LA NOSTRA ITALIA-GERMANIA 4-3. 4 MAGGIO 1997 – LO SPAREGGIO CHIUSI-CHIANCIANO

“La partita del secolo”.
All’epoca fu battezzata così.

Una roba da lapide, come allo stadio Azteca di Città del Messico: perché l’importanza storica di quello spareggio non sfuggì a nessuno. Come la cometa di Halley, che passa una volta ogni mille anni.
Soprattutto, non sfuggì la particolarità dell’evento, che prese le due squadre più importanti degli anni novanta, e le piazzò davanti ad un finale cinematografico, come “Highlander”. Dove si combatte l’ultimo duello a colpi di spada, finchè “ne resterà soltanto uno”.

E fu l’Italia-Germania 4-3 del nostro calcio: che mise di fronte i due Club più celebri (con il San Quirico di Tintisona) dell’intero decennio… La Virtus Chianciano, con l’età dell’oro di Mario Naldi e poi la clamorosa epopea in Serie D, intervallata dalla stagione boom, in Eccellenza, con “il Mitico” Renato Villa.
Il Chiusi, con il doppio salto dalla prima categoria all’Eccellenza, con una squadra diventata filastrocca (“Augero-Baglioni-Galli…”) e poi un’infornata di campioni assoluti che avrebbero colorato per anni le fantasie biancorosse: Peruzzi-Calabrò, d’accordo, ma anche Marco Panella, e Beppe Olimpieri. Magi, Renzoni, Migliorini (che rinviava fino all’area di rigore avversaria) ed Enrico Bigonzino, bulldog azzannapolpacci del centrocampo.

Chianciano e Chiusi arrivarono, in quel 1997, davanti ad un bivio decisivo, e non ci volle molto a capire che l’esito di quella drammatica partita avrebbe condizionato il futuro dei Club, se non addirittura la loro stessa sopravvivenza.
La Virtus aveva ormai perso per strada quasi tutto l’entusiasmo dei suoi anni più folli: Ugo Cardia era “l’ uomo solo al comando”, alle prese con una fronda cittadina che gli aveva creato sotto il naso una società concorrente. E che, a cominciare dal nome (Vigor Chianciano) era apparsa una specie di sberleffo.
A Chiusi, il Presidente Dalbello (e Nario Meacci) avevano intrapreso un’opera di ridimensionamento, con particolare attenzione alle casse societarie, che le precedenti stagioni avevano portato sotto il livello di guardia.

Ma per parlare della “partita del secolo” bisogna cominciare dall’antefatto, ovvero l’ultima giornata di quel campionato di Eccellenza che arriva domenica 21 aprile 1997.
La stagione l’ha dominata il Castelfiorentino di Ennio Pellegrini (il libero con i baffi della Fiorentina di Antognoni), ma resta molto incerta in coda, dove i playout non sono stati ancora inventati.
Il Tegoleto e lo Scandicci hanno un piede e mezzo nel baratro, ma è tutto aperto per il terzo, e ultimo, posto che vale la retrocessione: sono almeno in cinque a tremare, e tra queste ci sono il Chiusi e la Virtus Chianciano, che vi arrivano però con stati d’animo diversi.

I biancorossi hanno dilapidato un patrimonio di punti, e sulla panchina hanno appena piazzato Andrea Baglioni; che sta facendo mirabilie con la sua squadra Juniores, e prende il posto dell’esonerato Marco Proietto.
La Virtus vive la stagione più difficile degli ultimi trent’anni. Cardia sente il pavimento che scricchiola sotto i piedi, ma confida nella sua buona stella: in più, ha preso gusto con i colpi ad effetto, come quello del Mitico Villa, che gli danno visibilità a livello nazionale. Così, ripropone lo stesso numero, ed il coniglio che fa uscire dal cilindro è Gianluca De Ponti, che arriva a metà stagione a sostituire il deludente Bracchini.

