LA STRANA STORIA DELLA BOT…CHE CONQUISTÒ IL PARADISO, MA NON CI MISE MAI PIEDE

Il primo problema fu trovargli il nome.
E, subito dopo, l’articolo determinativo che l’accompagnasse nel suo cammino.

“Il Bot”, secondo quelli che ne parlavano da fuori.
“La Bot” se invece venivi da Torrita, e la coniugavi al femminile, che risultava un po’ più affettuoso.
“La Bot”: come fosse la signora che abita nella casa accanto, e ti presta il sale quando ne hai bisogno. E finisci per sviluppare quel tipo di affiatamento tutto chianino, dove (unico luogo in tutta la provincia) si usa ancora l’articolo determinativo davanti al nome proprio femminile.
“La” Maria, “La” Luisa, “La” Sonia.
A differenza della Valdorcia, per esempio, dove l’articolo non è contemplato, e si dice: “Ero insieme a Maria”. Non “alla Maria”.

La Bot, quindi.
Coetanea (o quasi) dell’AC Chiusi: sorella maggiore di Vigor Chianciano e Asinalonga, Frontiera, Sporting Poggibonsi, Città di Chiusi e tutte le cosiddette “seconde squadre” che nascono qua e là per i motivi più diversi. Destinate ad un’aspettativa di vita che, dopo l’entusiasmo iniziale, quasi mai supera i cinque-dieci anni.
Mentre la Bot quell’entusiasmo non lo perse mai, nonostante la modestia dei risultati. E proprio lì dentro è racchiuso il senso di quello che, dopo vent’anni, passa alla storia come un piccolo, ma autentico miracolo sportivo.

Ma non si può cominciare del genere senza la presenza di Claudio Dringoli. Il mirabolante “Papino” (perchè Torrita è una specie di festival del soprannome) che per la Bot fu veramente tutto: fu ostetrica, al momento della nascita, e fu prete con l’estrema unzione, il giorno che ne fu celebrato il funerale.
E con lui Enzino Monami, Adriano Cherubini, il Felici, il Saletti, Nico Tinghi… Tutta gente in gamba; uomini notevoli, abituati fin da subito a risolvere problemi. Ed il primo a presentarsi fu addirittura all’atto di iscrizione, quando la Federazione trovò subito da ridire su quell’AC Torrita che avevano scelto come denominazione ufficiale del neonato Club.
“Bisogna aggiungere qualcosa… Così non lo fanno passare”, dissero da Firenze.
“Bot. Fu la prima parola che mi venne in mente…” racconta il Papino. “… Senza nessun significato oscuro. Bot, inteso proprio come buoni ordinari del tesoro. Che con il pallone non c’entrano niente.”
E nacque così, ufficialmente, l’AC BOT Torrita. In un centesimo di secondo.

Ma il paese è piccolo, e la gente mormora. E questo stranissimo “Bot” (si dice) sarebbe, in realtà, nient’altro che l’abbreviazione di “Botarelli”: la nota famiglia di mobilieri che ha la sua attività proprio a Torrita.
Il Papino scuote la testa: “Magari fosse stato così… Avremmo avuto un bel po’ di spalle coperte. Invece eravamo poveri; figli di un calcio che non aveva ancora conosciuto il boom, e le esagerazioni, degli anni ottanta e novanta.”
Nessuno, in casa Bot, prende una lira: e le maglie da gioco sono un gentile omaggio del maglificio Primetto Bastreghi, dove l’unico filato disponibile, al momento, è uno scampolo color vinaccia.
Nasce così, abbastanza casualmente, il bellissimo amaranto-cremisi che accompagnerà per sempre la Bot.
Che si iscrive alla terza categoria 1979/80, facendo la conta degli abili e arruolati. E’ una squadra di Torritesi, come si evince dagli immancabili soprannomi: Clode e il Vannuzzi, Giulianino e Puccio, Scalabrino e Sciamega. Soprattutto, sono gente di sciabola, più che di fioretto, come impongono quei tempi avventurati… Gli unici “lussi” che ci si concede sono Tiziano Bianchini, l’allenatore bambino, e Paolino Cassioli, che gioca in punta di piedi.
Intanto, l’esordio è una batosta; 5-2 con il Super Pienza di Lodovichi e Dario Mazzetti, mitigato sette giorni dopo dalla vittoria con l’Abbadia allenata da Sergione Fedi. Gol di Roberto Roghi e Cassioli, che segna da centrocampo.
Sarà un campionato drammatico, quello: che si decide all’ultimissima giornata nel fango dell’Armando Picchi di Petroio: Pienza promosso, poi l’Acquaviva dei fratelli Mariani e terzo il GS del grande Fulvio Benvenuti. La “matricola” Bot è ufficialmente entrata nella geografia del nostro calcio: non è stata la protagonista assoluta (e non lo sarà per altri sedici, lunghissimi anni) ma è lì, e bisogna comunque farci i conti.

