IL CHIUSI DELL’85: LA SQUADRA D’ACCIAIO.

Scuoteva la testa, il grande Sergio Fedi, se gli rammentavano Senigallia 1959. 

E ripensava, magari, a tutta quella fatica sprecata, e alle illusioni svanite all’improvviso in quel grottesco (e mai chiarito del tutto) spareggio decisivo per la “quarta serie”.

Andò a Senigallia, la fenomenale squadra del Chiusi, a cercare la definitiva consacrazione per Valdarchi e Misticoni, Gori e Forliti… Ci trovò, invece, una tavola apparecchiata e vassoi ricolmi di tutto il pesce dell’Adriatico.
Sorrideva amaro, quel vecchio, favoloso portiere: “La società aveva bruciato tutto. Eravamo arrivati in fondo, ma in cassa non c’era più una lira… E capimmo che quel pranzo era una specie di saluto finale: grazie di tutto, e addio.”
Gino Silvi, il decano dei giornalisti chiusini, paragonava spesso quella squadra ad un diamante. Dai quali, notoriamente, non nasce niente: e infatti, l’eredità che lascia quella stagione vissuta sopra le proprie possibilità, è pesantissima. L’anno successivo viene dichiarato fallimento, e Chiusi rimane senza calcio per quasi dieci anni.

Siamo nel 1960, nel bel mezzo del miracolo economico.
Il calcio è sparito, ma Chiusi si consola: è una città che scoppia di salute, dove le confezioni e il pastificio hanno ritmi da giapponesi, le fornaci danno lavoro a più di duecento persone e ci sono almeno trenta taxi in un andirivieni incessante con Chianciano, dove la stagione turistica dura sette mesi filati.
Il vero fulcro economico è, ovviamente, la stazione ferroviaria, che conta quasi mille addetti, divisi tra le varie mansioni. Ma ci sono anche quattrocento piccole aziende artigianali, cinquecento negozi attivi e, alla fine degli anni sessanta, i primi supermercati.
Nel giro di quindici anni, tra il 1960 e il 1975, Chiusi Scalo raddoppia il proprio volume edificato.

Ma Chiusi è (anche allora) un luogo bollente, e contraddittorio; dove nascono idee e individui eccezionali, ma dove è più difficile che altrove trovare tra essi qualcosa che possa assomigliare ad una sintesi… Perché Chiusi è una grande comunità che cova dentro di sè il genio e l’anarchia, il veleno e l’antidoto; trova facilmente il tesoro, ma non è capace a custodirlo, come Pinocchio nell’orto dei miracoli.
E per prima cosa, entra in polemica anche con se stessa. E litiga: tra belli e brutti e tra bianchi e rossi. Tra Chiusi alta e Chiusi scalo.

D’altronde, dicono gli antropologi, sono cose che succedono, nelle terre cosiddette “di frontiera”: Chiusi si sente Toscana, ma ha Perugia, Terni e Viterbo alle calcagna, che la costringono, storicamente, a tenere la guardia alta… Viene da lì, forse, la leggenda del Chiusino sospettoso e diffidente, a meno che non arrivino le persone giuste, capaci di trovare il capo del filo tra le cento anime (e le mille contraddizioni) della cittadina.
Successe a Re Porsenna, nel 500 a.c., che dichiarò guerra alla già potentissima Roma.
O, più modestamente, a un prete visionario come Don Mosè Mannelli. Che raggruppa la gioventù di Chiusi e gli dà forma e sostanza con il progetto dei “ragazzi in gamba” (1963). O anche come Fabio Frullini, che nel ‘67 farà rinascere il calcio, e rimetterà in piedi la gloriosa Polisportiva.

Frullini è farmacista a Chiusi Scalo: è grande uomo di sport, non ha nemici dichiarati e soprattutto è un maestro nel coinvolgere le migliori forze dalla città, a cominciare da quelle imprenditoriali, che scoppiano di salute.

Si riparte dalla terza categoria, naturalmente. Ma la gestazione è così lunga ed elaborata, che per vedere la sospirata promozione in seconda bisogna aspettare il ’76: Frullini ha l’intuizione giusta con Mister Evangelisti, che viene da Foligno e si porta dietro alcuni uomini di fiducia tra i quali la punta Romagnoletti, che di mestiere fa il giostraio e formerà con Buricca una coppia irresistibile.
Ci scappa di vincere anche i due derby cittadini… Già, perché nel frattempo (e non era difficile prevederlo) è nata un’altra squadra: che si chiama AC Chiusi, ha i colori arancioni dell’Olanda e vuole rappresentare la parte alta della città.
Le due “stracittadine” registrano, ovviamente, il tutto esaurito.

