E se ognuno di noi riuscirà a mettere a disposizione degli altri un pezzettino di sé, sarà capace di stupirci di nuovo. Il 2021 dovrà servire a questo.

Aspettavamo l’ultimo dell’anno con una tensione spasmodica. 
Con un’applicazione, un cipiglio e un entusiasmo totali. 
Assoluti.

Per un certo periodo della nostra vita, quella festa che durava tutta la notte fu l’evento più importante dell’anno: fu il “manifesto” di una generazione e la sua presa di coscienza. L’urlo (Kerouac, Ginsberg, Burroughs, con qualche anno di ritardo) che dette il colpo di grazia a tutta la muffa, e la polvere, che quel mondo continuava a trascinarsi dietro.
Sotto i colpi del nostro “ultimo dell’anno” sparì, per esempio, il tradizionale “Veglionissimo” di Carnevale, per il quale il mio paese andava famoso nel circondario. 

La svolta avvenne, più o meno, a metà degli anni ’70; quando i ragazzi cominciarono ad averne abbastanza dei fisarmonicisti da veglia contadina, ora che era esplosa la moda della discomusic e con essa il fenomeno epocale della “Febbre del sabato sera”… Che nelle discoteche tipo l’Apogeo di Bettolle era sabato sera, ma anche (e soprattutto) domenica pomeriggio. 
L’Apogeo e il Garibaldi di Foiano, che andavano per la maggiore, e poi le famose discoteche “garage”: il Calimero, l’Arlecchino, il Bobo, l’Oriental di Torrita… E naturalmente il “33” di Sinalunga: il “Pidocchino”, dove quando segnavano un gol c’era il dee-jay che parlava sopra i dischi: “Attenzione, la Juve è passata in vantaggio ad Avellino”, e poi faceva ripartire il pezzo. Che erano i Boney M., Donna Summer o i Bee Gees. E se c’è qualcuno che non ha vissuto quella stagione musicale, beh… Sappia che si è perso qualcosa. 

Così importante, la festa dell’Ultimo dell’anno, che la facevamo partire da lontanissimo; si può dire che cominciavamo a pensarla già dalla fine dell’estate. 
Dapprima nello stanzone sopra il circolo Arci, che era una specie di piccionaia, e infatti quelli più grandi la battezzarono “Piccionight”. 
Poi, quando si accorsero che la gente stava diventando troppa (e il solaio emetteva scricchiolii sinistri) si trasferirono al cinema: e fu lì dentro che la festa visse le sue edizioni migliori, a cavallo fra gli anni settanta e gli anni ottanta. 
C’era un canovaccio, sempre uguale, che funzionava talmente bene da non sentire il bisogno di cambiarne la scaletta: cena, brindisi e poi Danilo saliva sulla consolle e partiva la musica fino alle quattro, le cinque del mattino. Che per l’epoca erano orari quasi inammissibili.

Non c’era niente di minimamente paragonabile al nostro “Ultimo dell’anno”: a volte, serviva per rivedere la ragazza con la quale avevi flirtato nell’estate di paese: un collaudo a distanza di qualche mese, una specie di “prova Invalsi” per verificare l’effettivo grado di tenuta di quel fugace amore stagionale. 
Per chi, invece, era “su piazza”, scattava l’effetto “Agenzia matrimoniale”, perché la nostra festa si era fatta un nome, e allora venivano ragazze da tutte le parti, che poi si portavano dietro le amiche e le amiche delle amiche… E ci sono un sacco di coppie che si sono conosciute lassù, e qualcuna è ormai oltre le nozze d’argento. 
Quelli che andavano in bianco, si consolavano con bevute colossali: gli occhiali da sole, esibiti alle sei del pomeriggio del giorno dopo, erano la scusa per comunicare al mondo intero l’entità della sbornia. Uno stravizio “da grandi”… Anche se non avevamo nemmeno diciott’anni.

Ecco. 
Per la prima volta, dopo più di quarant’anni, la festa non si farà… O meglio, non la faranno i diciottenni di adesso, perché la mia generazione (in quel senso) ha già dato: e la festa dell’Ultimo dell’Anno, per noi, ha smesso da tempo di essere l’evento catartico che ho cercato di descrivere. 
Rimane, per chi continua a frequentarla, una tradizione alla quale rimanere affezionati, una di quelle cose “da amatori”: piccolo pezzo di noi che continua a vivere nel deserto, tutto sommato buona per non considerarci del tutto estranei gli uni dagli altri. 
Anche se la discomusic, ormai, non ci incanta più e gli argomenti di maggior presa, quando ci vediamo, sono ormai altri: l’artrite cervicale, la pancia da buttar giù, i contributi che mancano ad andare in pensione.

Ma l’Ultimo dell’Anno che non c’è, stavolta, è un brutto segnale, e non ci voleva.
Perché se la quarantena sta colpendo duro dappertutto, figuriamoci in un posto come il nostro: e ci acuisce il rammarico, dopo un’estate che (grazie soprattutto ai ragazzi della cooperativa di comunità) è stata comunque all’insegna della “rinascita”. E che per molti versi abbiamo trovato bella, ed incoraggiante.

Lo stato di prostrazione nel quale sono cadute le nostre piccole comunità è evidente; eppure sono intimamente convinto che il paesello troverà la forza di rialzarsi. 
E se ognuno di noi riuscirà a mettere a disposizione degli altri un pezzettino di sé, sarà capace di stupirci di nuovo. 

Il 2021 dovrà servire a questo.

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