Gigi Proietti: Il suo Cyrano è una di quelle opere d’arte che non solo ti rimangono dentro, ma possono addirittura cambiarti la vita.

Gigi Proietti è la dimostrazione plastica di quanto sia semplice togliersi il cappello, davanti al talento: e come non ci sia spazio per invidie, rancori o antipatia.
Il talento si ammira a prescindere, e chi non ne è capace, lo fa a suo rischio e pericolo. Come quello che storse il naso di fronte al Giudizio Universale di Michelangelo: “alcune tonalità di rosso non mi convincono”, disse.
A me, che sono un fanatico, viene in mente Batistuta. O Marco Van Basten: che non erano né pittori, né scultori, ma raccoglievano applausi ovunque, e a prescindere. Oppure la rovesciata di CR7, che fece venir giù le tribune dello Juventus Stadium.

Gigi Proietti è stato fenomenale come nessun altro. Fenomenale e poliedrico; capace di commuovere e di far ridere, a suo agio nel comico e nel drammatico. Qualsiasi ospitata in televisione registrava il picco d’ascolto, nella fiction ha sfornato numeri da record e anche una semplice barzelletta aveva il potere di tenerti incollato allo schermo.
A me piaceva quell’aria leggermente svagata, di chi sa ridere soprattutto di se stesso, tipica del Romano (inteso come abitante di Roma) e del romanesco, (inteso come slang, o dialetto): lo stesso tratto che avevano Sordi, o il presentatore Corrado. E Giulio Andreotti. addirittura.
Sapeva anche cantare, Gigi Proietti. E bene. Nel repertorio classico della sua città, teneva il passo con certe interpretazioni di Lando Fiorini, Claudio Villa, o Gabriella Ferri… In una parola, il meglio del meglio della tradizione romana.
Gli è mancato, forse, il grande film. Quello che ti consacra anche a livello internazionale. Una di quelle cose che rimangono, come “Il Sorpasso” per Gassman, “La grande guerra” per Gassman e Sordi o i film di Fellini per Mastroianni.
Il film che tutti ricordano, paradossalmente, è “Febbre da Cavallo”: una di quelle cosettine anni’70 dove, con un giovanissimo Montesano, faceva il verso al mondo degli scommettitori.
Niente di memorabile, ma basta il tormentone del “whisky maschio senza rischio” per strapparti un sorriso. Ricordo il semisconosciuto “Tutti al mare”, del 2011, dove insieme a Mastrandrea e a Marco Giallini fornì una prova attoriale che trovai irresistibile: ma il film uscì in contemporanea con il cinepanettone, e non se lo filò nessuno.

Così, il Proietti migliore ce lo ha riservato il teatro. Che però, in Italia, è una roba di nicchia… Talmente di nicchia che ci sarebbe da vergognarsi, o quasi: come quella volta che, ad un premio televisivo, chiesero il documento a Roberto Herlitzka: mentre un comico di “Made in Sud”, lì accanto, aveva la fila per gli autografi.
Il suo Cyrano de Bergerac (metà anni’80) è una di quelle opere d’arte che non solo ti rimangono dentro, ma possono addirittura cambiarti la vita: perché inevitabilmente, da lì in poi, ogni spettacolo sarai costretto a paragonarlo a quello. Come ogni libro sul calcio, che deve fare i conti con la “Storia Critica” di Gianni Brera.

Vero che nel Cyrano c’è anche la traduzione di Roberto Lerici (e i costumi di Giulia Mafai), ma il Proietti di quelle due ore e passa è addirittura mostruoso. Una prova senza cedimenti, dal comico al drammatico, che lasacia a bocca aperta e fa impallidire persino Gerard Depardieu. Che da un’interpretazione del genere ebbe la Legion d’Onore.
E quando arriva il fatidico momento, un sabato ventisei, “che di un colpo inopinato, il Sir di Bergerac è morto assassinato”, si capisce come tutti noi muoriamo un po’ con lui.
Insieme a quel monologo finale che dovrebbe essere l’epitaffio di ogni grande artista, e che (anche per quello) ci strappa sempre una lacrima.

Ti sia lieve la terra.

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