Ma anche la seconda categoria si dimostra ben presto una camicia fin troppo stretta per un Club che ha voglia, e fretta, di riprendersi il suo posto nel calcio più importante.
E’ il 79, e in panchina c’è quel piccolo galantuomo di Enzo Vernata; sarà una lotta ventre a terra con il grande Monteroni che non molla un centimetro fino alla fine, e porterà i biancorossi fino allo spareggio di Foiano. Drammatico, e vinto all’ultimo rigore di Mencuccini, che viene da Città della Pieve.

Il Chiusi è dunque in prima categoria. E l’obiettivo dichiarato è sbarcare nel campionato di Promozione, per riannodare il filo che si era scucito in quel ristorante di Senigallia, più di venti anni fa.
Ma siamo ormai entrati negli anni ottanta, e il calcio dilettanti sta cambiando pelle: i “mass-media” si moltiplicano e anche le piccole squadre, adesso, trovano ampio spazio sugli improvvisati canali di informazioni. C’è il boom delle radio private: Antenna Radio Esse, d’accordo, ma anche Radio Effe, Radio Libera Chianciano e Radio Neve Centrale. A Chiusi va fortissimo Radio Spot International, che trasmette dalla mitica Villa Maraska, a Po Bandino, e alla domenica si trasforma in discoteca. Il monopolio de “La Nazione” è spezzato dal Corriere di Siena, e da PrimaPagina di Marco Lorenzoni. A Chianciano nasce ufficialmente Tele Idea, che ha nel grande Marco Agostinelli il suo opinionista di punta.

Si prepara la stagione-monstre, quella dell’85, ma intanto c’è spazio per la doccia fredda di Reggello (1983) dove si gioca lo spareggio con il Certaldo. Il Chiusi ha Florio Neri e Arnaldo Antonelli, e Sgalippa Goracci al centro dell’attacco: avrebbe la squadra migliore, ma sulla panchina avversario siede quella vecchia volpe di Miro Morandi, l’allenatore-tassista che trascorre tutto il suo tempo libero in Federazione.
Vincerà il suo Certaldo, infatti: che è una signora squadra, ma lascia ugualmente un po’ di amaro in bocca e rilancia una delle leggende nere che aleggiano sul calcio toscano: quella che suggerisce di non trovarsi mai davanti, nei momenti che contano, i Club che esibiscono un giglio sullo stemma.
Stessi cattivi presagi che ritornano molti anni dopo, quando a Chiusi arriverà il playout con la Sestese e, soprattutto, l’arbitro Masilunas a dirigerlo.

Ma i tempi sono ormai maturi per il grande salto.
Alla squadra dell’83, per quanto formidabile, manca il “Cavaliere nero”: lo Zorro risolutivo, il Tarzan che parla con i coccodrilli o, se preferite, il Mosè che divide le acque e ci passa dentro.
Roberto Cencini è decisamente quel tipo di calciatore, e Franco Galantini (che ha preso il posto di Rommel) capisce subito di dovergli disegnare la squadra intorno.
Cencini è centrocampista completo, che sa essere risolutivo e trascinatore: ha fisico compatto e una forza esplosiva che parte dalle spalle (che sono quelle di un olimpionico di lotta) e scende fino alle gambe, che hanno una muscolarità così complessa da sembrare ipertrofiche.
Cencini è, insieme al fenomenale argentino Walter Ganem del Follonica, il calciatore più forte in assoluto di un campionato che si prospetta stellare; dove ci sono anche Pippo Arcoria del Grosseto, Roberto Spampani del Casteldelpiano e Romeo Guscelli della Pianese, Nerelli della Massetana e Ottorino Scotto, “enfant prodige” del Porto Ercole… Quando sento dire che le squadre dell’epoca non reggerebbero il passo con quelle attuali, sorrido. E penso a cosa metteva in campo, nel 1984-85, una prima categoria.

