EDOARDO SAIU: L’ULTIMO GENTILUOMO – L’ATLETICO PIAZZE DEI MIRACOLI

Edoardo Saiu ha compiuto novant’anni.
Li porta benissimo.

Sono andato a trovarlo a Piazze, estremo sud della provincia: uno di quei posti abbastanza isolati, un po’ di frontiera, che a un certo punto passano alla storia per qualcosa di importante.
Come il Dottor Rinaldi, per esempio, il celebre “Medico di Toscanini”: un luminare che annoverava tra i suoi pazienti anche il grande direttore d’orchestra.
Oppure, come l’”Atletico”: il Club calcistico del posto, che per tanti anni è stato il più bel biglietto da visita esibito dal paese di Piazze in faccia al mondo intero.
Sinonimo di bel calcio, di grandi campioni, e di come si possa finire nelle guide turistiche anche senza affreschi del quattrocento, o soste gastronomiche di Garibaldi da immortalare su lapide.
Giocava così bene, l’Atletico, da oscurare tutto il resto (non molto, a dire il vero) che poteva offrire questa amena frazione del comune di Cetona: talmente a corto di attrazioni da valorizzare, meritoriamente, persino una normale scritta sul muro, inneggiante al grande Gino Bartali. Che passò di lì in chissà quale tappa del Giro d’Italia.
E così, Piazze seguì la sorte della città francese di Saint Etienne, per esempio. O della tedesca Kaiserslautern, o dell’inglese Newcastle, che senza il football sarebbero rimasti puntini anonimi nella carta geografica.

Edoardo Saiu, dell’Atletico dei miracoli, fu una specie di “pigmalione”.
Il giochino era molto semplice: si informava dal Comando della Marina Militare su quali fossero i ragazzi di leva più bravi a giocare a pallone. E qualcuno di loro finiva ad indossare la maglia azzurra del Piazze, nello sperduto sud della provincia di Siena.
E quasi tutti, alla fine, ci sono rimasti.

Lo conobbi nel 1983, Edoardo.
L’Atletico ospitava il GS Petroio che aveva in squadra Lello Casini, un’aletta veloce per la quale, da quelle parti, stravedevano.
Fu una partita bellissima, che finì 2-1 per loro. Scesi negli spogliatoi, convinto di trovarlo al settimo cielo. Lo vidi scuro in volto, e sinceramente affranto: “Quella di tenere Lello in panchina è stata una vera e propria mancanza di rispetto. Ci siamo rimasti tutti di sasso”.
Poi scosse la testa, indignato. “Dite al vostro allenatore che ci ha rovinato la domenica”.

L’avversario che non è mai il nemico da abbattere e da umiliare: semmai il rivale da superare, e se possibile da ammirare. E alla fine stringergli la mano.
Uomo di mare, Edoardo: dove vige un codice ancora più rigido della cavalleria.
“Una volta, mare forza otto, il nostro cacciatorpediniere riuscì a raggiungere Malta grazie all’appoggio di due incrociatori britannici. Fu lì che vidi per la prima volta i marinai inglesi: alti, belli, forti, sembravano dei Superman… Ne rimasi estasiato.”
E poi, l’esperienza alla Nato, a Parigi e a Bruxelles, e al Comando Incursori Subacquei, dove nelle sue note caratteristiche scrivono “intelligenza superiore alla media”.

Se gli chiedi chi, tra i suoi calciatori, avrebbe voluto sulla sua nave, Edoardo non ha esitazioni. A distanza di oltre trent’anni: “Ho voluto bene a Piolle Canuti, e a Marcello Petri, che hanno attraversato gli anni migliori della squadra. Ma se ne dovessi scegliere uno, direi Valerio. Valerio Rossi, senza dubbio.” E gli si illuminano gli occhi. “Perchè in mare bisogna essere un po’ gentiluomini e un po’ filibustieri, ma alla fine si contano gli uomini. Ed è indubbio che con noi, Valerio fu il più uomo di tutti.”