Ma “Gil” De Ponti non assomiglia nemmeno lontanamente al Mitico Villa, che arrivava con la Mercedes ultimo modello.
Come curriculum gli sarebbe addirittura superiore, ed i suoi trascorsi tra Cesena, Avellino, Bologna e Sampdoria gli hanno dato grande notorietà; ma la vita ha anche i suoi rovesci, ed il Gil che si presenta a Chianciano non è più il campione delle figurine Panini.
E’, invece, un uomo un po’ stralunato, che guida una scassatissima Volkswagen Polo di terza mano e sta cominciando la lunga, difficile battaglia contro una malattia che, tra errori medici e altro, finirà nelle aule del tribunale.
Abita in Valdarno, e né lui (né la sua automobile) possono garantire al momento più di due viaggi settimanali: così, la gloriosa Virtus si trova ad affrontare la fase più delicata della sua storia con un regime di allenamenti da squadra del sabato amatoriale.
Ma il miracolo, incredibilmente, accade: e quella Virtus ormai spacciata riesce a mettere insieme un clamoroso filotto di vittorie che gli consentono di agguantare, in quel fatidico 21 aprile, il treno delle avversarie.

Ma l’ultima giornata è pur sempre l’ultima giornata, anche nel 1997.
Le quattro pericolanti, manco a dirlo, vincono tutte… Il Lanciotto Campi fa fuori la Cerretese e l’asfittico Certaldo (che ha il peggior attacco del girone) ne rifila tre alla Figlinese, che ha la difesa meno battuta dell’anno. E d’altronde il Chiusi vince 4-2 a Firenze Ovest, con la tripletta di Calabrò, che è tornato in biancorosso dopo la parentesi Pianese. Mentre il Chianciano batte il San Quirico all’85, ed il gol è di Gabriele Paffi. Che viene da Pisa, assomiglia al batterista degli Who ed è amicissimo del grande Gerry Cavallo.

Le quattro, ineffabili terzultime piombano sul filo di lana a 32 punti, ma la classifica avulsa ne può salvare solo due. E disgraziatamente, non sono le nostre.
Trenta giornate, 240 partite e più di ventimila minuti giocati non sono bastati ad evitare la temutissima congiunzione astrale, che puntualmente si verifica: la pallina della roulette si ferma sullo zero e scrive la sentenza: spareggio tra Chiusi e Chianciano, allo stadio Bruno Bonelli in Montepulciano.

Nasce così la leggenda della “Partita del Secolo”, e la Federazione invierà a dirigerla il suo arbitro più promettente; un giovanotto di ventitre anni che si chiama Gianluca Rocchi e diventerà un giorno, con 263 direzioni, il recordman di presenze in serie A, dopo il leggendario Concetto Lo Bello.
Il pomeriggio è caldo, ma non infernale; il pubblico ha una leggera prevalenza viola, che per l’occasione ha rispolverato il glorioso striscione “Indians”, testimone dei tanti successi negli anni precedenti. Quelli di Chiusi sono in minoranza, ma fanno più rumore.

Gil De Ponti (squalificato) imposta la Virtus come il Parma di Nevio Scala, che in quegli anni ha inventato la difesa a tre ed è l’allenatore del momento. Carmelo Genovasi ne è il regista arretrato (Minotti), Orso Canapini e Guitarrini sono Grun e Apolloni, i due marcatori, ma la vera chiave tattica sta nei due esterni, che devono essere protagonisti in difesa e in attacco: nel Parma sono Benarrivo e Di Chiara, che diventeranno celebri. I loro omologhi in viola sono Paolo Zancanella, di Tirrenia, e Mauro Galli, che è un cavallo di ritorno dopo gli anni di Chiusi e Pienza.
A centrocampo guida Tonino Stilo con Gianluca Grosso a fare da guardaspalle e il citato Paffi come guastatore; davanti c’è il centravanti Mariani, con un estroso ragazzino per il quale Gil De Ponti stravede. E gli consegna la cosiddetta “maglia del matto”: la numero sette (la stessa di Garrincha), che in Brasile riservano al genietto capace di risolvere la partita con una giocata. Quel giovanotto viene da Montepulciano, ha ventuno anni e ne sentiremo parlare anche in futuro: si chiama Simone Trabalzini.
Il Chiusi di Andrea Baglioni ha un mostro sacro come Mirko Guerrieri in porta e una difesa abbastanza classica impostata su Luca Cardo e Villamena centrali, Stella e Pantini laterali. Lucarelli davanti alla difesa, il classico Imbimbo vertice alto e i giovani Lisi e Coleschi a correre per tutti. In attacco, Salvatore Calabrò è ovviamente il sorvegliato speciale, e allora risulterà decisivo il tipo che gli gioca accanto… Un piccoletto funambolico che viene da Badia Agnano, porta i capelli come i Duran Duran e si chiama in modo curioso: il nome è Alan (che fa alzare gli occhi al cielo) il cognome Erpici (che più terra non si può).

