COSI’ NACQUE LA GRANDE VIRTUS CHIANCIANO – Correva l’anno 1988

Chianciano, nel 1988, è una signora un po’ attempata, ma dal fascino ancora discreto.

Non è più una regina, come negli anni 60 e 70, quando tra i bar di Piazza Italia potevi ritrovarti seduto accanto a Johnny Dorelli, o a Raffaella Carrà, ma vanta ancora una stagione turistica di tutto rispetto, che comincia in marzo e si protrae fino ad ottobre.
A Cortona non è arrivato “il sole di Toscana”, e l’esplosione di Montepulciano, tra Bravio, Cantiere e Babbi Natale, è ancora lontana. La Valdorcia, intesa come patrimonio Unesco, è appena nata, e il turismo enogastronomico di Montalcino sta muovendo i primi passi. La Chianciano del 1988 (ed il suo indotto) è ancora una voce trainante nell’economia della provincia di Siena.
Ed infatti è proprio in quella stagione che nascerà la leggenda della “Grande Virtus”: capace di inaugurare un ciclo lungo quasi dieci anni, e che passerà alla storia come una squadra tra le più grandi di tutti i tempi.

Nel calcio dilettanti, il cosiddetto “ciclo vincente” comincia sempre per la voglia di spendere di un facoltoso appassionato, al quale si accoda generalmente l’entusiasmo di tutta una comunità… Ma Chianciano è un posto originale, che rivendica con orgoglio una certa “diversità” rispetto al resto del mondo, e di “facoltosi appassionati” ne esibisce addirittura due: Edoardo Maccari e Ugo Cardia.
Sono due uomini diversi: Maccari viene da Chiusi, ed è un affermato imprenditore edile, Cardia si sta facendo largo con il marchio FAGO, che fa abbigliamento di lusso ed ha negozi anche a Montecarlo.
Maccari è esplosivo e irruento. Classico prodotto della Valdichiana “self-made-man”, che nella vita ha dovuto sgomitare: ci litigo forte quando vado ad intervistarlo per la prima volta.
“Ma io non ho mica tempo per queste c…ate” , mi sibila.
“Guardi che lei è il Presidente della Virtus, e noi siamo Radio Chianciano Terme. O ci ha preso per Radio Mogadiscio?” protesto.
Maccari non mi degna nemmeno di uno sguardo: “E io non ho tempo lo stesso.”.
Cardia, invece, è un Siciliano dolce e silenzioso: mi accoglie nel suo “quartier generale”, tra Pienza e Montepulciano, e mi riempie di attenzioni. Alla fine dell’intervista, sono così sfacciato da chiedergli un contributo per la fiera di beneficenza che stiamo organizzando a Petroio: lui fa un cenno ad un ragazzo che in tre minuti mi riempie l’automobile di portafogli, cinture, foulards e altri costosi accessori. I miei compaesani rimangono allibiti: “Ohè… Qui c’è roba per mezzo milione di lire.”

Il binomio Maccari-Cardia funziona: perché la Chianciano del 1988 è francamente un bel posto dove vivere, e la Virtus diventa un fenomeno di costume, appetito da altri imprenditori che sgomitano, e hanno voglia di guadagnare la loro fetta di popolarità cittadina.
Il collettore di tutta questa potenza di fuoco è Bruno Cesarini: un signore calvo, con due occhiali tondi da antiquario, che si rivela il miglior direttore sportivo dell’epoca. Bruno sorride sempre, ed è un maestro nell’arte dell’equilibrio, che gli consente di gestire tutte quelle personalità fortissime, senza mandarle in urto tra di loro.

Sono queste le premesse per affrontare quasi in carrozza la Prima Categoria senese-grossetana, con la sbruffonaggine di chi si siede al tavolo da poker, ed ha il triplo delle fiches della concorrenza.
E infatti la squadra che hanno costruito è semplicemente formidabile: Lovari in porta, e il magistero di Marco Del Balio su una difesa che può contare su Del Toro, Pistoi, Masci e Galli (che si infortunerà quasi subito). A centrocampo, Cesarini ha saccheggiato la Bibbienese di Gallastroni, che gioca un calcio bellissimo; arrivano Panella, Viciani e Vasarri, ai quali si aggiungono gli indigeni Meconcelli, Aggravi e quel genio assoluto di Gianmarco Bianchi.
Davanti, Gianni Ghiandai è chiamato a segnare per sé e per Tanini, che intanto si è frantumato un ginocchio durante un calcetto estivo, e salterà tutta la stagione.
Ghiandai è anche il capitano di questa “Invincibile armada”: cannoniere strepitoso, prendono a chiamarlo “Paperino” per una presunta somiglianza con lo sfortunato personaggio dei fumetti. Viciani è “Corea”, per via degli occhietti socchiusi da orientale, e Meconcelli è “La Nanina”, ad evidenziarne la statura non eccelsa. Marco Panella è “Il Professore”: uno dei primi “falsi nueve” della nostra storia, e quando torna a Roma il primo colpo di telefono è per il Principe Giannini, con il quale formava la coppia delle meraviglie nella Roma Primavera.
Per qualcuno, il soprannome di “Professore” starebbe meglio a Gianmarco Bianchi, da Sinalunga: giocatore ondeggiante che ricorda Chris Waddle, il genio della lampada che accende il Marsiglia di quegli anni.
Bianchi è calciatore fenomenale, con un difetto da niente: la vista corta. Se ne accorgono a Bettolle, in amichevole, dove gioca una partita addirittura imbarazzante… Succede, infatti, che in un contrasto perda entrambe le lenti a contatto, con le quali scende abitualmente in campo. E senza quelle, fatica a distinguere non dico il pallone, ma persino il colore delle maglie.

