Quando penso a Italia-Germania 4-3, rifletto a come abbiamo lasciato per strada un sacco di cose che ci sembravano davvero importanti.

Duravano di più, le partite.

Italia-Germania, all’Azteca di Città del Messico, dura da cinquant’anni. E non è ancora finita.

Pensate che stamattina, alle prime luci dell’alba, facebook era già pieno di gente che polemizzava con Valcareggi.

Ma duravano di più le cose, in generale. Non solo le partite di calcio.
Duravano le automobili, e i vestiti. Che ci si metteva una toppa, e si passavano al fratello più piccolo.
Durava il ricordo di una persona che non c’era più, e che tornava puntualmente mentre si raccontava un aneddoto rimasto celebre, o anche evocando una semplice battuta.
Durava di più la messa, e anche il comizio di fine campagna elettorale: ma nessuno se ne lamentava troppo, perché anche annoiarsi un po’ faceva parte del gioco.
E adesso, si sbuffa dopo dieci minuti.

Duravano i film, e i cosiddetti sceneggiati televisivi. Che ancora adesso c’è un sacco di gente che ricorda a memoria le battute di Trinità: o si commuove alla scena di Pinocchio che viene inghiottito dalla balena, e ci ritrova Geppetto-Nino Manfredi.
Durava di più l’estate. O, almeno, questa era la mia impressione. Di fronte a quei pomeriggi con il solleone che mi parevano interminabili. E alle sere con il mangiadischi, che invece avrei voluto non finissero mai.
Duravano di più le canzoni. Battisti, De Andrè, Baglioni, De Gregori. Tutta roba che viene da quegli anni lontani, e tuttavia continua a camminare: incorruttibile, come succede ai capolavori.

E fatalmente, duravano di più anche le cose di sport. A cominciare dalle maglie da gioco, che ogni anno erano sempre le stesse, e non cambiavano colore: Rivera, e il Milan, con indosso quel rossonero lì. E così il bianconero della Juve, il viola della Fiorentina e il granata del Torino.
Potevano cambiare, al massimo, i pantaloncini. E, ovviamente, il triangolino tricolore per chi vinceva lo scudetto e la coccarda rotonda per la Coppa Italia.
La maglia azzurra dell’Italia aveva un qualcosa di magico. Quella tedesca, bianca e nera, ci incuteva quasi timore: trovavamo esotico il giallo del Brasile, e bellissimo l’arancione dell’Olanda.

Duravano di più le emozioni, e qualcuna te la porti dentro ancora adesso… E ti ricordi, come fosse ieri, della “fatal Verona”; e di quel lontano pomeriggio quando il Milan perde uno scudetto che sembrava già vinto.
Così come ti ricordi il coraggio di Gigi Riva, e la sbruffonaggine di Chinaglia.

Bettega, che segna tuffandosi di testa e Altafini che risolve le partite entrando negli ultimi dieci minuti. L’eterna rivalità tra Mazzola e Rivera, Pulici e Graziani che faranno vincere lo scudetto al Toro e Savoldi del Bologna, che è bravo ma “due miliardi per un calciatore, e dove andremo a finire…”.
E poi, quelle cose che entrano nella leggenda, ma per un altro verso; come il gol di Capello che ci permette di espugnare Wembley. Proprio mentre Fantozzi è costretto a sorbirsi la Corazzata Potemkin per la ventesima volta.

Quando penso a Italia-Germania 4-3, rifletto a come abbiamo lasciato per strada un sacco di cose che ci sembravano davvero importanti.
E anche se non lo erano, servivano a cadenzare i nostri giorni; ci accompagnavano durante la vita, e a volte ce la rendevano persino gradevole.

Non mi ricordo nulla, ovviamente, di quel 17 giugno 1970.
Ricordo, però, la mia vecchia, religiosissima nonna: che anche a trent’anni di distanza, e ormai prossima alla fine, non riusciva a perdonare quel mezzo sacrilegio di aver suonato le campane, in piena notte, per una partita di pallone.
E mi rivedo, giovane e sorridente, in quel suo ricordo da vegliarda: come se Italia-Germania 4-3 si fosse giocata la sera prima.
Anzi, che stessero giocando ancora adesso.
O che fosse destinata a non finire mai.

Proprio come succede con i ricordi più belli.

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