Due anni dopo, arriva anche il derby: il Comunale di Torrita è stracolmo di curiosità per la prima stracittadina della storia che mette di fronte l’US del Professor Mencarelli contro i fratellini piccoli in maglia amaranto. La gente si aspetta un massacro calcistico, e invece viene fuori l’impresa da leggenda: gli azzurri assaltano il fortino e vanno in vantaggio con Marco Capecchi, la Bot pareggia con Roghi e poi si mette in difesa, trascinata da Giulianino Bracciali che gioca, da libero, la partita della vita. Finirà con un 1-1 che profuma quasi di vittoria.
Al ritorno ancora 1-1, con l’US salvata in extremis dal rigore di Primo Salvietti, il “marine” con la faccia da Indio: la Bot ha tenuto, e adesso può alzare lo sguardo, come Jack La Motta davanti al divino Ray Sugar Robinson… “Ehi. Non sei riuscito a buttarmi giu.”
Rimarranno, quelle, le uniche imprese nei derby. Da lì in poi, se ne giocheranno altri quattro: ma vincerà sempre l’US.

Nel frattempo, la Bot ha voglia di costruire, e
organizza un settore giovanile in miniatura.
Sono i bambini nati nel ’70, ancora troppo piccoli per essere accolti nei ranghi dell’US, e che avranno il proprio battesimo calcistico proprio con la maglia amaranto, alla celebre Coppa Cresti del 1981, nella parrocchia dell’Alberino.
Alcuni di quei ragazzi prenderanno presto il volo per la Tuscar Canaglia, che all’epoca ha un vivaio floridissimo, e il più promettente di tutti (il portiere Luca Rosignoli) finirà addirittura alla Fiorentina.
Trasferiti nel Campionato Allievi (1983) i ragazzi della Bot faranno secondi assoluti nel Girone Provinciale di categoria, dopo una bella lotta con la fortissima Sinalunghese.

Sono anche gli anni della partecipazione al torneo di Bettolle, dove gli amaranto si presentano come squadra da battere in almeno un paio di edizioni.
La Coppa Tempora non avrà più l’appeal degli anni settanta, ma rimane il trofeo di più assoluto prestigio della zona. Nel 1984 la Bot assolda Massimo Bianchini e Fabrizio Bennati, che sono due Torritesi doc, e si svena letteralmente per il bomber Antolovic e soprattutto per Franco Nanni, Campione d’Italia dieci anni prima con la Lazio di Maestrelli.
La Bot è un rullo compressore, e finisce per vincerle tutte: fino a quando non si mettono in mezzo i soliti, dispettosi Bettollini, che si sono trasferiti in massa nel Pozzuolo Umbro di Lamberto Magrini. La semifinale è addirittura drammatica, e la risolve una legnata di Roberto Capitani, che risulterà decisiva per spedire a casa i favoritissimi amaranto.
Che fanno fagotto, ma si consolano con la percentuale d’incasso: novecentomila lire, perché quando gioca la Bot lo spettacolo è garantito. E c’è sempre il pienone.

Ma il calcio sta cambiando. I soldi hanno preso a girare vorticosamente, ed ogni anno si bruciano cifre impensabili.
La Bot non va mai oltre i propri limiti, e in classifica si trova costantemente nella colonna di destra, che è la zona meno nobile: “Qualcuno ci guarda con sufficienza –osserva il Papino- però, siamo l’unico Club della provincia che non ha una lira di debito. Ed i primi a versare la tassa di iscrizione per la nuova stagione.”

Fino a quando, nel ’97, il vento cambia: e su quel piccolo, romantico Club si posano finalmente gli occhi dei Botarelli… Proprio quella famiglia che (ricordate?) era stata erroneamente accostata alla Bot, al momento della nascita.
Ci sono voluti diciassette anni, ma il cortocircuito è evidente: lo si nota dal crescente interesse che suscita, adesso, quella maglia amaranto. Anche in chi, fino al giorno prima, mostrava bellamente di snobbarla.
Si apre una stagione del tutto nuova, per la Bot. Una specie di “New Deal”, affidato al povero Paolo Giustarini, che proprio in amaranto vivrà la sua esperienza tecnica più bella.
Paolo (che morirà giovane, nel 2010) è un tipo sanguigno ma dal cuore d’oro, come tutti gli Ascianesi. Ha un’aria da guascone che non sfigurerebbe in un film di cappa e spada, però conosce il calcio: e si merita un po’ di quelle soddisfazioni che l’ambiente gli ha spesso negato.
Il progetto Bot gli capita nel momento giusto, e lui si getta anima e corpo nella sua costruzione: non sarà un drago nel gestire lo spogliatoio, il buon Paolo, ma gli uomini sa sceglierli eccome. E infatti si porta dietro Daidone, Maccari e Diego Guerrini, che saranno decisivi.
Il primo anno è un mezzo flop, ma la stagione successiva comincia il raccolto; ed arriva (per la prima volta nella storia) la partecipazione della Bot ai playoff. Persi nel doppio confronto con il Ponte d’Arbia, nonostante la costosa smargiassata di tesserare a gettone il famoso Maurizio Restelli, che ha giocato nella Fiorentina. Ma che ha ormai 37 anni, ed è praticamente inservibile.

