Ho l’impressione che quel genere di uomini, voltandosi verso la panchina, uno come Claudio Cesare Prandelli non riesca più a vederli.E che l’ombra dentro di lui, sia cresciuta anche per quello.

Non so cosa intenda di preciso, Prandelli, quando parla di “un’ombra cresciuta dentro di me”.
Ma un po’, me lo immagino.

Io mi ricordo di quando la sua Fiorentina espugnò Anfield, e lui zompo’ addosso ad Alessia Tarquinia di Sky, in maniera quasi selvaggia.
Era morta la moglie da poco, e il popolo viola gli aveva regalato, al Franchi, il minuto di silenzio più bello mai “ascoltato” in uno stadio italiano.
Quell’abbraccio, mi piacque… Sperai, morbosamente, in una storia (e in una vita) che ricomincia, dopo mille disgrazie.
Anche se non era vero, mi piaceva l’idea di vedere Prandelli felice.
Sentivo che se lo meritava.

Perché, risultati o no, l’ho sempre pensato un tipo perbene, a cominciare dalla faccia: uno di quelli che prima vedi l’uomo, poi a debita distanza arriva il personaggio e infine il conto in banca, che è pur sempre quello di un milionario.
Come è milionario quello dei calciatori della Fiorentina (o della Juventus, o dell’Inter o della Sampdoria), che però hanno capovolto questa scala-valori.
Ed è per questo, forse, che il calcio non mi scalda più come una volta.

E lo ricordo anche al Teatro Verdi di Firenze, intervistato da Gianni Mura di Repubblica, davanti a 500 ragazzi.
Era il 2013, Gigi Riva aveva appena lasciato lo staff della Nazionale, e a lui dispiaceva parecchio. Lo vide come una specie di allarme rosso, e quasi si commosse: perché il calcio di Prandelli, evidentemente, era quello di Gigi Riva. Così come il calcio di Vialli era quello di Paolo Rossi.
E infatti, l’altro ieri si è commosso pure lui.

Ed allora, ho l’impressione che Prandelli pensi, ogni tanto, al calcio delle figurine Panini,
dove ancora lo chiamavano Claudio. Eterno “tredicesimo” nella Juve del Trap che lo faceva entrare sistematicamente al posto di Marocchino, o di Boniek, per coprirsi un po’ a centrocampo.
Oppure nell’Atalanta dell’88, quella della miracolosa semifinale in Coppa delle Coppe contro il Malines.
Dove, ormai a fine carriera, giocava pochino: ma era fantastico vederlo entrare nei momenti più delicati, a dirigere la squadra come una specie di capitano non giocatore.
Regista arretrato. Nell’Atalanta di Walter Bonacina e Glenn Stromberg, il vichingo che a Bergamo veneravano come il mitico Thor. Di Eligio Nicolini, Daniele Fortunato e il fenomenale Cantarutti, che fu l’eroe di quella stagione.
In panchina, il quasi esordiente Emiliano Mondonico.

Ecco.
Ho l’impressione che quel genere di uomini, voltandosi verso la panchina, uno come Claudio Cesare Prandelli non riesca più a vederli.
E che l’ombra dentro di lui, sia cresciuta anche per quello.