Il Chiusi gioca con Rossano Pinti in porta e come secondo marcatore Bartolozzi, che viene da Bettolle e sostituisce l’infortunato Scricciolo. Al centro della difesa troneggiano Amedeo Fei e Leo Jaconi, forse la coppia centrale più fenomenale mai apparsa sui nostri campi di calcio.
Perché sono anni, quelli, di grandi fascinazioni e di suggestioni ancora intatte: pur nella fase discendente di una carriera scintillante, Fei rimane un Barry Hulshoff, il libero inesorabile che spazza via tutto. Mentre Jaconi è Wim Rijsbergen, lo stopper volante che arriva fino in cielo… Per trovarne due con la stessa classe, bisognerà aspettare Marco Del Balio e Natale Berti, della Grande Virtus anni novanta.
Sulle fasce, il vecchio inesauribile Beppe Ferranti e il giovane Saravalle, che viene da Città della Pieve ed ha licenza di scendere. A centrocampo si muovono Raul Bianchi, Ferraguzzi e Cencini: davanti, a sprigionare scintille, Lucianino Lodovichi, levriero tuttosinistro che viene da Pozzuolo Umbro e il vecchio Straccali. Che però si rompe un po’ troppo spesso, e allora lascia il palcoscenico al sorprendente Sergio Burini, il boy di Villastrada, che ne mette di decisivi.

Vista così, il Chiusi 84-85 è una squadra perfetta; un concentrato di classe e di “cattiveria” agonistica capace di spazzare via qualsiasi avversario.
Ma quella prima categoria, abbiamo detto, è il classico campionato “del diavolo”, e venirne a capo significa realizzare un’impresa colossale.
Emblematica la trasferta a Follonica, dove è battaglia durissima fino al 95’, quando Ganem confeziona la punizione capolavoro del 2-1. Al ritorno, il Chiusi restituisce lo schiaffo e dopo il vantaggio della volpe De Angelis, replica con Fei, Lodovichi e Ferranti per il 3-1 finale cheregala il momentaneo primato in classifica.
Il Marina di Grosseto gioca in un’arena sabbiosa dove detta legge il Panzer Arcoria, che da tre anni monopolizza la classifica marcatori; la Massetana e l’Asta Taverne, in casa, non perdono praticamente mai e poi c’è il più grande Port’Ercole della storia. Squadra giovane e talentuosa che contende punto a punto il campionato allo squadrone biancorosso.
E siccome a Chiusi sono tradizionalmente affezionati agli spareggi, se ne inventano uno all’ultima giornata, quando il calendario dispettoso mette di fronte le due battistrada in una partita che è una finale a tutti gli effetti.
E’ il 12 maggio 1985, e le cronache parlano (esagerando, probabilmente) di 2500 spettatori. Cifra iperbolica, ma non inverosimile, testimonianza diretta di un calcio che vive la sua ultima “età dell’oro”, prima di venire travolto dal business, dalla pay-tv e dalle partite in 3D.

Ma anche quel Porto Ercole non ha scampo. Il grande Baggiani predica nel deserto, e Vincenzo Legler (“l’ariete dell’Argentario”) viene letteralmente annientato nella morsa Fei-Jaconi.
Quando, al minuto venti, Roberto Cencini sigla il gol che vale la vittoria (e la promozione), la Chiusi sportiva esplode e consegna alla leggenda quello squadrone d’acciaio dove tutti contribuiscono ad un concetto finora quasi sconosciuto di calcio collettivo.
Chiusi 43 Porto Ercole 41 Follonica e Casteldelpiano 39: il “campionato del diavolo” finisce così.
Galantini (sulle orme di Rommel Pizziconi) ha creato un meccanismo capace di mandare a rete quasi tutti i calciatori della rosa: la contabilità nuda e cruda dice Lodovichi tredici reti, Cencini dodici, Fei, Burini e Straccali sei, Ferranti cinque, Saravalle e Bianchi, quattro.
Dovessimo trovare un paragone, la Dinamo Kiev del colonnello Lobanowski non sarebbe affatto uno sproposito.

Ma manca, tuttavia, l’ultimo scalino. E poi la beffa del ’59 potrà dirsi definitivamente archiviata.
Dovranno passare altri vent’anni, e toccherà ad un ragazzo Etiope che si chiama Gutema Gulema segnare i due gol in cinque minuti che ribaltano il San Donato e portano il Chiusi nella sospirata “quarta serie”, là dove lo aspettavano da tanto tempo.

Sergio Fedi viene invitato in tv, e quasi si commuove: “Ecco. Direi che oggi abbiamo definitivamente digerito tutto quel pesce che ci fecero mangiare a Senigallia”, dice.
Poi’, si asciuga una lacrima

Quarantatre anni.

Tanto è durata questa strana storia di calcio che ho cercato di raccontarvi.

Per far capire che gli uomini di sport, quelli veri, sanno aspettare.

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