IL MONTALLESE 90-93: LA SQUADRA NORMALE CHE SI SCOPRÌ ECCEZIONALE

Non sarà uno di quei posti meravigliosi da vedere.
Di quelli da gita turistica, che riempiono gli occhi con un panorama mozzafiato o qualcosa che valga la dicitura patrimonio mondiale dell’Unesco.
Però, Montallese è un posto notevole per viverci: come Piazze, o come Torrenieri. Dove non ci sono chiese del quattrocento da esibire, con gli affreschi di scuola senese, ma esiste una bella comunità.
E quella, a volte, vale tutto il resto.
A Montallese sono circa settecento, ed hanno il culto dello stare insieme. E quando bisogna darsi da fare, c’è almeno un terzo del paese che si rimbocca le maniche e si “sporca le mani”: suscitando la curiosità, e l’ammirazione, di tutti quelli che ad inizio agosto partecipano alla Festa del Volontariato, con annessa Sagra della Nana e (addirittura) una gara tra contrade su chi sia il più bravo a spingere una rotoballa di paglia.
Competizione nient’altro più che goliardica, a ribadire prima la connotazione agricola del posto, e poi quella gastronomica: con i “pici al sugo di nana”, che in Valdichiana sono il piatto della domenica
Montallese è uno di quei classici paesi che non hanno nulla, perchè dal nulla sono nati. Semplici agglomerati di case costruite vicino a una grande azienda agricola, o meglio ancora ad una fornace: qualcosa che garantisse un lavoro retribuito e, di conseguenza, la relativa tranquillità di arrivare a fine mese.
Oppure, come nel suo caso, ad una stazione ferroviaria.
Che se uno vuole qualcosa di bello e di buono, intorno ad una stazione ferroviaria di campagna o quasi, non rimane che inventarselo dal nulla. Con la laboriosità, la tenacia e il buonsenso tipico di questa gente. Ma anche con un salto di fantasia, come quello del celebre canelupo immortalato nei murales restaurati pochi mesi fa.
E che per la sua potenza evocativa è diventato, negli anni, una specie di simbolo di questa gente, e di questi posti.

E la nostra storia, stavolta, comincia proprio da quel curioso campetto costruito a ridosso della stazione ferroviaria: con tutti quei treni che gli sferragliano intorno, e con i tifosi che scuotono la testa perché al momento topico del rigore ecco arrivare il sibilo del Frecciarossa, o di un qualunque Espresso Milano-Napoli.
Senza offesa per nessuno, perché non c’è niente di male. Perché ogni camposportivo porta con sé una storia e una connotazione precisa: e allora ci sono stadi belli, come il Faralli di Castiglion Fiorentino, stadi storici come il vecchio campo di Bettolle o semplicemente campetti unici, come il Don Vasco Neri di Monticchiello.
E poi ci sono posti come l’Andy Franci di Montallese. Il “Vélodrome” come l’hanno pomposamente ribattezzato: un po’ per celia, un po’ per ribadire l’autentica vocazione sportiva, che viene da ben più lontano del football, e che fa di Montallese (insieme a Gaiole in Chianti) una specie di Roubaix in Terra di Siena. Quei posti dove batte soprattutto cuore ciclistico e dove, dal 1929, si corre la favolosa “Coppa Bologna” con un albo d’oro che annovera, tra gli altri, Gino Bartali e Francesco Moser.
E dove anche i colori sociali della squadra di pallone sono presi in prestito dal ciclismo: gentile omaggio dell’U.S.Montallese alla “Frejus” di Torino, società benemerita produttrice di biciclette, che ai tempi di Coppi e Bartali partecipava al Giro d’Italia con alcuni corridori dilettanti, ed annoverava tra i dirigenti il Montallesino Mario Rossetti.
Il grigio e il rosso della Frejus furono subito adottati dai ciclisti della Val di Chiana. “Poi arriverà anche il calcio, ma molto tempo dopo” dice orgoglioso Bibi Tistarelli, che sull’epopea ciclistica del paese ha scritto interessanti libri.

Intanto, è arrivato il 1982.
E il 1982 è l’anno d’oro del calcio italiano, che vince il Mundial di Spagna, e un pò del ciclismo con l’impressionante scatto di Beppe Saronni, al campionato mondiale di Goodwood: la famosa “fucilata” che lascia sul posto Lemond, Kelly e Zoetemelk e vale la maglia iridata.

Casuale quanto volete (e probabilmente lo è), l’esordio ufficiale del Montallese alla terza categoria arriva proprio dopo quelle due imprese calcistico-ciclistiche.
E il primo campanello da suonare, in questi casi, è quello di chi conosce il mondo del pallone, e sà da dove si comincia un progetto del genere. Uno come Beppe Scarpelli, per esempio; fenomenale costruttore-inventore di idee sportive che non è più tanto convinto di come si stanno mettendo le cose all’AC Chiusi. Un club che ha inventato dal niente, dieci anni prima, e dal quale si è ormai sfilato.

