Perchè alla fine, “di quell’unico amore terreno della mia vita non avevo saputo, nè seppi mai, il nome.” Auguri, Trevor Francis

Non ci crederete, ma io una volta sono andato veramente vicino a vedere Trevor Francis dal vivo.
Successe nell’estate del 1982. E prima di cominciare questa storia, bisognerebbe che qualcuno trovasse il modo di spiegare, un giorno o l’altro, cosa fu l’estate del 1982: a chi non era ancora nato, e a quelli che erano troppo piccoli per ricordarsene.
Io, me la ricordo bene.

La febbre del Mundial aveva contagiato l’Italia intera, e improvvisamente erano diventati tutti appassionati di calcio; anche quelli che fino al giorno prima “io sì, che penso alle cose serie”, e non avrebbero ricosciuto Juary da Rummenigge.
“Visto? Noi abbiamo comprato Ciccio Graziani!” mi disse tutto trionfante un tale che non usciva mai di casa.
“Noi chi?” gli chiesi.
“Noi della Fiorentina!” rispose serafico.
Ci rimasi malissimo. L’unica “Fiorentina” che lo aveva interessato, fino a quel momento, era quella che cuoceva sul tegame. Accompagnata da insalata, patatine e un rosso di grande struttiura.

Noi, invece, comprammo Trevor Francis.
E io, per l’emozione, fracassai un orcio in terracotta da novanta centimetri di diametro: un pezzo costosissimo, il fiore all’occhiello del catalogo dell’azienda dove andavo a dare una mano.
Perchè succedeva anche questo, nel 1982: che la Sampdoria comprasse il calciatore più famoso d’Inghilterra, e gli studenti, in estate, si facessero un paio di mesi in fabbrica. Senza assicurazione, e con uno stipendio puramente simbolico e solo perché i genitori erano gente strana: e pensavano che nella vita un po’ di fatica e sacrificio ci sarebbero tornati utili.

Io, dicevo, ruppi un bellissimo, costosissimo orcio.
Successe perché una mattina arrivò in fabbrica un signore con la Gazzetta dello Sport sottobraccio: e il titolo, a tutta pagina. strillava “Samp: Francis è tuo”.
E io, ci andai davvero per uno a svenire… Proprio mentre stavo maneggiando un orcio da novanta.

Fu uno choc: la Samp aveva già comprato Casagrande dalla Fiorentina, il giovane Mancini del Bologna e Brady, che due mesi prima aveva dato lo scudetto alla Juve. Francis, lì per lì, mi sembrò francamente troppo: quasi un atto di bulimia, come il povero Cecco che ai matrimoni, dopo otto portate, chiudeva il pranzo con un uovo al tegamino.
Troppa grazia, per noi poverelli: abituati a De Giorgis e a Biscia Bresciani.

Nei miei ricordi di adolescente viene spesso fuori quella specie di lontano pellegrinaggio ad Arcidosso, dove la Sampdoria aveva il suo ritiro estivo.
Quella voglia bambina, e ingenua, di vedere un Messia da vicino, e capire come era fatto: e ricordo la faccia corrucciata di Scanziani che annuncia secco: “Francis non c’è, arriva domani”, e mette sù il broncino per il grande campione che gli sta rubando la scena. A loro, che fino a prova contraria, sono gli eroi della promozione in serie A.
Distanti pochi chilometri, a Casteldelpiano, c’è l’Inter.
E davanti all’albergo, una folla mai vista; tutti intorno a Collovati, ad Altobelli e soprattutto a Oriali: che si era menato con Stielike, e quindi è l’idolo di tutti.
Proprio quell’Inter che bastoniamo due a uno a San Siro, in ottobre: Mancini, poi Hansi Muller, e poi Francis, nella seconda delle tre vittorie consecutive che ci spediscono in testa alla classifica a punteggio pieno.
Poi, alla quarta giornata, ci tocca il Pisa di Luis Vinicio, e perdiamo tre a due… Io ci sono, all’Arena Garibaldi, con sciarpa e maglietta blucerchiata: ma il Messia non c’è neanche stavolta: i suoi muscoli di seta hanno già ceduto, e al suo posto gioca Chiorri, “Il Marziano”.
“Ohè, poche storie –mi ammonisce un signore di Genova- conta la Sampdoria, mica i calciatori!”.

Sarà il secondo dei molti “due di picche” che mi rifilerà il mio campione preferito; quando vado a Firenze non è nemmeno in panchina, e almeno due volte mi dà buca a Marassi… Con il Verona lo danno addirittura in formazione, poi (dicono) si stira durante il riscaldamento, e l suo posto lo prende Nick Zanone.
Che non era un granchè, però aveva fatto il testimone di nozze Paolo Rossi: una cosa da raccontare al bar, in quegli anni lì.

Così, Trevor Francis finirà per essere la rosa che non colsi: bellissima, come tutte le rose, e le isole non trovate.
Infatti gli anni passano e io, dal vivo, non lo vedrò mai… Mi accontenterò del poco che passa la televisione e di quella mirabolante Coppa Italia nel 1984, che è la primissima volta che la Sampdoria vince qualcosa.
E Trevor è, ovviamente, capocannoniere assoluto.

Ma io volevo, del mio campione preferito, anche la fisicità; una prova tattile della sua esistenza, come San Tommaso. O anche come Bruce Springsteen, quando a San Siro lo vidi sul palco, a poco più di dieci metri.
“Ma allora, esiste davvero”, pensai.

Invece Trevor Francis mi è scivolato via.
Come un sacco di altre cose.
E ogni tanto mi viene da pensare, chissà perché, all’ultima scena de “Il Nome della rosa”, quando Adso ripensa alla ragazza che aveva amato nella sua gioventù: e adesso che è invecchiato, non è capace di spiegare il suo sentimento.
Perchè alla fine, “di quell’unico amore terreno della mia vita non avevo saputo, nè seppi mai, il nome.”

Auguri, Trevor

FRANCIS