BRUNO MUGNAI: L’UOMO CHE FA VOLARE LA SINALUNGHESE

Occhi blu, capelli neri. 
Come quel famoso libro di Marguerite Duras, grande scrittrice francese.
Sugli occhi blu, garantisco. 
Sui capelli neri, mi astengo.

“Tintura”, lo chiamava “Calciocapace”, il più noto (e divertente) fustigatore del calcio toscano che dal web lanciava, ogni settimana, i suoi strali contro tutto l’universo dei dilettanti. 
“Nella lontana, sperduta Valdichiana riconosco due eccellenze assolute: Tintura, e i programmi sportivi di Tele Idea”, scrisse una volta. Era un sorprendente, graditissimo appeasement di fronte al mondo, e così mi affrettai ad inviargli un’e-mail piena di deferenza. 
Mi rispose qualche giorno dopo, scrivendo più o meno: “Non sono tipo da complimenti, e quindi non ci fate la bocca. Intanto, avvertite Fani, Calveri e soprattutto Tintura che tra due mesi lotteranno per non retrocedere. Distinti saluti.” E nemici come prima.

Era il 2017, l’anno della cavalcata verso la serie D, e la Sinalunghese era effettivamente partita a razzo: otto vittorie nelle prime dieci partite, ma Giannelli “Calciocapace” non si fidava: “Arriveranno a Roma, e come al solito non vedranno il Papa. Forse si fermeranno a Centocelle.”.
Erano anche gli anni, infatti, della nuvoletta di Fantozzi; che incombeva sul cielo rossoblu quando era il momento decisivo per i playoff… E la costante era che la Sinalunghese ne rimaneva sistematicamente fuori per un’inezia: una volta a Porta Romana, beccando due gol nei minuti di recupero, e poi a Foiano, all’ultima giornata, contro gli amaranto già retrocessi.

Bruno Mugnai, adesso, ci ripensa e magari sorride.
Sono passati pochi anni; da Foiano, dalla nuvoletta e da “Calciocapace”. Ma il Club ha cambiato pelle, ed è entrato in un’altra dimensione. 
Si è tolto di dosso quell’aria provinciale, e vagamente rassegnata, di chi non alza mai l’asticella, e ha registrato un clamoroso salto di qualità. Ed è anche per quello che Bruno, insieme a Massimo Grotti, si è battuto come un leone per il ripescaggio in serie D: per tornare in quella categoria che, fino a qualche anno fa, incuteva terrore al solo nominarla.

Ma abbiamo imparato che i silenzi di Bruno Mugnai sono più timidezza, che diplomazia. 
Figli diretti di un calcio dove si parlava poco, e la vittoria della Sinalunghese rimaneva circoscritta al Bar Lo Sport (che adesso non esiste più) e al bandierone rossoblu che veniva tirato fuori in caso di vittoria: al massimo, le striminzite righe che ti concedeva La Nazione, e solo il lunedi. 
Mentre oggi è una continua fioritura di influencer, followers e social network, e tutti sono diventati personaggi: anche uno come Bruno, che è l’antipersonaggio per eccellenza. E se scattano una foto, fa un passo di lato per evitare l’inquadratura. 

Le fotografie della sede ci parlano di un calcio in bianco e nero, e di campioni lontani. In una, si vedono Federico Moscadelli e Alfiero Brandini, e Bruno si illumina: “Due giocatori incredibili. E dopo di loro venne Fritti, dal Valdarno, che era un altro fenomeno… Ma guai a vivere di ricordi, perché il calcio è evoluzione e progresso. E quello che valeva venti, dieci anni fa, oggi potrebbe non avere più senso.”. 
E lì dentro c’è tutto il Bruno, imprenditore della “Mugnai e Falciani”, che in Valdichiana è una realtà importante; l’uomo curioso che con la tecnologia, e il continuo aggiornamento, ci lavora ogni giorno. E sa che da quello dipende il successo di un’azienda, o di una squadra di calcio,
Forse è per quello che, nell’impeto di guardare avanti, ogni tanto salta qualche nome: e allora lo corregge Egidio Antonini, che invece ha una memoria poderosa. Oppure Massimo Buracchi, che di Bruno è una specie di delfino, e ne condivide da anni la passione messianica per la Sinalunghese: così forte da rasentare l’intransigenza di una regola monastica. 