Beppe è su piazza, e sarà proprio lui il “mallevadore” di quel progetto che, tanto per cominciare, comprende esclusivamente gente del posto, temprata da anni di campionati Arci-Uisp. Lazzerini, Beppe Lissi, Fulvio Minetti ( che a Saragiolo sbrocca, e si becca una squalifica per aver tirato il fango all’arbitro)… Alla fine, la squadra allestita non è affatto una ciofeca, e fa la sua figura: siamo nei felici anni ottanta, ma nemmeno allora si gioca gratis. I calciatori, allora, si autotassano e portano in fondo una stagione che ha regalato più di una soddisfazione.
Alla fine, il bilancio registra addirittura un attivo di 65000 lire. Lo annuncia, trionfante, il cassiere alla riunione dei soci, e il sorriso è quello di uno che ha appena vinto la Coppa dei Campioni.

Ma ci vogliono un po’ di anni, prima di aprire le ali, e cominciare il decollo.
Intanto, bisogna consolidare credibilità e prestigio: Montallese è cresciuta… Non è più quello strano posto dove si gioca a pallone mentre passano i treni, piuttosto una squadra rispettata ed un camposportivo temuto.
Soprattutto, sta nascendo una generazione fantastica di dirigenti: che ci mettono la passione (e anche un po’ di portafoglio) e saranno il vero motore delle fortune grigiorosse, che stanno ormai arrivando: Silvano Cei, Luciano Ceccuzzi e il giovanissimo Marco Vannuccini. Enzo Moretti, Giuliano Caterini. Paolo Capaccioli Cosimo Fanelli e persino Edoardo Maccari, ormai in rotta di collisione con la Virtus Chianciano.
C’è un tipo in gamba di Firenze, Dino Pacini, che avrebbe giustappunto una gran voglia di farsi coinvolgere. A Montallese sono gente di buonsenso, e nongli pare il vero di inserirlo nel consiglio direttivo… Il giorno dopo, Dino si presenta in sede con il blocchetto degli assegni: “Questo è il mio contributo” dice, e verga la cifra.
Cinque milioni, “sonanti e ballanti”, dicono in Valdichiana.
E’ con questi presupposti che comincia l’irresistibile scalata grigiorossa.

I tempi sono ormai maturi per il primo dei tre salti che consegneranno l’US Montallese alla storia del nostro calcio.
La terza categoria 90-91, come da tradizione, si preannuncia tostissima, ma stavolta in grigiorosso hanno trovato la persona giusta: l’allenatore (giocatore) Arnaldo Antonelli, che viene da Castiglion del Lago, insegna educazione fisica nelle scuole ed ha il fisico di un capo Sioux.
La squadra ha i suoi punti di forza sulle corsie laterali, dove sgroppano due cavalli di razza come Franco piedone Loconte e Alfredo Cacio Capitani. Un combattente a centrocampo (Antonio Cazzavacca), un guerriero in difesa (Salvatore Ledda)e davanti la coppia Pifferi-Bennati che porteranno in dote quasi quaranta gol (13 + 24).
E’ un Montallese con i cingoli, più che con l’abito da sera: forgiato alla perfezione per un campionato che richiede classe, ma soprattutto coraggio, e coltello fra i denti.
La concorrenza è, onestamente, fortissima: il pericolo viene da Serre di Rapolano ma soprattutto dalla Valdarbia, dove il Buonconvento di Bini è guidato dal vecchio Capanni (che arriva a 16 reti) e il Tressa di Moreno Cigni, che si è portato dietro un bel po’ di Rosia.
Proprio a Tressa, nel fango, si gioca una battaglia decisiva: e il Montallese la perde malissimo, con il difensore Forzoni che all’ultimo minuto sbaglia (a mezzo metro dalla porta) il gol dell’eventuale pareggio.
Si sono scomodati in un centinaio, per quella trasferta; e i Tressaioli, vedendo arrivare il pullman stracarico di tifosi grigiorossi, hanno ben pensato di aumentare seduta stante il prezzo del biglietto, polverizzando ogni record d’incasso.
Forzoni, intanto, piange come un vitello… E’ un ragazzo spicciativo, ma con un gran cuore, e quell’errore sottomisura gli passa davanti in continuazione. E gli pesa così tanto che non smetterà di piangere per tutto il viaggio di ritorno.
Ma è, anche quello, una specie di segnale: e il Montallese, con sei vittorie nelle ultime sei giornate, torna padrone. Dodici punti su dodici, e apoteosi finale con il Torrenieri di Romano Pasquini che è stato (con il San Quirico) la grande delusione dell’anno.
Montallese 46, Tressa 45, Buonconvento 44, Serre 42.
Si sale in seconda categoria, finalmente. Dopo un campionato che, vox-populi, ha messo in mostra squadre favolose.

