E stravolgera’ il mio vecchio giocattolo, fino al punto di renderlo irriconoscibile. Alla fine, ce l’hanno fatta.

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Aldone Biscardi, lassù, si starà fregando le mani.

A lui, le polemiche piacevano da matti. E io partecipavo abbastanza assiduamente al suo Processo, che spesso era interamente dedicato alla cosiddetta “moviola in gambo”, e a quella specie di guerra di religione che vi avevano montato dietro, soprattutto i giornalisti di Roma.

Ero uno dei pochi, se non l’unico, ad essere fieramente, e risolutamente, contrario: talvolta, alzando anche un po’ la voce di fronte a gente che aveva parecchi più titoli di me… Che in fondo ero lì per pubblicizzare i miei libri, e infatti ci fu chi mi prese per il solito esibizionista: quello che vuol farsi notare cantando fuori dal coro.

Invece, avevo ragione.
Perché il calcio con il quale siamo nati e cresciuti, e che abbiamo amato fin da bambini, è lo stesso da più di cento anni.
Mentre la vostra moviola in campo – dicevo- ne farà qualcosa di irrmediabilmente diverso: che forse sarà qualcosa di più bello e avvincente, ma non sarà più il mio calcio. E stravolgera’ il mio vecchio giocattolo, fino al punto di renderlo irriconoscibile.

Alla fine, ce l’hanno fatta.
E per rendersene conto basta guardare gli ultimi tre rigori che hanno fischiato: quello alla Fiorentina, quello al Napoli e quelli al Porto… Che sono tre rigori che nemmeno nelle barzellette. Ma che, codice alla mano, possono apparire addirittura sacrosanti.

Ma è proprio lì, come temevo, che al gioco del calcio hanno dato il colpo mortale.
Perché se il “mio” calcio aveva un senso, e ti faceva innamorare, era proprio perché non era né il torneo di Wimbledon, nè l’All’ Star game dell’NBA americana, e quei rigori non si fischiavano mai: per una questione di etica, e persino di estetica, in virtù delle quali una battaglia sportiva di centoventi minuti non può essere decisa da un pizzicotto su una spalla.
“Guardate che il rigore, nel calcio, è una cosa seria”, disse una volta il povero Gigi Agnolin.
Si riferiva proprio a questo.

Adesso sono contento per i pisquani che siamo.
Nessuno si è battuto così strenuamente come noi Italiani per questa schifezza. Essendo il paese del sospetto e dell’intrigo eravamo convinti che con la moviola in campo anche il Cesena e l’Ascoli avrebbero finalmente lottato per lo scudetto: che, invece, continua a vincerlo la Juve. Con venti punti di vantaggio, magari, anziché cinque o sei.

Ma confido, a questo punto, nella Uefa. Confido nei Tedeschi, negli Olandesi, negli Inglesi che forse sono meno fanatici di noi, ed hanno già intuito che razza di bojata sia questa Var.
E la tolgano di mezzo in tutta fretta, restituendo piena dignità al gioco e alle sue regole sempiterne. E allo spettatore pagante: quello che compra il biglietto e assiste a uno spettacolo dove non si raccapezza più, e deve telefonare a casa per capire cosa sta guardando.

Perdonami, caro vecchio Aldo. Ti darò un dispiacere a distanza, ma fosse per me, il Var sparirebbe domattina.FB_IMG_1551948463566

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Era una forza, il mio “Marziano”. Era Ajace Telamonio e Achille Piè Veloce frullati insieme.

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Da ragazzo, consideravo una benedizione di Nostro Signore l’essere tifoso della Sampdoria.
Mi sembrava una cosa davvero speciale.

La stessa sensazione che dovevano avere i tifosi del Toro, o della Lazio, o della Fiorentina.
Moltiplicata per dieci, nel mio caso. 
Perché all’epoca la Samp era proprio una squadra di retrovia.

