Ora, noi non sappiamo se l’UC Sinalunghese di Capitan Dario Calveri sia stata davvero una roba epocale. A occhio, diremmo di si.

Dice che le squadre non dovrebbero solo vincere.

Una squadra, quando è speciale, vince… Ma a volte, deve anche andare oltre.
E allora capita che possa entrare nella storia, come successe al Milan di Sacchi, o all’Inter del Triplete: o magari nella leggenda, come l’Italia mundial del 1982.
Quando si sublima in qualcosa di assoluto, può diventare addirittura filastrocca.
Bacigalupo-Ballarin-Maroso… O, meno drammaticamente, Zoff-Gentile-Cabrini.
Ai miei tempi andava di moda Jongbloed-Krol-Suurbier.

Ma per diventare filastrocca devi andare oltre, per l’appunto.
Devi aver dentro qualcosa che ti renda speciale, e ti consegni ai posteri con una specie di aureola magica.
Che si ingigantisce anno dopo anno, nei racconti della gente, fino a diventare epopea: fino a confondersi con la leggenda, e assumere i contorni di una grande narrazione epica.
Un’Iliade moderna; un’Eneide riveduta e corretta di particolari che qualche volta ti viene da domandarti se siano realmente accaduti, o se non siano piuttosto il frutto di una fantasia: allenata in tanti anni di frequentazione dei gradoni di un camposportivo, o di un semplice bar sport.
Anche noi, ogni tanto, ci caschiamo dentro con l’innocenza dei bambini: “vi ricordate quella volta, laggiù, che Fulvio segnò da centrocampo?”
Per poi renderci subito conto che proprio quello è il bello del football.

Ora, noi non sappiamo se l’UC Sinalunghese di Capitan Dario Calveri sia stata davvero una roba epocale.
A occhio, diremmo di si.
Ma troppa poca acqua è passata sotto i ponti, e certe emozioni sono talmente fresche, e vivide, che non sono giunte alla loro completa maturazione. Quando, appunto, i ricordi si fanno più sfumati, e allora si può ricordare quello che si vuole, e sopprimere i particolari più oziosi.
Non sappiamo se sia ancora il momento di mettere l’aureola in testa a quel gruppo… A Jack Lucatti, che segna-semper-lu, a Marini, e a quell’iconico primo tempo supplementare con il Grassina.
A certe partite esagerate di Montagnoli e a Capogna che mette quelli decisivi: a Redi e Tony che decollano al momento giusto, proprio mentre il resto del campionato è in fase di atterraggio.

Ma più di tutti, quella è (e sarà per sempre) la squadra di Dario.
Ce ne fossero altre mille, quella è l’UC Sinalunghese che finisce dritta nei libri della storia del football, scrivendo una piccola saga che non si limita a vincere, che sarebbe troppo facile.
Ma va oltre, per l’appunto.
Con quella sequela di battaglie vinte una dietro l’altra, e che portano nomi quasileggendari: Grassina, Porta Romana, Pomezia, Classe.
Simboli, più che squadre di pallone: come Poitiers, o Stalingrado, o Austerlitz. Erano semplici punti geografici, anche loro… Fino a quando la storia non è passata da lì, e li ha trasformati in qualcos’altro.

Da stasera, passa anche Dario Calveri.
Che di quella incredibile, recente, fresca epopea ne è stato il capitano, e il personaggio più riconoscibile.
Di sicuro, il simbolo più bello e più vero.

Noi, ci togliamo il cappello.
Per la nostra capacità innata di ascoltare le storie più belle che sa raccontare il football, ed i suoi campioni più meravigliosi: e di commuoverci, perché alla fine nessuno sa immedesimarsi meglio di noi.

Abbiamo fatto un tifo indiavolato per Dario.
Lo abbiamo riconosciuto prima amico sincero e poi fratello; e abbiamo ammirato da lontano il suo destino favoloso… Quello, cioè, di essere un campione vero. Uno che vince sempre, anche quando perde.
E che quando esce dal campo, lascia dietro di sè una scia luminosa.

Perchè anche per noi, il football è ispirazione, e una roba che va oltre.
Ed è per quello, forse, che non vinciamo mai.

Grazie di tutto, Capitano

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