Hagler, picchiava forte, e la pelata contribuiva ad accrescerne il fascino.

Non aveva il fascino totale e assoluto del calcio, né la popolarità (seppur stagionale) del Giro d’Italia, ma anche il pugilato aveva il suo perché.
Perché eravamo piccoli, ma entusiasti. E allora ci piaceva tutto quello che profumava di gara, e di competizione: di cose viste e sentite in lontananza, alla radio o in televisione, e che eppure ingigantivano i personaggi e rendevano monumentali le loro imprese… Come il duello Galdos-Bertoglio del ’75, che vivemmo come un’ Iliade dei tempi moderni.

Vincevamo la Coppa Davis, e allora tutti a comprare la racchetta: quelle di legno, poco più che giocattoli, che vendeva il Falorni di Sinalunga, e costavano 4000 lire. Vinceva Niki Lauda, e via con i carretti di legno, tipo quelli che usano a Valiano per correre il palio, e che noi dipingevamo con le livree dell’epoca: la Tyrrell (blu), la McLaren (bianca e rossa, come le sigarette Marlboro) e la Lotus, naturalmente. Che era la più bella e la più ambita: nera, con lo sponsor John Player Special in oro.

Il pugilato arrivava rigorosamente a metà settimana, ed era il piatto forte di “Mercoledi Sport”. Ore 22,30, sul primo canale: in genere, il titolo italiano dei pesi mosca, differita da qualche località turistica, telecronaca di Paolo Rosi… Ricordo il povero Dino, che non si perdeva un incontro che fosse uno: “Ai miei tempi –diceva- c’erano Meazza e Girardengo. Ma nessuno era popolare quanto Carnera. “ .
E ricordo anche la grande popolarità di Nino La Rocca; un ragazzo di colore naturalizzato Italiano che sembrava Eddie Murphy. Aveva una simpatia contagiosa e faceva ascolti incredibili, battendo avversari (ma si è saputo dopo) fin troppo “addomesticati”. Quando gli toccò uno che menava sul serio, finì al tappeto e di lui non se ne seppe più nulla.

Hagler, invece, non era un bluff.
Picchiava forte, e la pelata contribuiva ad accrescerne il fascino: lo rendeva più “cattivo”, come Yul Brynner ne “I Magnifici Sette”, e un po’ “speciale”, come il Vialli che alza la Coppa dei Campioni.
A noi piacque subito, perché ci sembrò una specie di angelo vendicatore: capace di distruggere Alan Minter, il cattivissimo Inglese che aveva “ammazzato” Jacopucci e sfigurato Antuofermo.
Jacopucci era uno scricciolo biondo, e ci lasciò le penne in una serata tragica. Antuofermo era un incassatore Italo-americano con la faccia triste dell’emigrante e l’arcata sopraccigliare debole, che lo portava a finire il match in un mare di sangue.
Minter lo martellò sistematicamente proprio lì, con una “ferocia” sportiva che ci parve persino sprezzante, e Il povero Antuofermo ne uscì più morto che vivo, portato via in barella con gli occhi semichiusi, come il Rocky Balboa che ne ha buscate sode da Apollo Creed.

Altezzoso e prepotente, Minter organizzò la difesa del titolo mondiale dei Medi proprio a Londra, cinque mesi dopo.
Ma lì, arrivò Hagler.
Bastarono tre riprese, per il classico amore a prima vista; l’Inglese finì al tappeto come uno straccio e quel fenomenale pelatone ci parve il bene che trionfa sul male. O, più semplicemente, Bud Spencer quando prende a schiaffi Mexcal che è venuto a tiranneggiare gli agricoltori.
C’erano anche quelli del Partito Neonazista, in tribuna, ansiosi di vedere il bianco che massacra l’uomo nero (il pugilato deve molta della sua popolarità anche a queste porcherie, purtroppo): ci rimasero malissimo, e per il dispetto ne combinarono di tutti i colori, distruggendo la Wembley Arena.

Il mito di Marvin “The Marvellous” nacque quella sera.
Da lì in poi, fu un’escalation continua che lo pose tra gli sportivi planetari più famosi degli anni’80, protagonista assoluto dell’ultima grande stagione del pugilato: insieme a gente irripetibile come Mike Tyson e a Sugar Ray Leonard. Duran “manos de piedra”, il “Cobra” Hearns e Julio Cesar Chavez, orgoglio del Messico. E quelli con il nome simpatico: Ray “Boom Boom” Mancini, o Hector “Macho” Camacho.

Talmente popolare, il “pelatone”, da meritarsi persino qualche apparizione cinematografica, dove non se la cavò malissimo; peggio di Cantona, che recitò in “Elizabeth” e vinse un award, ma meglio di Alberto Tomba, che con “l’ariete Alex”si fece portare per bocca.

Tifoso della Sampdoria, si è saputo poi.
“Perché -disse- anche la Samp è partita dal niente, e ha raggiunto risultati impensabili. Proprio come me.”.
Mi sembro’ una bellissima dichiarazione: se non d’amore, almeno di appartenenza.
E gliene fui grato, come per i pugni affibbiati a quel perfido Inglese.

Ti sia lieve la terra.