Trovavo elegante (ed esclusivo) spasimare per calciatori che si chiamavano Micio Orlandi, Genzano o Bistazzoni; non mi disturbava affatto cominciare la lettura della Gazzetta da pagina diciannove (quella della serie B), e il giorno che comprammo Redeghieri dal Lanerossi Vicenza mi sembrò l’acquisto del secolo.
Da ragazzi si era così.
Un giorno ascoltavo Marco Lorenzoni che, presentando un libro, raccontava le stesse, identiche sensazioni legate (nel suo caso) alla Fiorentina di Desolati e Sella. Di Gola e Zuccheri. Però, a differenza sua, non avvertivo la sindrome dell’indiano contro il cowboy: quel mix di “orgoglio-fatalismo-vittimismo” che diventa quasi lotta di classe e rende un po’ speciale la tifoseria viola (o quella granata).
Non avevo, insomma, padroni da combattere o cattivi da sconfiggere… La mia Samp mi bastava così com’era: piccola, lontana e affascinante.
Un piacere da delibare in perfetta solitudine; mentre al bar, quando segnava la Juve, succedeva il finimondo.

Tifarla era un privilegio.
Un privilegio il portiere Cacciatori che para un rigore a Rivera (poi, perdemmo ugualmente, ma vuoi mettere?). Un privilegio la prima visione del film “Il Tempo delle Mele”, seguito con la radiolina all’orecchio; rovinato da un certo Cozzella, che quel pomeriggio segna una doppietta e noi facciamo solo 2-2 con la Sambenedettese.
Un privilegio il primo derby visto, nel 79: 1-1, gol di Giorgio Roselli. 55000 spettatori in un Marassi pieno come un chicco d’uva, in barba a ogni legge sulla sicurezza.
E poi, c’era la maglia… Unica e irripetibile. E quei quattro colori che hanno tuttora il potere di ipnotizzarmi, anche se li vedo combinati su un tovagliolo al ristorante, o sulla bandiera di qualche Palio.

Oggi Alviero Chiorri compie gli anni.
Era il più bravo che avevamo, in quei tempi lì. E a me pareva addirittura impossibile che uno così bravo, potesse giocare con noi.
Perché se l’inarrivabile Pelè era Dio, il nostro “Marziano” (lo chiamavano così) doveva comunque sedergli abbastanza vicino… Pelomeno al posto del Figlio, o dello Spirito Santo.
E il gol che segnò con il Milan, e che ci permise di espugnare San Siro in un pomeriggio lontano di serie B, rimane forse il gol più emozionante che abbia vissuto da tifoso… Molto più dei tanti (e più decisivi) ai quali avrei assistito negli anni a venire.

Era una forza, il mio “Marziano”.
Era Ajace Telamonio e Achille Piè Veloce frullati insieme. Il lusso che ti pareva impossibile poterti permettere; era la fotografia che aveva il posto d’onore nella camera da letto, e stava sopra a quella dei “Rockets”, un famoso “complesso” di allora composto da musicisti pelati che si dipingevano di grigio.

Poi arriverà Trevor Francis, e il destino prenderà tutta un’altra direzione; con la crisalide che diventa farfalla, e Cenerentola che finisce per sposare il Principe Azzurro… Perchè questa, alla fine, è la storia della mia piccola Samp.
Che però, un bel giorno, invita il vecchio campione allo stadio, per un ultimo giro d’onore.
E si accorge che l’applauso più lungo e più bello dei tifosi, tocca proprio a lui.
Perché il primo bacio, evidentemente, non si scorda mai.

