Mario Corso: che di quello squadrone leggendario, e ormai lontano, e’ il nome, più di tutti, che ritorna ogni volta.

Arriveranno, un giorno, i calciatori belli. E poi toccherà vedere anche quelli pieni di tatuaggi.

Ma prima di loro, c’erano quelli come Mario Corso.
Che tatuaggi non ne avevano, e non erano affatto belli. Nemmeno nelle figurine Panini, dove finivano per assomigliare a quegli zii invecchiati maluccio… Stempiati, con lo sguardo maturo, il viso già solcato da rughe precoci e talvolta persino i capelli bianchi, come nel caso di Colombo (il secondo portiere del Verona).
Gente che aveva venticinque anni, e ne dimostrava quaranta.

Corso, poi, era l’antitesi dell’atleta classico: perché nelle foto si notava subito la calvizie incipiente e soprattutto quelle palpebre grevi: che si abbassavano sugli occhi, e invitavano più ad una bella dormita che non alle prodezze sopra un prato verde.
In più, considerate che la mia generazione fa in tempo a vedere solo il Corso di fine carriera… Quello che vince l’ultimo, rocambolesco scudetto (con Invernizzi, nel 71) ma non è nemmeno lontano parente del mancino irresistibile che, negli anni sessanta, ha accompagnato l’Inter del Mago Herrera in cima al mondo.
Ed infatti, da lì a poco verrà disfecciato al Genoa, dove giocherà una trentina di partite: “tutte nella parte di campo dove c’è l’ombra”, disse perfidamente Sandokan Silvestri, che era il suo allenatore.

E poi, c’era il luogo di nascita: San Michele Extra.
Che già quello rappresentava, ai miei occhi di bambino, se una specie di marchio di origine controllata: un certificato di eccellenza che nessun altro poteva vantare: nè Facchetti e Domenghini , che venivano dalla provincia bergamasca, nè Picchi che era di Livorno e nemmeno Mazzola, che banalmente era nato a Torino.
Semplici, comuni mortali che, evidentemente, si accontentavano del minimo sindacale.
Mentre Corso era “extra”.

Poi, come detto, arriveranno i Cabrini, qualche anno più tardi, e con lui la stagione dei calciatori belli. Poi quelli cosiddetti “muscolari”, e sarà proprio lì che il football cambierà definitivamente direzione.
Fino allora, la regola numero uno era il “saper giocare”: formula abbastanza nebulosa e indefinita che racchiudeva tutto il normale repertorio in dotazione ad un qualsiasi calciatore da serie A.
Il tocco di palla, lo stop, il controllo, il dribbling, la pulizia e la facilità nel calciare il pallone… E Corso, di questa stirpe eletta, era una specie di capofila: uno capace di “metterti il pallone sui piedi”, come si diceva ingenuamente allora. E poi, di segnare reti su punizione esibendo tocchi balistici mai visti prima.
La cosiddetta “foglia morta”, rubata ad un certo Prevert.
Poeta, anche lui.

Talmente poeta che se avesse giocato a pallone, gli sarebbe toccata di diritto la numero undici: che all’epoca era una categoria dello spirito, prima ancora che una maglia da calcio… Quella che spesso toccava agli “atipici”, come diceva Brera: a sottolinearne la bravura, ma anche la totale inaffidabilità.
Quelli che erano nati sotto il segno della luna, capaci di coniugare il genio e l’ indolenza. Il demonio e la santità.

Mario Corso era tutto questo: con l’aggiunta di un caratteraccio che lo portava in rotta di collisione con Herrera, al quale dava platealmente del “mona” (“du con sur le gueule”). Capace di una corbellatura plateale davanti al CT Ferrari che gli costò il mondiale in Cile, e la maglia azzurra negli anni a seguire: in rapporti tesissimi con molti compagni in nerazzurro, che detestava cordialmente. Come Mazzola, al quale lanciava il pallone in profondità e poi gli sibilava, con quella vocetta carogna: “Vediamo ora cosa combini, Di Stefano.”

Eppure, provate a fare un giro tra gli Interisti (quelli con i capelli bianchi, ovviamente).
E scoprirete che, a parità di leggenda, non ci sono lotharmatthaus, ronaldoilfenomeno, capitanzanetti, principemilito che tengano.
Che di quello squadrone leggendario, e ormai lontano, c’è un nome, più di tutti, che ritorna ogni volta.
E che, potendo scegliere, solo quello vorrebbero poter rivedere almeno una volta sul prato di San Siro.

Perchè gli altri, vi diranno, erano tutti formidabili campioni.

Ma solo lui era “extra”.

mario