E naturalmente Cabrini, con la faccia d’angelo e i capelli mossi sulle spalle che i teenagers di allora cercavano disperatamente di imitare…

Cabrini si mantiene bene.
Ma anche lui ha più di sessant’anni, ormai. 
Un’età stranissima: “dove se una donna ti dice di no, non ti addolora” -disse non so quale scrittore- “se ti dice di si, ti sorprende”.
Quando eravamo ragazzi noi, sessant’anni erano un’età molto più definita di adesso. A sessant’anni si era vecchi, anche esteticamente: non si andava in palestra e figuriamoci farsi un tatuaggio…. Ci si rassegnava più facilmente ai capelli bianchi, agli acciacchi e alla partita a scala 40 con in palio un bicchiere di vino. Quasi tutti portavano un austero cappello, che li invecchiava di altri dieci anni.

Cabrini, invece, è un sessantenne di adesso, e si tiene bene. 
L’ho visto oggi nella Gazzetta e non sembra declinare troppo; se lo paragono al mio povero nonno, che morì a 65 anni, sembrano due galassie lontane.
Anche se non è più il “bell’Antonio”, intendiamoci. Perché il tempo passa per tutti.
Quando esplose il fenomeno Cabrini, fu una specie di rivoluzione; non c’era la cultura ossessiva dell’immagine di adesso, e il “range” dei calciatori variava dal “brutto”, al “molto brutto” e infine al “bruttissimo” (tipo Festa del Cesena, o Cinesinho del Lanerossi Vicenza)…. Lui, per esempio, nella Juve prese il posto di Cuccureddu. Che veniva da Alghero, e una volta gli proposero il ruolo del cattivo in un film western.

Ce ne accorgemmo ai Mondiali del 78, quando Bearzot lo buttò dentro a sorpresa, preferendolo al vecchio Facchetti (che fu convocato come “capitano non giocatore”) e al povero Maldera, che non aveva classe internazionale.
E fu il primo caso di divismo applicato al calcio, o, almeno, cosi mi ricordo io; specie nei diari di scuola delle sedicenni di allora, che dividevano i loro favori tra il cantante Miguel Bose, l’attore Pierre Cosso del Tempo delle Mele e un tale, dimenticato, fustacchione nero con gli occhi azzurri (ma poi scoprirono che erano banali lenti a contatto). E naturalmente Cabrini, con la faccia d’angelo e i capelli mossi sulle spalle che i teenagers di allora cercavano disperatamente di imitare… Gianni Poliziani racconta di parrucchieri ritrovatisi milionari grazie alla “permanente”, che divenne il taglio più alla moda: “me la feci anch’io”-disse- “ma non riuscì benissimo e finii per assomigliare a Collovati”.

Il ricordo più bello, ha detto, il Mondiale dell’82 (e te credo…). Il più brutto, l’Heysel. E quel giro di campo con la coppa in mano che grida vendetta a trentacinque anni di distanza.
Platini l’ha raccontata in trecento modi, secondo la convenienza del momento… Le mie certezze, invece, si infrangono tutte sulla faccia sorridente di Scirea.
Perché di Platini non mi fido. 
Ma di Scirea, si.

L’ultrasessantenne Cabrini, insomma, fu la faccia bella del calcio italiano: il completamento della trilogia, dopo il buono (Zoff) e il cattivo (Gentile).
Nonché la terza strofa della filastrocca… Quella bella.

Tanti auguri.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.