Bentornate, Fere! Nel bel mezzo di quella rivoluzione non sfuggì che i primi ad addentrarsi nella foresta erano stati Corrado Viciani e la sua piccola Ternana.

La Ternana… “Le Fere”.

Ricordo che la rammentavamo spesso ai “Fantasisti”, in TV, quando si facevano le gare di memoria sportivo-calcistica.
Che Doricchi e Binarelli cedevano di schianto quasi subito, Cimarosti teneva botta fino alle prime salite, dove partivano in fuga Rubani, Parri e (modestamente) il sottoscritto. E facevamo il vuoto.
Spesso vinceva Rubani, che in prossimità dell’ultimo chilometro snocciolava quasi sempre la formazione della Ternana del 1972, che era il suo pezzo forte. E di fronte a quella poderosa dimostrazione di potenza, alzavamo bandiera bianca.
Una litania, più che una formazione.
Recitata nell’esametro classico 3-3-5 come i radiocronisti di “tutto il calcio minuto per minuto”…. Una via di mezzo tra il Tantum Ergo della Novena e la “pioggia marzolina che scende argentina”.

La Ternana aveva una bellissima maglia rossoverde, i pantaloncini neri e fu la prima squadra umbra a toccare la serie A (Il Perugia arriverà un paio di anni dopo). E aveva calciatori per niente famosi ma dai cognomi fantastici: Luchitta, Beatrice, Rosa, Cardillo, Mastropasqua, Marinai. Ce n’era uno che si chiamava addirittura Brutto, e quando si trovava nelle figurine, era da morire dal ridere.
Ma più che i giocatori, di quella squadra colpiva il suo allenatore (la parola “Mister” nel 72 era abbastanza sconosciuta): Corrado Viciani, appunto, che impose la sua Ternana e il famoso “gioco corto”.

Ora, è bene intendersi, nel calcio non si inventa mai niente: c’è una palla che rotola, e generalmente vince quello più bravo o quello che corre di più.
Quando le due caratteristiche coincidono nella stessa squadra, arriva l’Olanda di Crujff, oppure il Brasile del 70 e il Barcellona di Guardiola.
Quella Ternana correva molto, e correva con giudizio… Precorreva i tempi con un gran “pressing” (quando il “pressing” non sapevamo cosa fosse) e “manteneva corti i reparti” (quando non esistevano i reparti).

Erano anni rivoluzionari, quelli. In tutti i sensi. Gli Olandesi avevano sparigliato le carte, e tutti andavano dietro al nuovo verbo: arrivarono anche da noi i calciatori cosiddetti “universali” (Rocca, Tardelli, Re Cecconi, Guerini della Fiorentina e Patrizio Sala del Toro) e vinsero lo scudetto squadre totalmente nuove, come la Lazio di Maestrelli e il Torino di Gigi Radice. Ma anche nel bel mezzo di quella rivoluzione non sfuggì che i primi ad addentrarsi nella foresta erano stati Corrado Viciani e la sua piccola Ternana.

Da lì in poi, comincerà il cambiamento.
Quello che trasforma il calcio italiano e lo porta in alto, scalando vette di assoluta eccellenza e qualità.
E quando arriva Arrigo Sacchi, con il suo Milan, a farsi ammirare da mezzo mondo c’è chi ribadisce che non c’e’ poi così tanta differenza tra lo sfrenato atletismo tecnico tattico dei rossoneri e quello della mitica Ternana del 1972.
Se non che sa una parte ci sono Baresi, Maldini, Gullit e Van Basten. Dall’altra c’erano Ermenegildo Valle, Agretti, Benatti e, giustappunto, Brutto.
E non era una differenza da niente.

Bentornate, Fere.

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