Si arriva quindi al 99/2000, e preparatevi ad una vera e propria stagione teatrale.
Che contemplerà Eros e Thanatos, come nel “topos” più classico… E vedrà, contemporaneamente, la gloria e la morte; l’urlo della vittoria e il canto del cigno.
Il campionato parte una favorita d’obbligo: il Roma Club di patron Dino Buzzegoli, che ha la testa di Claudio Casini in panchina e le magiche mani del leggendario Duilio Francioni, nel lettino scaldamuscoli.
La Bot ha cambiato manico: via Giustarini, è arrivato Fabrizio Bennati che imposta subito la squadra su criteri pratici ed efficaci. Luca Nardi in porta e difesa a tre con Paradossi, Daidone e… Giacomo Grazi. Proprio lui, l’attuale Sindaco di Torrita, che in virtù di quella performance entrerà a far parte dell’esclusiva “Banda dei Quattro”: ovvero, i quattro sindaci-calciatori che, in carriera, hanno vinto almeno un campionato (Grazi, appunto, poi Fabrizio Fè con il Pienza 79, Andrea Marchetti con il Cetona ’91 e Roberto Machetti con la Voluntas ’94).
C’è Guerrini, che è un’autentica iradiddio nella fascia destra, e dall’altra parte viene reinventato quel cavallone di Mirko Pasquini. Centrocampo di lotta, più che di governo, con il magistero del vecchio Maccari, la corsa di Mirko Fè e la misura di Pino Cicerone (o di Biagi). In attacco, Bennati plasma una coppia tascabile, tutta tecnica e inventiva: Luchino De Nisco, capocannoniere con 19 gol, e Picio Machetti, il biondo della Val d’Asso che sembra il Chino Recoba (12 centri per lui).

La svolta arriverà a dicembre, con due episodi che risulteranno emotivamente determinanti.
Il primo, è l’imminente cessione di Grazi, che ha ricevuto offerte irrinunciabili: il secondo, è il serio infortunio a Luca Nardi, che di fatto chiuderà lì la sua carriera.
Ma la Bot non è più il Club un po’ naif al quale eravamo abituati: stavolta la dirigenza fa quadrato e dà un segnale forte. Tanto per cominciare Grazi non si muove, mentre da Sant’Albino arriva il portierino Neri che risulterà decisivo in più di un’occasione.
Da lì in poi, la squadra sbaglierà poco o niente. Perderà male a Vivo d’Orcia (4-5), ma batterà il Roma Club (3-1) e compirà una vera impresa a Vescovado, con la punizione di Machetti al 90’ che varrà il prezioso 2-1.

La spunterà, alla fine, il Roma Club: nell’ultima, turbolenta giornata dentro il catino ribollente di Piazze, dove sarà decisiva la doppietta di Massimo Pascuzzo.
I playoff, invece, saranno la solita lotteria: alla Bot tocca il Sant’Albino, comodamente impallinato con un complessivo 6-2, mentre dall’altra parte ci mettono lo zampino le streghe, e finisce con il favoritissimo Cetona che viene clamorosamente messo alla porta dal Vescovado.
L’epilogo è cosa nota.
E’ il 16 Aprile 2000: si gioca al Sonnimini di Serre, davanti al pubblico delle grandi occasioni che vuol vedere il ventennale sogno della Bot che stavolta si farà immancabilmente carne.
E’ un verdetto che, in pratica, è già scritto nelle stelle: la partita è bruttina, e si chiude sullo 0-0, ma c’è il vento della storia che soffia nella direzione di Bennati e dei suoi ragazzi. Che ai rigori sono dei cecchini infallibili, e portano infine la Torrita amaranto in seconda categoria. Là dove, nella sua ventennale storia, non aveva ancora messo piede.

Ma è proprio qui che arriva, paradossalmente, anche la fine di questa strana, romantica storia sportiva. Dolce e amara: perché la Bot ha sì raggiunto la terra promessa, ma il piede non ce lo poggerà mai.
E la sua storia finisce proprio lì: nell’estate del 2000. Senza l’agognata iscrizione alla seconda categoria: come se il traguardo raggiunto avesse improvvisamente svuotato l’ambiente di ogni interesse.
E così, dopo venti anni esatti, L’Ac Bot Torrita si scioglie.

Vincere, e poi morire.
O meglio, come dicevano i saggi cinesi, “Possa il viaggio essere la tua ricompensa”: perchè le emozioni delle quali bisogna far tesoro sono proprio quelle che abbiamo vissuto durante quell’itinerario. Lungo o corto che sia.
E la parabola di quella squadrina color amaranto, che smette di giocare proprio quando ha cominciato a vincere, ci regala una lezione niente male.

Che il risultato non è tutto, intanto.
A volte, anzi, è la parte più trascurabile della storia.

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