Ho un ricordo lontano del Dottor Fino Fini, che si accomoda in panchina, insieme a Valcareggi….

Un “Medico Sociale” non andava in prima pagina della Gazzetta, a quei tempi.
Nemmeno se era il “Medico Sociale” della Nazionale azzurra.
Al massimo, si meritava la citazione nell’album delle figurine: in fondo alla pagina, però. Insieme agli “altri giocatori” (che non scendevano mai in campo) e a quell’elenco di figure anonime che sortivano lo stesso effetto di quando, alla messa del Corpus Domini, il parroco cominciava a snocciolare tutti i nomi di quelli che si erano dati da fare per l’infiorata e la processione.
Ma a noi non interessava mica chi fosse il cassiere del Milan, o il segretario della Juve… Ci sembrava roba triste e burocratica, come le riunioni della Venerabile Confraternita, dove ogni volta si rimpallavano le cariche ed era un continuo rassegnare le dimissioni irrevocabili: ma poi non c’era nessuno disposto a sostituirli.

Incuriosiva il nome, semmai.
Fino Fini.
Quasi uno scioglilingua. Perfetto, poi, per canzonare qualcuno troppo secco (o troppo grasso): perché il nome di uno sportivo si prestava anche a questo giochino innocuo, in quegli anni. Che se uno non arrivava al metro e sessanta era il ciclista “Rudi Altig”, e se invece alzava un po’ troppo il gomito era “l’arbitro Trinchieri”.

Fino Fini era un nome ricorrente, e stimato.
La stima incondizionata che in paese si riserva ad un medico, che è tra i pochi a meritarsi il “lei” (insieme al Maresciallo, al maestro e al parroco): e figuriamoci se tra i suoi pazienti, quel medico annoverava Mazzola, e Rivera.

Ho un ricordo lontano del Dottor Fino Fini, che si accomoda in panchina, insieme a Valcareggi, e poi a Bernardini e a Bearzot nelle notturne dell’Eurovisione: in quei paesi del nord o dell’est Europa dove pioveva sempre, o faceva un freddo cane.
E di quando venne fuori la storia della “Carnetina”, che qualcuno volle far passare per una droga potentissima, e solo grazie a quella avevamo vinto il Mondiale dell’82.
Che poi si accorsero di averla detta grossa, e ripiegarono sulla famosa combine con il Camerun… Tutto pur di infangare l’unica cosa bella che aveva prodotto la nostra Nazionale negli ultimi cinquant’anni.
Perché noi Italiani, a volte, siamo fatti così.

Poi un bel giorno che in giro non c’è nessuno, e il cielo promette pioggia, mi capita di trovarmi casualmente dalle parti di Coverciano. E forse vale la pena di andare finalmente a dare un’occhiata a questo Museo del Calcio, dove custodiscono la Coppa del Mondo, la maglia del Grande Torino e la famosa Olivetti 62 appartenuta a Gianni Brera.
E non vi nascondo che tra tutti quei cimeli, una delle cose più belle di quel Museo fu proprio il suo “custode”. Un signore affabile, paziente ed educatissimo che sorrideva come un nonno, e ogni tanto tirava fuori qualche aneddoto che riguardava Benetti, Anastasi o Gigi Riva.
“Ma lei è Fino Fini!”, esclamai.
Rimanendo colpito dal garbo e dalla modestia di quel Signore oggi che anche l’allenatore in seconda del Badia a Ruoti si dà un sacco d’arie, e guai se non lo chiami Mister.

Mi accompagnò alla porta che faceva buio, ed era sopraggiunto l’orario di chiusura. L’ingresso al Museo costava cinque euro, e siccome non gli avevano recapitato il blocchetto dei biglietti, mi rilasciò un foglio scritto di suo pugno: “Ricevo Euro 5 per N.1 ingressi eccetera eccetera….”.
Proprio come avrebbero fatto Lia, Anna e Concetta. Beppe e Lello, che ogni giorno si danno da fare per tenere aperto il Museo della terracotta del mio paese.
E che sono, come il Dottor Fino Fini, delle gran brave persone.

Ti sia lieve la terra.