FOFFO MANGIAVACCHI: L’UOMO CHE FECE GRANDE IL SAN QUIRICO – Correva l’anno 1998

Foffo vado a trovarlo, ogni tanto.
Si merita una preghiera, e anche qualcosa di più.
Riposa in una cappella nel cimitero di San Quirico, con la signora Meri, non molto distante dai miei cari: Arnolfo Mangiavacchi 1928-1998, recita la lapide. In un angolino, in basso, hanno murato una piccola ceramica di Gaia, la nipote prediletta. E’ un tenero paesaggio disegnato con le mani ingenue di una bambina… Si vede una collina, un albero solitario, e davanti un bel mare azzurro.

Se il calcio, nella nostra zona, è diventato qualcosa di importante, è grazie alla gente come Arnolfo, detto Foffo.
“Perché ti sei dato così tanto da fare?” gli chiesi una volta.
“Perché non bisogna essere egoisti.” fu la sua risposta. Secca, e senza bisogno di repliche.
Foffo era un uomo semplice e diretto: tutto, fuorchè un gran parlatore. Ma quello che voleva dire, si capiva benissimo.

Sono anni arrembanti, quelli. Il mondo sta cambiando in fretta, e anche San Quirico cresce in maniera tumultuosa: sta cambiando pelle, e non assomiglia più alla cittadina sonnolenta e un po’ decadente dove Tarkoskvji ha ambientato, nei primi anni ottanta, il suo “Nostalghia”.
Comincia tutto dal restauro del magnifico Palazzo Chigi Zondadari, al quale fa seguito il recupero della zona delle mura e, a macchia d’olio, di tutto il centro storico. La valorizzazione degli imponenti Horti Leonini e di quel gioiello romanico-barocco della Collegiata e, conseguentemente, i grandi numeri del turismo, legati al boom della Valdorcia che di lì a poco diventerà patrimonio Unesco. Arrivano investimenti importanti su Bagno Vignoni, nascono ovunque bellissimi agriturismi e si solletica l’orgoglio cittadino riscoprendo tradizioni antiche con la festa del Barbarossa.
Alle fornaci, i laterizi di San Quirico viaggiano a gonfie vele. E così il poroton di Torrenieri, le ceramiche di Buonconvento e le terrecotte di San Giovanni d’Asso, per un indotto che genera ricchezza, ottimismo e benessere. E tutto il territorio, che aveva vissuto sulla pelle l’esodo degli anni sessanta, scopre che la gente di Valdorcia, adesso, ha più voglia di restare che di andarsene

E’ in questo fenomenale momento storico, che si inserisce la saga della famiglia Mangiavacchi, che questa congiuntura favorevole sarà tra le più brillanti nel saperla interpretare, e cavalcarla.
In mezzo c’è il calcio, il “gioco del pallone”: e parrebbe una cosa da niente, se non fosse che proprio quello è il nervo scoperto di Arnolfo Mangiavacchi, detto Foffo.
Ed è proprio da lì, infatti, che facciamo partire la nostra storia.
La passione per il football, unita all’amore sviscerato per il proprio paese, crea vere e proprie bombe atomiche, capaci di energie devastanti: quello, e non altro, è il segreto del grande San Quirico anni novanta, destinato ad entrare nella leggenda del calcio senese… Un momento storico irripetibile, una terra finalmente felice e un uomo straordinario, che decide di lasciare alla sua gente il dono prezioso della memoria. E il ricordo di una grandezza sportiva che sarà incancellabile.
Questo fu, né più né meno, quell’omino piccino e incredibile: con il ciuffo ribelle nei capelli d’argento, lo sguardo furbo e gli occhi aperti a guardare la meraviglia di quel mondo, e di quegli anni ormai lontani.

Voi non ci crederete, ma il cosiddetto “Sanqui dei sogni” nacque probabilmente a Pienza, in una calda sera di giugno del 1992.
Proprio nella “tana del nemico”: che nella fattispecie è il bellissimo chiostro di San Francesco, dove una cena festeggia lo squadrone biancorosso che è sbarcato per la prima volta nella storia in Prima Categoria.
E’ il Pienza di Ciro Damora e di Penaglia, di Romano Salvi e Marco Rosignoli che di lì a poco approderà nel campionato di Promozione, e vi reciterà lungamente un ruolo da protagonista.
La cena è squisita, l’atmosfera è magica e sembra fatta apposta per solleticare l’orgoglio pientino, che quella sera è alle stelle: la consueta signorilità dei dirigenti ha voluto riservare i posti migliori della tavola ad alcuni ospiti d’onore tra i quali c’è proprio Foffo Mangiavacchi (“il gran rivale”) e, molto immeritatamente, anche il sottoscritto.
I tifosi per un po’ resistono alla tentazione, poi (complice il buon vino) virano verso lo sbracamento… Si comincia con un innocuo “Chi-non-salta-giallorosso-è” e si prosegue sempre più in basso: talmente in basso che a un certo punto il professor Gonzi, che è un galantuomo, si vede costretto a impugnare il microfono e richiamare la gente alla creanza, e alla moderazione.
Dò di gomito a Foffo che immagino imbufalito ed invece sta sorridendo, e sembra quasi divertirsi: “Non la facciamo tanto lunga… Sono cose da ragazzi, e fanno parte del gioco.”
Sono passati quasi trent’anni. Ma sono sempre più convinto che il sogno di costruire una delle squadre di calcio più belle della nostra storia, nacque proprio quella sera: dall’orgoglio un po’ ammaccato e dal desiderio di rivincita verso quei “cugini sciocchi” che, in quel momento, se la stanno passando meglio.
Se adesso chiudete gli occhi, come per magia, e li riaprite esattamente sei anni dopo, il 23 maggio del 1998, vedrete il più grande Sanqui di sempre che scende in campo all’Artemio Franchi di Siena davanti a 5000 spettatori: per disputare con il Grosseto lo spareggio che vale la serie D.
Un colpo d’occhio pazzesco, e una serata di quelle che non si immaginano nemmeno nelle favole, anche se finirà con una sconfitta… Se ancora oggi ne parlate con un qualsiasi Sanquirichese, difficile che non spunti una lacrimuccia di commozione.