“Il Richelieu del calcio in Valdichiana”, lo definì un giorno il grande Andrea L’Abbate, dell’Almanacco del calcio. Richelieu per causa forza maggiore, direbbe Bruno… “Perché tutti vorremmo avere la forza di un Renato Vagaggini, che quando alza la voce dentro uno spogliatoio non vola una mosca. Alla Sinalunghese, invece, le cose bisogna risolverle in un altro modo…” .
Sorride pudicamente, poi continua: “… Sapessi quanti litigi abbiamo ricomposto davanti ad una pizza. Senza pugni sul tavolo, e confidando nella qualità del gruppo e dei suoi componenti, che sono sempre stati il valore aggiunto, e la nostra vera forza.”.
E’ grazie a Bruno che prende forma il calciatore cosiddetto “da Sinalunghese”: più cuore che portafoglio, bravo di piedi, ma soprattutto di testa. Legato a doppio filo ad una maglia, e ad un ambiente, dal quale il distacco, poi, risulta sempre doloroso. 
“Quando hai un gruppo come il nostro, bisogna intervenire con la precisione di un bisturi, e scegliere con grande attenzione… Io, per esempio, prima di prendere un calciatore, parlo tantissimo con chi ci ha avuto a che fare: dirigenti, allenatori, compagni di squadra, gente della quale mi fido. E se tutto combacia, non si prendono quasi mai fregature… Guarda cosa abbiamo tirato fuori da Menchetti, o da Pietrobattista, per esempio.”

E’ orgoglioso, Bruno, dei rapporti eccellenti con tutto il calcio toscano: “La Sinalunghese, negli ultimi anni, ha guadagnato un prestigio altissimo. Ma il merito non è mio, bensì di un gruppo che si basa esclusivamente sul volontariato… Il magazziniere, il segretario, il cassiere, gli addetti al bar, o alla cucina, nessuno di noi prende un soldo. In pratica, siamo l’unico Club, ad un certo livello, che non ha gente a libro paga. E questa cosa, nel calcio di oggi, manda molti colleghi fuori di testa, perché sembra impossibile”.

Ci sono mille storie di football nella palazzina del Carlo Angeletti che accoglie la sede sociale, proprio sopra gli spogliatoi.
C’è la foto del vecchio Presidente Ezio Giannini, in una posa che ricorda vagamente i famosi “sensali” da Fiera alla Pieve di tanti anni fa; l’amichevole con la Fiorentina di Batistuta, organizzata grazie a Rosy Bindi, che convinse l’allora Presidente Vittorio Cecchi Gori. E poi, la famosa partita con il Bettolle, nel 1989, quando lo stadio si riempì di un pubblico mai più visto: una vittoria che fu la chiave di volta per la promozione in prima categoria. Ispirata da Remigio Longaroni in panchina e, in campo, da due grandi cervelli come Luca Bui e Claudio Rossi Paccani.
Bruno Mugnai sorride: “L’arbitro arrivò a chiederci i negativi delle foto, perché era convinto che a casa non lo avrebbero creduto. Effettivamente, una partita di seconda categoria con tutta quella gente andava oltre ogni immaginazione… Solo con il Pomezia ho visto un pubblico così numeroso. ”.

E gli allenatori? Lo incalzo. Bruno fa mente locale, e trova la solita parola buona per tutti. Per Fani (“un professionista”) e per Neri (“bravissimo, e sempre aggiornato. Come piace a me.”). Per tutti quelli che sono venuti prima, e che si perdono ormai nella memoria: come il grande Monguzzi, che veniva dal Siena, o Dalmonte, che faceva ascoltare Beethoven ai calciatori. E poi Galasi, Tognoni, Mannucci.
Loris Beoni, naturalmente. 
Che a Sinalunga ha lasciato un ricordo indelebile, a cominciare dalla spettacolare stagione “della rincorsa”: è il 2000-2001, e la Sinalunghese si appresta ad un mesto ritorno in Promozione, dopo aver girato ultimissima, a Natale, con otto punti in classifica. Poi, nel ritorno, la squadra cambia improvvisamente marcia, e comincia a macinare gioco e punti. E alla fine si salva in carrozza, con il gol di Danielone Vilucchi, a Castiglion Fiorentino, che evita persino i playout.
A vent’anni di distanza c’è gente convinta che non si è più vista, né mai si vedrà, una Sinalunghese come quella di Loris Beoni. Con quell’offerta di gioco, che per almeno metà campionato la pone all’altezza della grande Sansovino di Maurizio Sarri, dominatrice assoluta del campionato. E che al Carlo Angeletti finisce per batterci la zucca, abbattuta dal gol di Giacomino Benocci.
C’è chi giura che il feeling tra i due grandi tecnici aretini sia sbocciato proprio quella sera. 
“E Caroni? Parlami di Caroni.” Lo incalzo.  
Lì, Bruno Mugnai alza le braccia, in segno di rispetto: “Carlo rientra in un’altra categoria, che è quella dei maestri. Lui sì che avrebbe diritto ad un articolo come questo…”.