Antonelli, intanto, ci ha preso gusto: il suo Montallese cingolato vince, diverte, e si porta dietro l’entusiasmo di un paese che per un attimo mette in secondo piano la secolare passione per le biciclette.
Adesso bisogna rinforzare la squadra per l’imminente seconda categoria, ma in società non hanno voglia di avventurarsi in spese folli… Piuttosto, meglio puntare sull’usato sicuro, e su quei giocatori che possono venir via a prezzi di realizzo.
Da Sinalunga arrivano il portiere Nardi, il libero Tedeschi e la mezzala Tintori; in attacco, insieme al intoccabile Massimo Bennati, arriva Sergio Burini, il Gringo di Villastrada. E da Cortona, un armadio di gran classe come Paolo Migliacci, che sembra la fotocopia del Desailly che sta furoreggiando nel Milan degli Invincibili.
Silvano Cei è un commerciante favoloso, ed è proprio lui a condurre la trattativa con la dirigenza arancione: “com’è che vi piace questo giocatore?” , chiede curioso il grande Santi Tiezzi.
Silvano è un uomo scaltro, e soprattutto ha sempre il colpo in canna: “Perché è bravo, ma soprattutto perchè è grosso”, risponde.
Tiezzi sorride, firma la lista di trasferimento e scrolla la testa: ” A montallese debbono aver scambiato il calcio per il tiro alla fune…”.
Ma sarà proprio Migliacci uno dei protagonisti di quel volo, che porterà il Montallese nel secondo cerchio del Paradiso. Anche se, alla fine, il campionato lo vincerà il Dante ciao Club: bizzarro, colossale, milionario esperimento calcistico che si spegne nel giro di pochi anni ma che nel 1991 è una specie di Eldorado e calamita i pezzi più pregiati del calcio dilettantistiuco Aretino (e non solo). Il centravanti Cutini è un iradiddio, ma in generale tutta la squadra è una multinazionale che vale ben oltre quel campionato di seconda categoria (che infatti vince abbastanza facilmente).
L’unica squadra in grado di tenere botta ai “Galacticos” è proprio il Montallese da battaglia, che proprio grazie a quegli innesti da “tiro alla fune” trova l’alchimia giusta per strappare il secondo posto assoluto. il Dante sbarca a Montallese con la baldanza dei forti, nella domenica dove si scrive una delle pagine più gloriose della storia del “Vélodromeì”: allo scadere, infatti, scende Loconte sulla destra, il suo traversone trova pronto Burini, che infila lo storico 1-0.
L’esultanza “graffio” alla Drogba, sotto le tribune che si capovolgono per l’entusiasmo, entra di diritto nella storia patria di Montallese.
Per il Dante, un’onta da vendicare nella partita di ritorno. quando lo stesso Burini rimedia un pugno in faccia che lo spedisce knockout dopo pochi minuti…. Si risveglierà all’ospedale, due ore dopo.
Dante 42, Montallese 36, e allora vanno in 800, a Foiano, per lo spareggio decisivo contro il fortissimo Laterina di Roberto Burzi. che ha dominato il girone del Valdarno e poi se l’è fatto scippare dal Reggello all’ultima giornata. Il Montallese si presenta con il pizzetto bene in vista (qualcuno non se lo taglierà per vent’anni) e con il pronostico che li vede nettamente sfavoriti di fronte a Toniaccini, Bruni e Fabbri, che sono autentiche star.
Ma intanto il fortino regge, Migliacci e Cazzavacca alzano la diga, Ledda e Tedeschi tengono a bada i canilupo aretini e davanti, Bennati e Burini hanno il radar acceso. Zero a zero, supplementari e infine rigori. Che sono da thrilling anche quelli, perché Loconte avrebbe il match-point sul 4-3, ma lo spreca con un’orribile fetecchia. Il Montallese sprofonda nel tombino, ma lo tira sù per i capelli Luca Nardi, che ipnotizza il fenomenale Peruzzi e spedisce i grigiorossi in prima categoria.