Dentro a questi anni, che furono clamorosi e densi, c’è racchiuso tutto il sogno di Foffo Mangiavacchi. E quella selva di campioni irripetibili che fanno grande la squadra del suo paese regalandogli, in un certo senso, il crisma dell’immortalità.
Emblematica, in questo senso, la scritta “RAVOT FACCI SOGNARE”, vergata con la vernice sulle tribune dello Stadio che adesso porta il suo nome: testimonianza storica di una stagione che non si cancella, come il “Tutti Eroi” sull’argine del Piave o certi “W Coppi” che resistono all’usura del tempo, in qualche strada di montagna.
E tuttavia, anche nel trionfo più spettacolare, Foffo riesce a non perdere quella modestia di fondo che accompagnerà sempre la sua visione del calcio, intesa come semplice estensione dell’amore verso il proprio paese, e il suo prestigio.
Capace di applaudire le giocate più mirabolanti di un Simone Francini, per poi derubricarle un attimo dopo, con un sospiro: “Anche a Carlino Sodi, però, ho visto fare cose del genere…”.
Perché Carlo è sangue del suo sangue. Così come lo sono Raniero e Bighe, Giorgio e Luciano Scheggi e Antognoni. E Roberto Frati, e Gino Chechi e Sauro Cerretani: pensa sempre a loro, anche quando a San Quirico sta passando il fior fiore del calcio dilettanti.
Sono accanto a lui quando arriva la Bibbienese in uno scontro decisivo, e la castiga il grande Sauro Fattori, con il classico goal di rapina… Foffo esulta e subito dopo mi dà di gomito: “Visto? Ha segnato di pura intelligenza. Proprio come faceva Pipetta.”.
Faceva un’eccezione solo per Franco Tintisona. Perché Tintisona era lo strappo alla regola: l’assoluto che non si poteva mettere in discussione; o forse perché identificava in lui l’uomo che aveva preso la storia, e l’aveva piegata, trascinando il piccolo Sanqui nella leggenda, dove nessun’altro lo aveva mai portato.
Tintisona sarà infatti, per Foffo e per San Quirico, una specie di fascinazione… Un eroe antico, davanti al quale sbiadiscono tutte le figure d’intorno, come Gilgamesh, o Sigfrido. O come Achille, che quando entra in scena capisci come l’Iliade l’abbiano scritta per lui.
“Tintisona è Von Karajan che dirige la banda del paese” disse il Professor Ugo Sani, che dei giallorossi non si perdeva una partita .

Non farà in tempo, Foffo, a godersi l’epopea del Siena Calcio, che anche grazie all’apporto dei Mangiavacchi di San Quirico diventerà finalmente il grande “Roburrone” da serie A. E rimarrà proprio quello, credo, il grande rimpianto di Claudio e Michele.
Anche se, va detto, un impegno come quello volle dire, fatalmente, disimpegnarsi dal Sanqui; che, infatti, conobbe da lì in poi un declino abbastanza veloce.
E questo, a Foffo, non so quanto sarebbe piaciuto.

Lo incontrai per l’ultima volta, casualmente, che si godeva un bel sole autunnale davanti all’arco di piazza: lì, dove la Contrada Canneti ha piazzato il trabucco medievale.
Non era in forma smagliante, e non aveva nemmeno tanta voglia di parlare: mi limitai ad un abbraccio forte, che ricambiò con un sorriso sincero.
“Se nella vita ho avuto fortuna, lo devo principalmente a me stesso. Ma anche alla mia gente e al mio paese, che mi hanno sempre voluto bene.” disse, prima di salutarmi. Poi, mi guardò negli occhi e, con un filo di voce, aggiunse: “ Mi è sembrato giusto ricambiare”

Dopo, non l’ho più rivisto.

foffo1