Fu, quella, la lezione che imparammo, tristemente, nella notte di Marsiglia di trent’anni esatti fa: quando si spense la luce sul favoloso Milan di Berlusconi, di Galliani e di Sacchi.

Fu una notte tempestosa.
Ma non buia.

Nonostante i tentativi di Galliani di farla sembrare tale, e le goffe proteste di Franco Baresi con l’arbitro Karlsson: che scuoteva la testa e assisteva, un po’ stupito un po’ disgustato, a quella pantomima.
E non fu nemmeno perdere una partita, a tavolino o sul campo. Perché quella notte, insieme al mito dell’invincibilità, il Milan perse anche la verginità.
E fu quello, più della sconfitta, ad impressionarci.
La perse platealmente e volgarmente.
Calandosi le mutande in modo plebeo, davanti a mezzo mondo. Davanti ad un pubblico che da tre anni era tornato ad innamorarsi di quel Club magico, e antico.
Uno squadrone fantastico che non aveva più rivali in giro per il mondo, e i nemici più credibili doveva paradossalmente cercarseli in casa: l’Inter dei record, per esempio, e poi il Napoli di Maradona, la Samp di Vialli e Mancini e… La classe arbitrale italiana. Che a quel Milan non volle mai troppo bene, e gli metteva spesso il bastone tra le ruote (la monetina di Alemao, l’arbitraggio di Lo Bello a Verona).

Ma il vecchio Milan era più forte di tutto e di tutti.
Era la squadra più affascinante e più “glamour” del mondo, e per esserne conquistati bastava vedere il sorriso, morbido e rassicurante, dei suoi generosi protagonisti: a cominciare da Berlusconi, che con la tv ci offriva Drive-in, Mike Bongiorno e il Maurizio Costanzo-Show senza chiederci nulla in cambio (a parte sorbire qualche pubblicità).
La consapevolezza di essere passati, in pochi anni, da Verza-Incocciati a Gullit-Van Basten, dalla Mitropa Cup alla finale di Barcellona, con la Steaua di Hagi rasa al suolo dopo venti minuti.
Erano le prove tecniche di un “Miracolo italiano” in netto anticipo sui tempi, e comunque da rivendere al mondo, con tutta l’amplificazione possibile.
Perché tutto quello che profumava di Milan doveva avere il crisma dell’eccellenza, e della qualità: il giocatore “da Milan”, il pubblico “da Milan”, l’impresa “da Milan”.
E le avventure in Europa, “da Milan” pure quelle: roba soprannaturale, come la nebbia di Belgrado, o epopee leggendarie, come la batosta che chiuse il ciclo del Real Madrid… Non un Real qualsiasi, ma la celeberrima “Quinta del Buitre”: quello “dei RoyRogers come jeans”.

Poi, un bel giorno, dall’urna della Coppa dei Campioni (non ancora Champions League) sbucò fuori l’O.M.
Perché “chi si somiglia si piglia”, dissero.
E quel Marsiglia, al Milan, somigliava effettivamente parecchio… Una specie di fratellino minore, a cominciare dal Presidente: anche lui un tipo irresistibile e sorridente, che si faceva chiamare “le Petit Napoleon”, e si era messo in testa, grazie al pallone, di fare le scarpe a Mitterrand.

Prendete Ilicic dell’Atalanta in giornata di grazia, dategli qualche numero in più e mettetegli l’andatura ciondolante e sdinoccolata di un Toninho Cerezo. Poi andate a chiedere ad un certo Paolo Maldini chi sia stato, in trent’anni di carriera, il suo incubo notturno più ricorrente.
E vedrete se non salta fuori proprio quel nome lì: Chris Waddle, che quella sera cammina sulle acque, insieme a JPP e Abedi’ Pele.
1-1 (scomodissimo) e comunque tutto rimandato al Velodrome, quindici giorni dopo; dove c’è il presagio di doversela sudare parecchio, ma anche la netta convinzione che il vecchio Milan saprà cavarsela, senza tradire le aspettative.

E invece, succede che il copione si ripete.
Ancora più imbarazzante, se possibile: perché il Marsiglia è lo stesso di San Siro, ed ha il vento che gli soffia sulle spalle, mentre il Milan non la struscia praticamente mai… Memorabile il “ti rompo il c…” urlato in faccia ad Abedì Pelè da un Franco Baresi in palese frustrazione sportiva: le telecamere, impietose, riprendono la scenetta da vicino, ed al grande Capitano tocca pure una figuraccia in Mondovisione.

Poi al minuto 89, quando il destino si sta inesorabilmente compiendo (l’OM conduce per 1-0 e sta dominando in lungo e in largo) ecco spegnersi la lampadina galeotta del riflettore alla sinistra della tribuna centrale.
Non è un gran male, perché nessuno se ne accorge o quasi, e comunque la cavalleria sportiva, per quanto si è visto, imporrebbe ben altro comportamento: un’alzata di spalle, una stretta di mano al legittimo vincitore, e ci vediamo alla prossima.

Ma lì si capisce che al Milan, evidentemente, si sorride solo in caso di vittoria. E quando si perde, la musica cambia, e “nun ce vonno stà”.
Proprio come succede nei campetti a Centocelle, o al Tuscolano.
La scena che ne segue è imbarazzante, compreso il Galliani che entra in campo con gli occhi fuori dalle orbite e intima alla squadra di abbandonare il campo.
Addio al garbato, conciliante “Zio Fester” che rilascia interviste a Cesare Cadeo su Canale 5: siamo ai livelli di quell’ineffabile Sceicco del Kuwait che combinò una marachella del genere (rimasta poi storica) ai Mondiali del 1982. Facendosi ridere dietro da mezzo mondo.

“Il guaio dei poveri è che credono al sorriso dei ricchi. Ma i ricchi sorridono solo per poterti fregare.” commentò amaro il vecchio Dino, che quella sera guardava la partita al bar.
“… Oppure, perchè ti hanno già fregato.”, rincarò Mario, che di pallone, invece, non se ne interessava.
Ingeneroso o meno, il concetto era comunque abbastanza chiaro, e quella partita servì (una volta di più) a ribadirlo.
Per i ricchi, e i potenti, esistono due alternative: vincere, o vincere.
Altrimenti, buttano all’aria il tavolino.

Fu, quella, la lezione che imparammo, tristemente, nella notte di Marsiglia di trent’anni esatti fa: quando si spense la luce sul favoloso Milan di Berlusconi, di Galliani e di Sacchi.
Momentaneamente.
Perché, poi, quel Milan riprenderà ben presto a vincere, e a mostrare la sua faccia più bella e accattivante.
Cercando, con le vittorie, di far dimenticare anche quella pessima figura.

Ma la lezione rimase… E ci insegnò che dei ricchi e dei potenti, è buona regola non fidarsi troppo.
E quando sorridono, non bisogna fidarsi affatto.