Sembrava impossibile, ma il doppio salto si è dunque concretizzato, e quella piccola Roubaix del profondo sud della provincia di Siena è pronta per fare l’ingresso ufficiale nel cosiddetto calcio che conta.
Sono gli anni 90: gli anni dove l’euforia collettiva ha riversato nel calcio dilettanti tali dosi di denaro da scandalizzare l’uomo della strada.
Anni di pazza gioia, e di risorse polverizzate: la prima categoria 92-93, per esempio, è l’esempio più lampante di cosa rappresenti adesso il calcio per una comunità, e quante energie vi vengano riversate. Le tribune sono piene quasi ovunque, il tasso tecnico dei campionati schizza in alto, il boom di radio, giornali e TV locali portano i semisconosciuti (finora) calciatori dilettanti ad una ribalta provinciale, o regionale.
Il Pienza che si presenta ai blocchi di partenza ha Romano Salvi in porta, Giovannoni, Gambini e Marco Rosignoli in difesa e, in attacco, la coppia Damora-Bernacchia. risponde l’altra grande favorita, la Tempora Bettolle, con un centrocampo formato da Vagaggini, Cerino Roghi e Roberto Capitani. E davanti, Gianni Marconi, Luciano Macrì e Lello Mencagli.
Chi mastica, anche sommariamente, un po’ di calcio dilettanti capisce in un batter d’occhio che siamo davanti a due esplosioni nucleari, e non a due semplici squadre di calcio. Che infatti si prendono a braccetto e chiudono la stagione a pari merito, regalando spiccioli di calcio vertiginosi che con la piccola prima categoria hanno davvero poco da spartire.
Il Montallese, invece, ha cambiato manico: Antonelli è tornato a casa, nel Trasimeno, e al suo posto è arrivato un totem come Marco Mariani. Cambia il tecnico, ma non la squadra, che mantiene lo zoccolo duro capace di due promozioni consecutive: il gruppo del “tiro alla fune”, ormai, è un blocco di cemento armato. Sono ragazzi che si sono presi una rivincita sportiva dietro l’altra e che hanno trovato, tra i tavolini del ristorante da Tiziana, alle Tre Berte, la forza di contendere il campionato a quelle corazzate inaffondabili. Proporzionalmente parlando, questa è in assoluto la più scintillante delle promozioni: perché Pienza e Bettolle dominano in lungo e in largo e trasformano in girone in un monopolio biancorosso, ma il Montallese vende cara la pelle: e poi (fuori da ogni retorica) qualche fuoriclasse arriva anche lì… Come l’innesto decisivo di Erminio Juliano (ex Stoccarda). Che a Chianciano non sanno dove mettere, ma a Montallese ne infila diciannove, e farà capocannoniere.
Campionato mostruoso, terzo posto finale e terza promozione di fila. Che arriva, ironia della sorte, nello stesso giorno che vede chiudersi la favolosa epopea di Romano Pizziconi, e del suo Cetona dei miracoli, retrocesso in seconda. Sono le sliding-doors Doors del calcio di quegli anni, che brucia risorse immense, vive spesso al di sopra delle sue possibilità, e al quieto vivere preferisce il lampo accecante.
A costo di piombare (Virtus Chianciano docet) nel buio più improvviso.

Arriva quindi la Promozione (93-94) che porta la piccola Roubaix grigiorossa a vestire un abito forse un po’ troppo largo di maniche.
Una stagione che parte comunque alla grande, con l’esordio in Coppa dove il Montallese fa addirittura fuori il magno Chiusi… L’emozione è a livelli tellurici: lo stesso effetto dell’Olmoponte che impallina l’Arezzo, o della Rondinella che batte la Fiorentina.
Ma proprio da lì, che segna il punto sportivo innegabilmente più alto, comincia inesorabile la discesa: complice una serie impressionante di infortuni che devasta una squadra costruita con una certa ambizione, ma anche qualche scelta che si rivela non sempre felice; perché la Promozione impone come prima cosa di trasferirsi al campo di Acquaviva. Che ha sì le misure regolari per la categoria, ma non è il Velodrome, dove, tra lo sferragliare dei treni, il Montallese ha saputo costruito la sua piccola saga. In più, l’affitto costa quasi mezzo milione a partita, mentre gli incassi subiscono un prevedibile salasso e passano da oltre trenta milioni a meno della metà.

Così il Montallese retrocede, e la nostra storia finisce.
Ma rimarrà in prima categoria per altri otto lunghi anni, consolidando una tradizione che la pone tuttora come tra i fenomeni più rilevanti del nostro calcio.
Poi, chiuderà i battenti, all’alba del nuovo millennio. Per poi rinascere, in uno di quei classici “morte e resurrezione” che nel calcio sono la normalità.

Rimane, nella storia, questo triplo salto mortale, che portò (in tre anni) un piccolo club dalla terra alla luna.
E fu una storia così bella da sfiorare quasi la leggenda, con quei protagonisti così tanto “normali” e così poco “campioni”.
Ognuno in cerca di una propria rivincita personale, ma che proprio della “normalità” riuscirono a fare un punto di forza.
E a costituire, per la loro gente, una fonte di ispirazione: come i grandi eroi del ciclismo.
O come quel favoloso canelupo del murales.

Che rompe la prospettiva.
E salta lontano.