Ed è proprio a Mauro Bellugi, “il figliolo dell’orefice” di Buonconvento, che va l’ultimo pensiero dell’anno

Non era mica tanto un posto da figurine, Buonconvento.

Soprattutto in quei tempi lì, che giocare in serie A era proprio una roba da astronavi, e i calciatori avevano quasi tutti cognomi veneti o lombardi. Più qualche friulano, come Capello e Zoff. Il “Paron” Rocco, il “Vecio” Bearzot e il telecronista (ex calciatore) Bruno Pizzul.
Talmente “polentone”, il calcio, che il capitano-bandiera del Foggia-Incedit (si diceva così) è il mantovano Dante Micheli, l’idolo di Catania è Carletto Facchin, da Portogruaro, e a Cagliari spopola un certo Gigi Riva, del Lago Maggiore. Giacomino Losi, che passa alla storia come “core-de-Roma” è, in realtà, uno sbrigativo difensore nato a Soncino, provincia di Cremona.
Solo alla fine degli anni sessanta, il Napoli può finalmente esibire un capitano che si chiama Antonio Juliano, come Cristo comanda. La magna Juventus scopre che si può far giocare gente che si chiama Cuccureddu, Causio o Longobucco, e nelle figurine trovano posto cognomi strani come Mammì, Troja o Schifilliti.
E luoghi abbastanza esotici: Sorrento (Montefusco), Pozzuoli (Abbondanza) o San Giovanni a Teduccio, luogo di nascita di Giovanni Improta, detto “o’baronetto”.

Ma che, un giorno, nell’album Panini potessimo leggerci Buonconvento, beh… Quello superava nettamente ogni nostra fantasia.
Eppure, successe davvero… Mauro Bellugi, nato il 7 febbraio 1950 a Buonconvento (SI) eccetera eccetera. Altezza 183, peso 74 che in quell’Italia non ancora ipervitaminizzata è quasi un fisico da marcantonio.
Una carriera fulminea per il figliolo dell’orefice che ha la bottega in via Soccini, sotto lo splendido palazzo comunale. Già titolare fisso a sedici anni nello squadrone bianconero, e così bravo e autorevole nel suo ruolo (stopper, si diceva allora) da meritarsi i complimenti di Mauro Bettarini, che all’epoca è lo Jascin del calcio dilettanti.

E poi la “leggenda nera” del fantomatico, memorabile provino a Sinalunga, dove al grande Lidio Scarpelli bastano dieci minuti d’orologio per rimandarlo al mittente, senza tanti complimenti: “Non c’era bisogna di scomodarsi fino a Buonconvento… Che un pezzo di legno del genere si trova anche alla falegnameria Parri, qui dietro l’angolo”, sentenzia quel leggendario allenatore.

Sono anni di grandi sogni, quelli. Di sogni, ma anche di millantati crediti: dove ogni camposportivo di provincia può vantare un suo piccolo Pelè che da ragazzo ha suscitato l’interessamento della Juve (o della Fiorentina), ma poi è successo qualcosa di imponderabile, tipo un diploma di geometra da conseguire, una mamma che si è messa di traverso o un ginocchio che è saltato sul più bello.

“Il figliolo dell’orefice” di Buonconvento, invece, compie percorso inverso: così, sfuma il Sinalunga e dietro l’angolo arriva… l’Inter.
L’Inter vera, dico.
Non l’A.C Interportuale Pisana o l’ U.S. Interscambio pallets di Sesto Fiorentino. Proprio la gloriosa FC Internazionale di Milano, Corso, Facchetti, Jair, Mazzola e tutta quella roba lì… Campione d’Italia 1970-71 con Invernizzi allenatore, Boninsegna capocannoniere e Bellugi stopper: a prendersi i rimproveri non più di Giancarlo Fogliani, nella trasferta a Casciano di Murlo, ma di Tarcisio Burgnich. Che nemmeno un anno prima marcava Pelè, all’Azteca di Città del Messico.