E ritornano alla mente quei campionati che erano scontri all’arma bianca: anni di trasferte che sembravano battaglie medievali, e che toglievano il sonno per intere settimane.
Non c’era posto per gli angeli, nella terza categoria 1986-87… L’Atletico e l’Abbadia di Montepulciano se la giocano nella partita decisiva, davanti ad un pubblico oceanico che si è disordinatamente distribuito nei costoni naturali intorno al camposportivo di Piazze (che non ha ancora la tribuna).
L’Abbadia ha il grande Valdes Tarquini a dirigere le operazioni, con accanto Brandi e Franco Lo Conte, più il fenomenale Bracci (che sarà capocannoniere) in avanti. In difesa, Passavanti e Ferrini, che non hanno paura del diavolo.
E’ il 26 aprile 1987, una domenica piena di sole: L’Atletico ha sguainato la sciabola, trascinato da un pubblico che mette davvero paura, ma l’Abbadia sa farsi rispettare, e non molla un centimetro. Ne viene fuori una partita violentissima, roba da Copa Libertadores: poi, il “Mulo” Argentini mette finalmente la palla giusta, e bisogna buttarcisi dentro… Ma il grande De Sanctis è letteralmente annichilito dal terrore, e non si azzarda, e il biondino Ponzuoli ha le caviglie marchiate a fuoco dai tacchetti.
E allora deve partire Valerio, ed è la classica azione di forza: si fa largo a spallate, svelle quei terrificanti difensori come fossero i cardini arrugginiti di una vecchia porta e si presenta solo davanti a Gorgai, piazzando palla all’angolino.
Poi si inginocchia al centro dell’area di rigore, e si fa il segno della croce. “Come Jairzinho a Città del Messico”, scrivemmo allora.

Se c’è un’azione che descrive alla perfezione un calciatore, e un’intera stagione, la prodezza di Valerio “Attila” Rossi in quel lontano pomeriggio del 1987, è una di quelle: poi l’Atletico dilaga, e finisce per vincere 4-1, mentre l’Abbadia perde la testa e chiude addirittura in otto.
Piazze 44, Abbadia 43, Sarteano 42 e dietro tutti gli altri: San Quirico, Radicofani, Montallese, Pienza.
L’Atletico è in seconda categoria, per la prima volta nella storia.

Edoardo sorride, ripensando al decollo verticale di una squadra che sembra uscire da chissà dove, e guadagna subito le prime pagine dei giornali.
Lui ci mette del suo, per sottolineare quella “diversità” che (unita alla classe dei suoi calciatori) renderà per sempre l’Atletico Piazze una squadra speciale.

E’ l’estate dell’87, ed arrivano in maglia azzurra due giovanotti di belle speranze.
Il primo è un Calabrese che ha i polmoni di un mezzofondista e la visione di gioco di un regista classico, l’altro è un Siciliano moro, asciutto ed elegante come un levriero: Beppe Ferraro, da Soverato, e Salvatore Calabrò, da Roccalumera… Diventeranno, rispettivamente, uno dei migliori centrocampisti del decennio 80-90 e il più grande attaccante di tutti i tempi del nostro calcio.
“Li vidi per la prima volta in un amichevole contro la Ficullese –racconta Edoardo- e se la cavarono così male che mi prese un colpo. E invece erano così bravi che i compagni, ingelositi, decisero non passargli mai la palla, escludendoli dal gioco.”.

Con quei due, diventa tutto improvvisamente facile: Bastano poche partite e la coppia Calabrò-De Santis diventa proverbiale. “I gemelli del gol”, come Pulici-Graziani o (per rimanere a quegli anni) come Vialli eMancini: lo stadio dei Mulini diventa un luna park, e la domenica corrono a vederli anche dall’Umbria, e dal Lazio.
Il piccolo Atletico Piazze gioca partite fantastiche, e ribadisce la sua originalità. Edoardo istituisce addirittura il “premio per il miglior giocatore avversario”: una confezione di prodotti per omaggiare la prestazione del calciatore ospite più meritevole. Un esterrefatto Romboli, del Berardenga, se ne va con un salamino: al fenomenale Giardi, del Rapolano, toccano un paio di bottiglie di vino.

Una domenica, l’Atletico batte il Torrenieri due a uno, ma i gol sono entrambi casuali, e la partita riesce bruttina. Edoardo non è affatto soddisfatto e quando lo intervistano alla radio, non le manda a dire: “Partita inguardabile. Oggi abbiamo toccato il fondo”. Contro il Buonconvento finisce 1-1, con l’arbitro assediato negli spogliatoi fino a tarda sera. Ma lui è di tutt’altro avviso, e se ne esce con un elogio sincero: “Il Direttore di gara è stato nettamente il migliore in campo”, scrive sul Corriere di Siena.
Questo gli vale una scarsa popolarità tra la gente e anche tra gli stessi dirigenti: “Nel migliore dei casi passavo da originalone. Nel peggiore, da traditore…” sospira.
Una volta fa squalificare De Santis, che molla un cazzottone ad un avversario… Nessuno lo ha visto, tranne Edoardo, che infatti lo denuncia subito all’arbitro. Prenderà sei giornate.

