigiosi d’Inghilterra e d’Europa.

Lavorerai con sudore, partorirai con dolore, e sarà difficile cancellare la lettera scarlatta che porti cucita sul petto.
Sei uno di quelli che, in vita loro, si sono distratti un attimo, proprio quando non dovevano… Moacyr Barbosa, portiere del Maracanazo, e chi si ricorda di tal Marco Pacione? Che fu centravanti della Juve in lontana notte di Coppa. Ma gli bastò quella sola, fallimentare, indimenticabile notte per bruciarsi.

Perché ci sono attimi che valgono una vita.
E sono quelli dove sbagliare, evidentemente, non è consentito.

Fai buon viaggio, Peter Bonetti

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