Buon compleanno, tovarish Oleksej Mikhajlychenko. Fu il nostro sogno di una notte di mezza estate, trent’anni fa.

Il primo scoglio era scrivere il nome correttamente.
Come succedeva con Borussia Monchengladbach e con la formazione tipo della Polonia del 74, che a parte Lato non ce n’era uno con un nome da cristiano.
Poi, quando avevi messo in ordine tutta quella fila interminabile di acca, kappa e ypsilon, potevi finalmente godertelo fino in fondo.
Ma a quel punto, era troppo tardi.
E Oleksej Mikhajlychenko, se n’era già andato.

Fu il nostro sogno di una notte di mezza estate, trent’anni fa.
Che quando lo lessi nel giornale non mi sembrò nemmeno vero, perché lo avevo visto alle Olimpiadi di Seul, e ne ero rimasto folgorato.
Mikha (lo abbrevio così) era una via di mezzo tra Godzilla e Ivan Drago; fabbricazione sovietica, e quindi roba di qualità, anche se era un URSS in piena perestroika. Agli ultimi rantolii, nonostante vestisse ancora quella maglia CCCP severa e solenne come l’inno nazionale cantato dal coro dell’Armata Rossa.

Mikha, a Seul 88, fu calciatore totale. Orgasmico, addirittura.
Prendete il Pelé del 1970, il Maradona dell’86, moltiplicate per due e shakerate il tutto… In Italia non ce ne accorgemmo perché il torneo Olimpico di calcio, da noi, ha minor appeal della Coppa Tempora, ma quell’edizione la vinse praticamente da solo. Schiacciando come un rullo il Brasile di Romario e Bebeto, la Germania di Klinsmann, la super Jugoslavia di Stojkovic e una buonissima Italia, nonostante ne avessimo prese quattro dallo Zambia nelle eliminatorie.

Ora, succede che la Samp, nel suo ruolo, ha Victor Munoz.
Un caro, impagabile ragazzo ultratrentenne che si infortuna di continuo: e allora bisogna ricorrere a Invernizzi, che finisce sempre bello e impettito nelle fotografie della formazione titolare.

La leggenda racconta di Vialli e Mancini che si precipitano in sede, e attaccano al muro il povero Paolo Borea, che ha in tasca il contratto firmato di un “certo” Fernando Redondo.
Vialli e (soprattutto) Mancini hanno un ascendente notevole sul grande Paolo Mantovani: che infatti si lascia convincere facilmente, spedisce Redondo al Tenerife e prende Mikhajlychenko… Sei miliardi e mezzo alla Dinamo Kiev e uno stipendio mensile di 900 rubli per il ragazzo, che quasi sviene dalla gioia: “il doppio di quanto prende un operaio specializzato” , dichiara testualmente.
Il resto se lo prende il partito, perché siamo nel 1989. E da quelle parti (ancora per poco) funziona così.

Poi, la realtà è un’altra cosa.
Atteso a chissà quali sfracaelli, il Russo bionico parte benino, poi si infortuna, si intristisce, si deprime, si infortuna di nuovo e se vogliamo togliere un ragno dal buco bisogna raccomandarsi di nuovo a Giovannino Invernizzi.
Che figura quasi sempre tra gli “accosciati” nelle foto di inizio gara, mentre Mikhajlychenko sì macera di nostalgia al Consolato russo, dove ogni sera va ad ascoltare musica classica, sorseggiando vodka con i funzionari.

Così, la Samp vincerà lo scudetto. Senza però l’impronta decisiva di quell’atleta favoloso, che alla fine si rivela una presenza sfuggente, o poco più.
Se ne va ai Rangers Glasgow, dopo nemmeno un anno, e noi prendiamo un certo Silas… Mezzala brasiliana di grande fede e devozione, che prima di scendere in campo regala la Bibbia ai portieri avversari.
Perché adesso ci scherziamo, ma succedeva anche questo, in quegli anni lì.

Buon compleanno, tovarish Oleksej Mikhajlychenko.

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