E’ l’annata, quella, delle due partite drammatiche con la Sinalunghese, con i carabinieri che hanno il loro bel daffare perché gli animi si sono surriscaldati. Ma in campo è spettacolo puro, perchè tra gli azzurri ci sono Calabrò-De Santis e in rossoblu la coppia Damora-Panfi… Quando vi dicono che l’attuale seconda categoria, rispetto a quegli anni, ha registrato un evidente salto di qualità, beh… Siete autorizzati a presentare una denuncia penale.

L’Atletico dà spettacolo sempre e comunque: non vince il campionato 89-90 solo perché trova sulla sua strada uno squadrone pazzesco: la Sancascianese di Ivano e Giovanni Roma, che fa corsa a sè.
E qui, Edoardo fa una smorfia: “Fu una stagione comunque drammatica. Doveva essere una festa, e invece si tramutò in tragedia, per l’incidente d’auto dove morì il povero Antonio Raciti, che era l’anima della Sancascianese. E alla fine, facemmo tutti il tifo per loro.”
L’Atletico Piazze arriva a ridosso dei “cugini”, e viene ugualmente promosso: ha la soddisfazione di espugnare (unica squadra a riuscirci dopo anni di imbattibilità) l’inviolabile “Alberto Goracci”. Un rotondo due a zero, gol di De Santis e Caponera, che calciava punizioni terrificanti.

Ma la stagione non è finita, e riserva l’ultimo, entusiasmante colpo di coda: nella semifinale di Coppa, con i due memorabili scontri con il Lanciotto Campi di Claudio Desolati, e nella finale di Asciano, dove c’è da inaugurare lo stadio che prenderà il posto del glorioso Guglielmo Marconi.
Brilli in porta, Beppe Voci e D’Ignazio coppia centrale, Pifferi e Caponera terzini. Biagi e Malandrino in mezzo e poi, davanti, il “quadrato magico”: Ferraro-Canuti-Calabrò-De Santis.
L’avversario è il Casciana Terme, e si capisce subito che non ci sarà storia: i Pisani la buttano addirittura in rissa, ma il divario è evidente. Basterà l’1-0 di D’Ignazio, con la convinzione di aver toccato il punto più alto di una piccola epopea sportiva.
Così significativa e originale da essere ricordata nel tempo, e da imporre definitivamente a tutto il pubblico sportivo quel paese dal nome curioso.

Arriverà, quindi, anche la Prima Categoria. Senza più De Santis (che se n’è andato a Sarteano) ma con l’arrivo di un portierino promettente: che si chiama Gianni Minocci, e comincia lì una carriera che lo farà attraversare, da protagonista, trent’anni del nostro calcio.
E’ un Atletico che va petto in fuori in luoghi impensabili, come Poppi e Bibbiena, Terranuova e Monte San Savino, aggiungendovi le due storiche vittorie sul Chiusi che avranno un sapore mitologico, quasi da Zeus che mangia il padre Crono. E che convinceranno del tutto Fabio Frullini ad accapparrarsi Calabrò, sul quale costruirà lo squadrone biancorosso degli anni seguenti.

Ma qui, il racconto si ferma, ed Edoardo Saiu decide di offrirmi il caffè.
Gli dico, allora, dell’Atletico più recente: quello di Enzino “Catera” Tosoni, che è figlio diretto di quella lontana epopea, e che nel 2014 vince campionato e due coppe, passando alla storia come Mourinho e il suo “triplete”. Oppure dell’attuale impresa degli azzurri, che proprio sotto la guida di Beppe Ferraro hanno appena conquistato la prima categoria.
Ma suona il telefono, e dall’altra parte c’è un giornalista che sollecita a Edoardo un parere su un libro che è appena uscito e che lo impegna per una buona mezzora.

Nel frattempo, dò un’occhiata alla scrivania di questo fantasmagorico novantenne: c’è un bloc-notes pieno di appunti, il giornale aperto sull’articolo della Lazio (che è il suo vero amore sportivo) e una bella edizione dell’Utopia di Tommaso Moro.
E, sottolineata in rosso, la frase di uno scrittore francese: “La presunzione, unita alla vanità, è, per un ultranovantenne, una corazza imperforabile.”.

Edoardo Saiu.
L’ultimo gentiluomo.

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