Per Bruno, l’allenatore è (fuor di retorica) l’uomo che sta al centro del cosiddetto “progetto”. Che deve valorizzare la squadra, e darle un corpo e un’anima: possibilmente fino al termine della stagione, perché a Sinalunga non sono abituati agli esoneri in corsa. 
“Poi arriva anche la necessità di cambiare, e in genere si tende ad attribuirne la responsabilità allo spogliatoio, o alla cosiddetta piazza… -è la teoria di Bruno- … Ma spesso avviene anche l’esatto contrario. E può succedere che sia l’allenatore stesso, dopo qualche anno, a manifestare insofferenza verso l’ambiente. ”

Le foto alle pareti testimoniano la storia di un Club che si pone tra i più importanti in assoluto dell’intera Toscana: dalla A di Claudio Arrais alla Z di Roberto (Di) Zappalorto, scorre la galleria dei calciatori più formidabili visti in Valdichiana negli ultimi cinquant’anni. “Ne manca uno, che avrei fatto carte false per portare da noi: il Dottor Massimo Maccari… Ma all’epoca, mettersi in concorrenza con il Foiano era impensabile. Più di recente, Alessandro Monaci.” 
Ovvio che uno come Bruno Mugnai, se solo ne avesse voglia, potrebbe intrattenere con mille aneddoti: come quando Fabrizio Ciucarelli tira fuori la carta d’identità, e alla voce “professione” c’è scritto “calciatore”. “Fu la prima volta che vidi una cosa del genere… E ammetto che mi fece una certa impressione.” 
O la storia (risaputa) di Francesco Fabbro, il bomber che il Palermo lasciò in pegno al Ristorante da Tonino a saldo di un conto che non aveva i soldi per onorare. “Fabbro era un calciatore fantastico. Per lui, andammo alle buste con il Cortona… Fu la prima, e unica volta che ci successe. E lo prendemmo per una decina di milioni di lire.”.
E a quel punto, brilla l’orgoglio del Sinalunghese, che ha visto in maglia rossoblu tutti i bomber più celebrati degli ultimi cinquant’anni. 
Lele Corradi, che era fortissimo di testa, e Antonio Papa. Damora, preso dalla Colligiana per otto milioni (insieme ad Aiazzi) e il fenomenale Lele Panfi, che finiva nei temi dei bambini della scuola elementare. Bernacchia, così intelligente che dovevi sempre anticiparlo, per non dargli il tempo di pensare la giocata. Spataro, specialista di quello che in Spagna chiamano “olfato de gol”, e recordman assoluto per reti segnate. Vasseur, Lucatti e Pluchino, che ha ballato una sola (anzi mezza) estate.

Ma non sperate in amarcord, classifiche “all-time” o “squadre ideali“, alle quali Bruno si dimostra abbastanza indifferente. Il passato lo interessa, ma solo nell’ottica degli errori commessi e dai quali, possibilmente, bisogna imparare qualcosa. Il realismo lo tiene ancorato sul presente, la lungimiranza lo proietta nel futuro… Ed è lì, in fondo, che viene fuori tutta la stoffa del manager, nel senso più completo del termine.
E allora, c’è una parola buona per Ciro Damora (“che torna ad allenare, e sono contento”), per Michele Spataro (“fisicamente è in formissima, e ha messo su una gran barba da profeta”), e per Giacomo Lucatti, che ha seriamente rischiato di trovarselo davanti, da avversario, con la maglia del Siena.
E lo avrebbe applaudito sinceramente, perché Jack rappresenta qualcosa di speciale nel suo cuore. Lui, Dario, Fede, Monta, Lore, Tony, Nicholas… Tutto lo zoccolo duro del gruppo che conquistò la serie D: l’impresa più leggendaria di tutta la storia della Sinalunghese. Destinata a rimanere tale per chissà quanto tempo.

Richelieu, Talleyrand, “Il Diplomatico”, “L’eminenza grigia”, “Il Cardinale”… La stampa (e non solo il grande “Calciocapace”) si è sbizzarrita con Bruno Mugnai. 
Che però, visto da vicino, è soprattutto una persona semplice, e schiva; e proprio questo ne ha fatto il dirigente sportivo più bravo del nostro calcio, e uno tra i più stimati, e considerati, dell’intera Toscana.
Glielo riconosce anche il suo grande amico Renato Vagaggini, con il quale va d’accordissimo, e dal quale lo separa una differenza “geografica”. 
Perché Renato viene dalla montagna; è ghiaccio, neve e vento, talvolta sotto forma di uragano, o di tormenta.
Almeno quanto Bruno è la tranquillità della pianura, con la nebbia e la stazione: il mercato del martedi, la Coop e la Foenna. E scorci suggestivi: come quello di Scrofiano, visto dalla superstrada. O Sinalunga Alta, vista da Via Piave, all’altezza dello stabilimento Capaccioli e della palazzina che stanno costruendo accanto al Supermercato Gala.
Panorami che non fanno nulla per farsi notare. Eppure sono bellissimi.

Sorride, Bruno, mentre la sua Sinalunghese si prepara alla serie D, e alla prima sfida ufficiale con il Siena. 
Roba impensabile, solo una decina di anni fa. Ma il mondo (e il calcio) continuano a correre, e l’errore più grande è proprio quello di dare troppa importanza ai ricordi: anche se hai tutte quelle fotografie attaccate alle pareti.

Ed è questa, in fondo, la lezione più preziosa di Bruno Mugnai. 
Il Grande Tessitore del nostro calcio.