Il ginocchio plano’ sulla tempia di Antognoni, e gli attimi che seguirono entrano di diritto nella storia di Firenze

Interruppero i programmi.

E su quella domenica autunnale, già cupa di suo, calo’ una specie di sudario nero.
22 novembre 1981… Come non ricordarlo?
Sul “Nazionale” andava Domenica In, e Pippo Baudo intervistava allegramente Gloria Guida e Johnny Dorelli. Sul Secondo Canale era cominciato, da una mezz’oretta, Blitz. E Gianni Mina’ aveva ospiti Renato Zero e Loredana Bertè.

A un certo punto risuonò, sinistra, la sigla del telegiornale edizione straordinaria. Una musica abbastanza frequente In quegli anni, e mai per cose belle; l’attentato a Papa Wojtyla e la tragedia di Vermicino. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, i terremoti in Friuli e in Irpinia.
“Antognoni è in fin di vita, all’Ospedale di Careggi, dopo uno scontro di gioco”.
“In fin di vita”.
Dissero proprio così. E io ricordo benissimo lo sgomento, e l’angoscia di quelle ore.

Antognoni era il capitano della Fiorentina: dalle nostre parti, la squadra più popolare dell’epoca, con lo stesso numero di tifosi (o quasi) della Juventus.
Soprattutto, era un campione amato dalla gente: che ne apprezzava la classe, ma non solo quella. piaceva, di Antognoni, l’orgoglio con il quale vestiva la bellissima maglia viola: e la romantica protervia a rinunciare ad una carriera più remunerativa per amore di una città, che in quella maglia sa riconoscere i suoi valori più belli.

Ma quello (81-82) sembra davvero l’anno buono: il Conte Pontello ha deciso di spendere, in panchina c’è Picchio De Sisti, eroe dello scudetto ’69, e dal calciomercato è uscita una Fiorentina rinforzatissima… Massaro, Monelli, Vierchowod, Pecci e Graziani.
L’uscita di Silvano Martina, spericolato portiere del Genoa, fermò le lancette dell’orologio.
Un intervento addirittura omicida, inspiegabile nella sua evidente pericolosità: il ginocchio plano’ sulla tempia di Antognoni, e gli attimi che seguirono entrano di diritto nella storia di Firenze, né più né meno dell’alluvione del 66.
Quei momenti dove ognuno, a distanza di decenni, si ricorda esattamente dove era e cosa stava facendo.

Il cuore del capitano si fermò insieme a quello dei 40.000 e oltre dello stadio Comunale (non ancora Artemio Franchi, che nell’81 era vivo e vegeto).
Poi, la corsa disperata di Pallino Raveggi, il massaggiatore, che effettua la respirazione bocca a bocca; l’angoscia della gente, i gesti convulsi dei compagni che invocano la barella, e intanto Massaro e Faccenda hanno le mani nei capelli, Contratto piange, Carmine Gentile urla come un disperato e Daniel Bertoni è terreo in volto.
“Si muove…”
“Respira…”
“Ha fatto un piccolo movimento…”

In uno dei più meravigliosi atti d’amore mai visti in uno stadio, la curva Fiesole si svuota almeno per metà, perché tutti vogliono andare all’ospedale di Careggi a vegliare il campione. Ovvio che della partita, non importi più niente a nessuno.
Poi, quando siamo intorno alle quattro e dieci, lo speaker dell’ altoparlante annuncia: “Antognoni è fuori pericolo. Ha ripreso coscienza”.
Coscienza, non conoscenza… Forse per la troppa emozione.
E allora, ecco esplodere il boato della folla.
Indescrivibile, commovente, unico. E l’abbraccio commosso fra tutti i calciatori in campo, arbitro compreso.

La Fiorentina rimarrà senza il suo Capitano per 4 mesi: decisivi, forse, per l’assegnazione dello scudetto che vincerà la Juve proprio all’ultima giornata.
Antognoni, nella sua signorilità di campione, non tornerà mai, o quasi, sull’infortunio che gli stava costando la vita.
Soprattutto, non pronuncerà mai una sola parola di accusa nei confronti del portiere del Genoa.

Anche per questo, quando rimetterà piede in campo, il favoloso Guerin Sportivo di quegli anni lo celebrerà con un titolo che dice tutto: “Il ritorno del Re”.

Elaborazione in corso…
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