Le maglie sono di una bruttezza cosmica, in linea con il gusto dell’orrido che tocca, nel decennio 90-2000, il suo punto più alto: e la partita, come un’Italia-Germania che si rispetti, stenta a decollare.
In campo ci si mena assai allegramente, con il Chiusi che è più vivace ma ha poca benzina nel serbatoio: emblematica la smorfia di Andrea Baglioni (ripresa dalla tv) quando dopo nemmeno mezz’ora vede Lisi a terra, alle prese con i crampi al polpaccio.
La Virtus, dal canto suo, non si scopre e delega al solo Trabalzini gli unici lampi che possano accendere la gara.
In pratica, non succede quasi niente fino al 70’, quando il Chiusi comincia a flettere, e l’inerzia passa definitivamente dalla parte viola: ad un quarto d’ora dalla fine, Stilo pennella un lancio che Galli addomestica dentro l’area di rigore e poi mette in diagonale sul secondo palo. Cardo e Villamena sono in ritardo, ma non Mariani che piazza il classico tap-in sottorete.
L’1-0 sembra una specie di pietra tombale sulla partita perché il Chiusi ha la spia accesa da diversi minuti, e alla Virtus (si pensa) basterà una gestione appena oculata per attraccare la nave in porto.

Ma non sarebbe Italia-Germania se non spuntasse fuori, quando meno te lo aspetti, lo Schnellinger di turno che si inventa il numero quando tutto sembra finito.
Siamo a dieci minuti dalla fine, e proprio il fenomenale Alan Erpici riceve un passaggio lungo da Lucarelli; difende il pallone, e guadagna con astuzia i tre metri necessari per entrare dentro l’area di rigore dove Guitarrini (oh, l’ingenuo!) abbocca al tranello e gli plana sulle caviglie. Rocchi indica il dischetto, ed Imbimbo sigla il rigore dell’insperato 1-1.
Mancano meno di cinque minuti, e lo spettro dei tempi supplementari, adesso, è più che palpabile: ma il destino cambia idea, e posa gli occhi su Gabriele Paffi, come successo a San Quirico quindici giorni prima. L’ultimo lancio disperato dentro l’area di rigore (“in the box”, dicono gli Inglesi) lo trova stretto a sandwich tra tre avversari, e a Rocchi basta constatarne la minima, ingenua pressione per assegnare il rigore.
Mancano quattro minuti alla fine, e Carmelo Genovasi piazza la palla sul dischetto.
Genovasi viene da Lecce, è il leader riconosciuto della squadra e dicono non sbagli un rigore da sette anni, quando militava nel Chievo Verona di Gianni Bui. E continuerà a non sbagliarli nemmeno negli anni successivi, quando sarà il trascinatore del Pienza.
Ma sta scritto, da qualche parte, che quello spareggio debba raccontare un’altra storia: e il rigore che gli Dei del calcio offrono graziosamente alla Virtus per scappare dal suo destino, finisce innocuo nel braccio di richiamo di Mirko Guerrieri, che non deve nemmeno impegnarsi tanto nella respinta.
E così, Italia-Germania finisce ai supplementari, come impone la storia: mentre il sole sta calando su Montepulciano, e il chiassoso luna-park del fierone ha già acceso le luci delle giostre.
C’è un’occasionissima di Trabalzini, al 114, che stavolta si infrange sulla prodezza del grande Guerrieri. Infine, al minuto 116, ci sarebbe un rigore grande come una casa su Mariani, che viene strattonato, e clamorosamente affossato da Villamena: ma siamo ormai alla fine, e Rocchi non se la sente.
Saranno, queste, le due ultime chance che il calcio offrirà alla Virtus.
Da lì in poi entrano in gioco le streghe, e la celeberrima sostituzione “maledetta”, quando scocca il minuto 117: ed ecco il portiere di riserva Bacci al posto di Rinaldini.

