Anquetil scuote la testa: “Mi dispiace, mon ami… Ma anche stavolta, arriverò prima io.”

Un anno esatto fa moriva Raymond Poulidor.
Che non ho fatto in tempo a veder correre.

Quando ho cominciato ad amare il ciclismo, “PouPou” aveva già smesso, o quasi.
Rimaneva la sua biglia, dalla foto un po’ sbiadita, ma nessuno voleva giocarci; né con la sua, né con quella di un “certo” Charly Gaul che era addirittura raffigurato in bianco e nero.
D’altronde, un bambino non ha mai l’esatta percezione del passato; ricordo quando la Panini, in un album, dedicò uno spazio alle “vecchie glorie”, che però non ottenne nessun successo… Tre figurine di Sivori non bastavano per Mascalaito del Verona, e per mollare Cereser del Toro ci volevano Schiaffino, Nordhal e John Charles.

Ma, ragionando da adulti, essersi persi Raymond Poulidor è stata (sportivamente parlando) una bella sfortuna.
Senza offendere la sensibilità di nessuno, e solo per dare un’idea, “PouPou” doveva essere un tipo alla Claudio Chiappucci: la differenza, come sempre accade quando ci sono di mezzo le biciclette, la fa il romanzo, se non addirittura l’epopea… Poulidor apparteneva, infatti, ad un ciclismo ancora magico; nel suo caso, quello che accompagna il boom economico ed è ancora lo sport più popolare di tutti.
Chiappucci arriva negli anni ottanta-novanta; dove si largheggia con l’Epo, e il consumo di steroidi sembra quello della spuma bionda e dell’orzata negli anni settanta.

E poi c’era Anquetil. Con quella faccia da figlio di papà.
Meglio ancora: con quella faccia da ragazzo un po’ strafottente, figlio di un’Europa che si è ormai liberata dalle macerie della guerra e sembra lanciatissima verso un inarrestabile progresso economico e sociale. Poulidor, invece, ha la faccia più spigolosa e meno “pulita”: viene dalla campagna (nel suo caso, dall’Aquitania) e probabilmente ha sofferto di più. Ha la faccia di uno che se scoppia un incendio in piena notte, scende in strada con il secchio e comincia a dare una mano.
Anquetil ha la faccia di uno che apre svogliatamente gli occhi, poi si gira dall’altra parte e continua a dormire.

Siamo nel bel mezzo degli anni sessanta: Anquetil vince tutto, anche le tombole in parrocchia. Poulidor non vince niente, nemmeno il privilegio di indossare, fosse solo per un giorno, la maglia gialla.
Eppure, e qui si racchiude tutta la magia del ciclismo, tra i due non c’è partita; e chi ha più tifosi è nettamente Pou-Pou, “il coraggioso”.
La loro rivalità insaporisce il Tour: non raggiungerà i livelli di Coppi e Bartali perché in certe cose gli Italiani non si battono (dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini), ma fornirà agli appassionati pane e companatico per tante stagioni sportive.
Anquetil è un predestinato, Poulidor è l’uomo che suda. Anquetil (come Coppi) è Apollo, il preferito degli Dei. Poulidor è Prometeo, che regala il fuoco agli uomini. Come Bartali.
Al Puy de Dome, nel 64, va in onda la scena più epica della loro carriera, e forse di tutto il ciclismo: una montagna da scalare, una lotta gomito a gomito e, in palio, il Tour de France.
La spunta Pou-Pou, tra il delirio della gente ai bordi della strada che si rotola per terra e della Francia intera, che si ferma per seguire il duello in televisione.

Poi, il Tour lo vincerà Anquetil, che sfrutterà l’ultima tappa a cronometro… E’ la stessa birbonata che la Gazzetta dello Sport combina regolarmente a Bartali, ad ogni Giro d’Italia: “Se vu’ mettete duecento ‘hilometri di ‘ronometro, i’Ffausto parte ‘on dieci minuti di vantaggio sugli altri”.
Nacque lì il famoso “Tutto sbagliato, tutto da rifare”: ma Coppi correva per la Bianchi, e per i più grandi sponsor dell’epoca. Bartali correva per se stesso; al massimo, per la Madonna Santissima del Rosario.
Che di soldi, non ne portava.

Raccontano degli ultimi giorni di Anquetil, sul letto di un ospedale parigino.
Ha poco più di cinquant’anni ma è visibilmente a fine corsa, consumato da un cancro che lo sta portando via. Improvvisamente, gli è montata su’ un po’ di nostalgia, e la voglia di rivedere il suo vecchio rivale.
Che, ovviamente, accorre al capezzale: e insieme trascorrono una giornata intera a commuoversi, raccontando delle mille tappe del Tour, delle montagne, delle volate, della gare a cronometro e di quel duello al Puy de Dome che tenne con il fiato sospeso la Francia intera.

Pou-Pou, che è un uomo buono, si congeda solo a tarda sera con le lacrime agli occhi: “Ce la farai”, gli sussurra.
Anquetil scuote la testa: “Mi dispiace, mon ami… Ma anche stavolta, arriverò prima io.”

Adesso, sono di nuovo insieme.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.

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