Novanta partite complessive in nerazzurro per “il figliolo dell’orefice”, che se la tirava un po’ prima e figuriamoci adesso… Adesso che è entrato nel giro della Nazionale, ha sposato una bella “sciura” milanese, e a Buonconvento non torna quasi più.

Poi, Bologna. Dove trova il fenomenale Bruno Pesaola, che è l’allenatore ideale per stuzzicare la sua vanità. Il “Petisso” è un uomo scaltro è un teatrante raffinato: prima delle partite impartisce sermoni memorabili ai vari Cresci, Roversi e Battisodo, ma quando si trova davanti al grande Bellugi abbassa gli occhi: “a lei non dico niente perché lei è un campione. E i campioni sanno sempre cosa fare.”
Quel filibustiere di tecnico usa addirittura il “lei”, per dare spessore al concetto: e “il figliolo dell’orefice”, che è un tipo vanitoso, impettisce, tira fuori l’orgoglio e gioca partite favolose. Che gli valgono la stima di Bearzot e la convocazione in quella squadra da sogno che sarà protagonista ad Argentina ’78.

E’ la favolosa Juve di Bilbao, trapiantata in maglia azzurra per otto undicesimi: Zoff, Gentile, Cabrini eccetera, più Antognoni, Paolo Rossi (che proprio lì diventa Pablito) e Mauro Bellugi, da Buonconvento.
E che, con il senno di poi, è una squadra che vale Spagna ’82, se non qualcosa in più: perché Bettega (fidatevi) era attaccante di levatura mondiale, Causio era bravo quanto Bruno Conti e Benetti era più forte sia di Marini che di Oriali.
E anche perché il “figliolo dell’orefice” valeva il Collovati “mundial”: rubando meno l’occhio, ma guadagnando in efficacia, come potrebbero confermare l’austriaco Krankl, il tedesco Fischer o l’ungherese Fazekas. Regolarmente cancellati dal tabellino in quelle lontane, dolcissime notti di Buenos Aires.
Ma sarà, quella, la sua ultima prima (e ultima) consacrazione internazionale: perche’ Bellugi non ha nemmeno trent’anni e sarebbe nel pieno della cosiddetta maturità atletica, ma il suo fisico acciaccato ne dimostra molti di più, e allora comincia il declino: Napoli, Pistoia e poi sipario.

Potrebbe fare l’allenatore, come quasi tutti i suoi colleghi, ma non ne ha né il carattere né la voglia, e infatti molla subito.
Si farà un nome, invece, come opinionista televisivo: una figura inventata di sana pianta in quelle emittenti dove si parla di pallone a getto continuo, e che hanno quasi tutte sede a Milano. E dove la sua competenza, unita alla dialettica sapida e guizzante del Toscanaccio di Buonconvento sono il valore aggiunto alle trasmissioni… Anche se del Toscanaccio di Buonconvento, nel “figliolo dell’orefice”, c’è rimasto pochino. E al suo posto c’è piuttosto “el sciur Bellugi”, che talvolta indulge persino ad un improbabile accento meneghino.

Ecco.
Dall’altro ieri il nostro splendido campione non ha più le gambe.
Detta così è una roba raggelante, una di quelle notizie da telegiornale che fanno rabbrividire: e per evitare l’infezione dilagante del Covid hanno dovuto amputarle entrambe.
Così, è toccato sentire anche questo strazio, alla fine del disgraziatissimo 2020. Una notizia che riempie di tristezza e di scoramento, anche se il personaggio è un tipo tosto, e pare abbia reagito da par suo: con grinta ma anche con una certa ironia spavalda, spalleggiato da un’ammirevole forza d’animo, e dalla sua famiglia che non lo ha mollato un attimo.

Ed è proprio a Mauro Bellugi, “il figliolo dell’orefice” di Buonconvento, che va l’ultimo pensiero dell’anno.

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