E’ questa la Virtus “Americana”, che parte petto in fuori per schiacciare il campionato.
Ma è talmente tanto “Americana” che alla fine scatta, in qualunque avversario, il desiderio insopprimibile di sfregiarne la Cadillac con un chiodo: e quel viaggio in carrozza si trasforma, per lo squadrone viola, in una domenicale attraversata dell’inferno.
Ne fa le spese il tecnico, il grande Carlo Caroni, che salta alla settima giornata, e crea una specie di tsunami mediatico: Caroni è una specie di totem, ed esonerarlo vuol dire esonerare Pep Guardiola, o Jurgen Klopp, e invece è proprio lì che il destino prende la sua strada definitiva.
Arriva Mario Naldi, “l’uomo della Provvidenza”, e con lui la Virtus “Americana” non si ferma più, scalando posizioni su posizioni, fino al limitare del primo posto.
Ma rimane un girone tosto, quello: e tra le rivali più toste c’è l’Asciano, che con il Chianciano ha un conto in sospeso dopo che nella partita di andata (3-0 per i viola) sono volati gli stracci.
Il vecchio stadio Marconi, proprio al centro del paese, è una specie di arena per gladiatori, e si capisce subito che aria tira: il difensore Ciro De Marco, dopo due secondi e mezzo di gioco effettivo, zompa sulla caviglia di Ghiandai e gli produce uno sbreco sul calzettone.
“Paperino”, annichilito dal terrore, non tocca più palla: e con lui, tutta la Virtus “americana” che perde 2-1 e saluta quasi definitivamente le speranze di promozione. Per l’Asciano, gol di Marcellino Capecchi e punizione perfetta di Mirko Vinciarelli, “l’angelo biondo”, che lascia a bocca aperta persino il grande Pelosin, che esordisce quel giorno.
Prodezza a parte, l’ambiente è proibitivo, e l’aria quasi irrespirabile: il povero Paolo Giustarini, che mi siede accanto, allarga le braccia: “Succede sempre così, nel calcio, quando si pensa di avere conti da regolare…”.
Nel dopopartita, Naldi sorride amaro: “Chi le è piaciuto di più, oggi?”, gli chiedo.
L’allenatore sfodera uno humour niente male: “Quel tizio che si è piazzato dietro la panchina, e in novanta minuti mi ha augurato tutti i mali dell’enciclopedia medica. Di qualcuno, non ne conoscevo nemmeno l’esistenza…”.
Provo a rincuorarlo: “Anche Rommel e Montgomery, in Africa, sapevano quali battaglie erano perse in partenza, e rinunciavano a combatterle.”. Il tecnico annuisce, fa una smorfia ma capisce che si sta mettendo male: Argentario, Asciano e Nuova Grosseto sono davanti, e per riprenderle occorre un miracolo.

Ma la Virtus ha il vento della storia che le soffia prepotente sulla prora, e il miracolo arriva.
Il finale è travolgente: non basta per raggiungere la Nuova Grosseto (che chiude prima) ma è sufficiente per agguantare l’Argentario, mentre la nemesi del calcio punisce l’Asciano, che lascia i punti decisivi a Pitigliano, in un’ultima giornata da far-west.
Sarà spareggio, dunque: e Chianciano si trasferisce in massa a CasteldelPiano, sull’Amiata, inaugurando ufficialmente la stagione degli esodi domenicali al fianco della Virtus.
Sono più di mille, sulle tribune, che saltano in aria quando Ghiandai, a dieci dal termine, segna il gol che vale l’1-0 e il salto in Promozione, che sarà l’anticamera della serie D.
La settimana seguente, la marea viola (che ci ha preso gusto) invade Sorano, e accompagna la Virtus ad alzare anche la Coppa di categoria: 1-0 sull’invincibile Nuova Grosseto, gol di Marco Panella. La favola della “Grande Virtus” è ufficialmente cominciata.

Poi verrà la promozione in serie D, l’anno successivo, con quella partita-icona (2-0 al Foiano, davanti a tremila persone) replicata centinaia di volte in tv. E, da lì in poi, tutta quella formidabile epopea calcistica, con tutte le immagini che ingigantiscono il ricordo di quegli anni tumultuosi e teneri: le salvezze eroiche e la marea viola degli “Ultras Indians”. Le prodezze di Gerry Cavallo, di Impellizzeri e il boato assordante dopo il gol di Mauro Galli alla Rondinella Firenze. Il “Mitico Villa”, Ristic “Mister 60 milioni” e Gil De Ponti: lo strazio per Manolo Pellegrini e, infine, lo spareggio beffa con il Chiusi. Che decreterà ufficialmente la fine della Grande Virtus.
L’epopea viola è durata quasi dieci anni, che calcisticamente parlando sono un tempo infinito… Solo la Sansovino di Beoni-Sarri e la Pianese di Maurizio Sani faranno di più, e di meglio.

“Qual’era il segreto di quello squadrone?” chiesero un giorno a Mario Naldi.
Il grande allenatore fece una smorfia impercettibile e poi sorrise: “Avevamo una grande società ed una città che delirava per noi. Ma soprattutto avevamo una squadra che sapeva quali battaglie valeva la pena di combattere: e quelle, non le perdeva mai.”.
Aveva anche uno straordinario allenatore, aggiungo io.

chia