Eppure intorno al metro e settanta scarso di Keegan spirava ugualmente aria di leggenda.

Avevamo un sacco di inferiority complerx, all’epoca.

O, magari, eravamo figli di un’Italia paternalista e un po’ codina. Che fu capace, il 17 novembre 1976, di farci vedere Keegan in differita registrata: all’ora di cena, nonostante la partita (che era la partita più importante dell’anno) l’avessero giocata sei ore prima… Alle due e mezzo del pomeriggio, per la precisione. Allo Stadio Olimpico di Roma, gremito da 90.000 spettatori.

Che furono gli unici a vederla in diretta, perché così volle la logica, il buonsenso e il nostro senso di colpa.

Eravamo nel pieno degli opposti estremismi, con le BR all’uscio di casa e il fascismo di ritorno: la crisi finanziaria, l’inflazione a due cifre e stavolta non potevamo permetterci una brutta figura di fronte al mondo.

L’Andreotti-ter aveva soldi in cassa per uno, due mesi al massimo, e proprio in quei giorni aveva chiesto un mega prestito allo Zio Sam: ma immaginatevi l’imbarazzo, se come garanzia avessimo portato lo spettacolo di una nazione paralizzata davanti alla televisione, nel bel mezzo di un mercoledì lavorativo. Con gli operai in conto ferie e gli impiegati in cassa mutua, come nelle peggiori repubbliche delle banane.

Poi, finì due a zero per noi.

E ricordo che fu ugualmente una grande emozione, nonostante la differita.

Con il grande Kevin Keegan che fece addirittura autorete, sulla punizione di Antognoni. E poi il tuffo capolavoro di Roberto Bettega, imbattibile nel gioco aereo: il miglior acrobata dell’epoca, superiore a Hrubesch, a Toshack e anche a Santillana, che eppure faceva piangere l’Inter.

Due a zero per noi, e ci sentimmo improvvisamente migliori, sempre per via di quell’ inferiority complex.

Perché finalmente ci eravamo comportati come si sarebbero comportati i Tedeschi, i Francesi”, i Giapponesi e tutti quei paesi dove “non si scherzava” e dove “le cose funzionavano”.

E perché avevamo battuto gli Inglesi: che (sportivamente parlando) ci procurava un piacere irresistibile, visto che nessuno aveva il loro fascino… Nemmeno gli olandesi che pure erano magnifici.

“A Bobbimur fijo de na mignottaaaa” urla Gassman vestito da donna davanti al giudice Ugo Tognazzi.

Ed è prima di un ‘Italia- Inghilterra da rutto libero e frittatina di cipolle che arriva la telefonata del professor Riccardelli per vedere la corazzata Potemkin: con Fantozzi e Filini che arrivano a sognare un fantascientifico venti a zero, con gol di Zoff su calcio d’angolo avversario.

Il Liverpool, il Derby County, il Leeds United, e un po’ più tardi il Nottingham Forest, l’Ipswich Town e l’Aston Villa.

Erano loro, i nostri Avengers.

Lì vedevamo materializzarsi il giovedì sera, sul secondo canale, introdotti da Giorgio Martino e Gianfranco De Laurentiis.

E il nostro inferiority-complex che nasceva vedendo quelle sassate inaudite da trenta metri che si insaccavano regolarmente all’incrocio dei pali: e poi la marea di gente impazzita che si rovesciava dietro le crush- barriers… Mentre da noi c’erano quelle tristissime piste di atletica, intorno al campo, delle quali nessuno era in grado di spiegarne il senso.

Nomi da grandi calciatori: McDermott, Jimmy Case, Ray Kennedy, Hughes, Neal Callaghan, Sammy Lee e Steve Heighway, l’Irlandese. Tutta gente da non meno di 6-700 presenze in Premier League (che allora si chiamava First Division). Più, naturalmente, il più bravo di tutti: il trascinatore, il fuoriclasse, il Pallone d’oro… King Kevin Keegan, il KKK sognato nelle favolose copertine del Guerin Sportivo.

“Guardate che è una mezzasega. Un metro e 72… L’ho letto sull’Almanacco Panini”, disse Alberto. “Quindi sarebbe più alto di Sergio, ma solo per un pelo”, replicò scandalizzato Pierluigi. Sergio detto “Sergino”: che passava per il più piccolo di tutti e alle processioni gli negavano il Gesù Morto, per non creare scompensi agli altri portantini.

Eppure intorno al metro e settanta scarso di Keegan spirava ugualmente aria di leggenda.

Tipo la famosa barzelletta raccontata mille volte, di quando con Terry McDermott, decidono di sfidare (loro due, da soli) la Fiorentina al completo. E alla fine del primo tempo vincono tranquillamente per uno a zero.

Poi comincia la ripresa, e succede che McDermott riceve una telefonata dalla moglie, e debba improvvisamente lasciare il campo.

E allora rimane Keegan, da solo, ad affrontare la Fiorentina. La piccola, sfigatissima Fiorentina degli “undici Pellegrini Desolati che giocano per Caso”, paradigma assoluto delle nostre squadrette anni 70 che in Europa ne buscavano sode anche dalle squadre svedesi e rumene.

“Com’è andata a finire?” gli chiede McDermott all’indomani.

“Un disastro. Abbiamo pareggiato a uno a uno.”, risponde Keegan tutto sconsolato.

“Ma come? Quando me ne sono andato stavamo vincendo!” ribatte l’altro.

E Keegan scuote la testa: “Lo so, ma quel gran cornuto di arbitro mi ha espulso a un quarto d’ora dalla fine.”

Nasceva anche da qui il nostro inferiority complex verso il resto del mondo, e soprattutto verso gli inglesi.  Che ci sembravano sempre più avanti: nella politica, nell’economia, nel costume, nella vita di tutti i giorni e conseguentemente anche nel calcio. Che della vita di tutti i giorni era la rappresentazione più immediata.

Ma anche per questo era molto bello batterli, le volte che succedeva.

Poi arrivarono gli anni ottanta, e il complesso di inferiorità si attenuò, fino quasi a scomparire del tutto; quando ci rendemmo conto che quelle legnate da trenta metri all’incrocio dei pali eravamo buoni a tirarle anche noi.

E fu proprio questa la lezione più bella che ci impartirono Bearzot, Pertini, Paolo Rossi e i favolosi Mondiali di Spagna.

Ma siamo andati troppo avanti, perché questa è già un’altra storia.

E noi dovevamo limitarci a festeggiare Keegan, che proprio oggi compie Settant’anni.

Auguri, KKK.

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