Lì per lì sembra addirittura una mossa intelligente: Bacci (si dice in tribuna) è portiere d’esperienza, e risulterà più affidabile del suo più giovane collega negli imminenti calci di rigore. Ma il regolamento parla chiaro, e il cambio lascia la squadra viola, pur se per pochi secondi, senza i necessari fuoriquota.

Ed è su quella storica, disgraziata disattenzione che “Tutto è compiuto”, per usare un termine evangelico.
I rigori si mettono subito male per il Chiusi, “tradito” subito dai suoi uomini migliori: Calabrò e Luca Cardo, che spara altissimo (“il rigore finisce a Sant’Albino”, commenta Ignazio Cesaroni, a TeleIdea). Mentre dall’altra parte Galli, Trabalzini e Paffi fanno filotto e mettono Genovasi nelle condizioni di prendersi una personale rivincita, siglando il match-point che fissa il risultato sul 5-3.
E’ finita.
In casa Virtus è festa grande, per una salvezza colossale e per la soddisfazione di spedire all’inferno proprio gli storici rivali… Che però hanno evidentemente sentito puzza di bruciato.
Ma qui le fonti storiche divergono, e propongono interpretazioni diverse: la più attendibile attribuisce il merito a Mister Andrea Baglioni, altri accreditano il povero Marco Agostinelli o addirittura il giornalista Lorenzo Bargi, al momento di stendere il pezzo per il Corriere di Siena.
Il reclamo parte la sera stessa, quando la Virtus sta festeggiando il successo alla discoteca La Capannina.
La voce si sparge mentre a Tele Idea stiamo trasmettendo uno speciale che dovrebbe essere un Te Deum e si trasforma improvvisamente in una Messa da Requiem.
La frittata è talmente colossale che telefona in diretta Ugo Cardia, in persona, nel tentativo di minimizzare l’accaduto… Ricordo il volto terreo di Enzo Merli, che è ospite in studio: è stato arbitro di alto livello, conosce i regolamenti e scuote la testa: “Se le cose stanno così, siamo spacciati. Due a zero a tavolino per loro”.

E proprio lì, sui tre minuti fatali di Bacci-Rinaldini, che si chiude l’epopea della grande Virtus.
Per uno scherzo del destino, dice qualcuno… Ma il destino, a volte, non è cieco, e sa benissimo dove colpire: “Ah. Ci fosse stato un Bruno Cesarini, non saremmo arrivati a questo punto”.
Ma il fatto che non ci sia più un Bruno Cesarini (e nessuno che lo sostituisca degnamente) la dice lunga sulla parabola della Virtus Chianciano, che solo otto anni prima aveva infiammato una città, e adesso si era ridotta a nulla, o quasi.

Il Chiusi, scampato il pericolo, riprenderà la corsa: ancora cinque anni, e salirà in serie D, con Claudio Bigi al timone e Gustavo Capponi in panchina.
La Virtus, invece, prende lo zero a due a tavolino e retrocede d’ufficio in Promozione: dove, a metà stagione vedrà andarsene tutti i calciatori, per i rimborsi spese promessi e mai pagati. Scenderà in campo con la squadra Allievi, poi non riuscirà a trovarne undici nelle successive tre partite, e verrà definitivamente cancellata dal campionato.

E fu questo l’ultimo, tristissimo verdetto della cosiddetta “Partita del Secolo”.