Auguri, Marziano.FB_IMG_1551500203398

MASSISCHERMO A PIEVESCOLA – SABATO 23 FEBBRAIO

SABATO 23 FEBBRAIO – ORE 21 – PIEVESCOLA – SALA POLIVALENTE

In principio era la radio, poi arrivo’ la televisione. E con quella, la condivisione entusiasta ed ingenua dei grandi appuntamenti sportivi, che fossero partite di calcio, incontri di boxe o tappe di ciclismo. Il MAXISCHERMO e’ l’ultimo anello della catena: e’ quello che prende di peso il cosiddetto “evento” e lo trasporta in piazza, con la gente che diventa folla e la gioia che diventa delirio…. E intorno, come mercanti nel tempio, quelli che incanalano l’entusiasmo, ne fanno spettacolo e lo trasformano in business…
Ma LIBERO TADDEI ed i suoi non molleranno. La loro Festa de L’Unita’ dovra’ continuare ad essere un’occasione per riflettere. socializzare, confrontarsi, non solo per monetizzare. E su questa intransigenza combatteranno fino all’ultimo la loro romantica battaglia.
I campionati mondiali del 2006 fanno da sfondo alla loro piccola epopea di provincia. Il trionfo del Maxischermo si stagliera’ evidente ed indiscutibile, ed i nostri eroi andranno incontro, giorno dopo giorno, allal loro inevitabile ” derrota” come quelle squadre sudamericane un po’ sfigate ma ricche di sentimento. “MASSISCHERMO” e’ un racconto teatrale a due voci, un po’ saga fantozziana, un po’ irreale. Parla di calcio di paese, di uomini semplici e di gol passati alla storia. Di caroselli in piazza e di bistecche invendute. Di come un “beau-geste” per essere veramente tale, comporti un sacrificio ed un prezzo da pagare. E quasi sempre una “derrota”. Anzi una “Gloriosa Derrota”FB_IMG_1550833089796.jpg

IL PAESE PIÙ SPORTIVO DEL MONDO A SIENA

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Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo Lorenzetti
A SIENA
20 febbraio – Circolo ARCI XXV Aprile – Circolo del Petriccio con Andrea Sbardellati. A seguire: ATL-JUV

23 febbraio – LA NOTTE ROSSA – Sala polivalente a Pievescola con Pippo Lambardi. A seguire: MASSISCHERMO – Racconto Teatrale a due voci

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A me, di Gordon Banks incuriosiva la faccia, che sembrava di gomma. Poi il nome, che pareva quello di un supereroe

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In quel modo si rischia persino di banalizzarlo, uno come Gordon Banks.

A forza di insistere su quella famosa parata, che a detta di tutti è “la parata più bella di tutti i tempi”, il gesto tecnico più rimarchevole mai compiuto da un portiere su un campo di calcio.
Messico 1970: cross di Jairzinho e colpo di testa di Pelè a botta sicura.
Il più classico dei gol “brazileri”, se non fosse, però, per quel diavolo di portiere inglese, che è un fulmine nel recuperare l’equilibrio, e simultaneamente buttarsi quasi a pesce sul pallone per smanacciarlo con un prodigio oltre la traversa.

E’ rimasta nella storia, quella parata effettivamente fantastica. Perchè i Brasiliani sono furbacchioni di tre cotte, e all’epoca non gli parve il vero di far passare il concetto di una “Selecao” imbattibile… Talmente imbattibile da eliminare uno alla volta prima il miglior portiere (Banks, appunto), poi i migliori difensori (gli Uruguagi) e infine i migliori attaccanti del mondo. Perchè tali reputavano Riva e Rivera, nonostante Rivera in quel Mondiale finì per giocare quasi niente.

Fu così che Banks passò alla storia per quella parata, più che altro… E di quella finivano inesorabilmente per chiedergli, ogni volta che lo invitavano alla tv; facendo un paragone ingeneroso, come succede al cantante Mario Tessuto, che sempre su “Lisa dagli occhi blu” deve andare a sbattere. O a Mal dei Primitives, con “Furia-cavallo-dell-west”.

A me, di Gordon Banks incuriosiva la faccia, che sembrava di gomma. Poi il nome, che pareva quello di un supereroe: e, infine, mi colpiva la storia. Soprattutto quella del finale di carriera, quando il campione fu vittima di un terribile incidente d’auto, rimettendoci praticamente un occhio. E nonostante quello, il voler continuare a giocare nelle serie minori: dove, privato della visione binoculare, finiva per prendere gol da operetta. Gol che i tifosi di buon cuore gli perdonavano regolarmente, facendo finta che la colpa fosse sempre di qualcun altro.
Una storia molto tenera, quella, e soprattutto molto “british”: il superman indistruttibile che finisce improvvisamente fuori combattimento, ma tu continui a volergli bene. Successe lo stesso al grande Miguel Montuori, che ebbe una disavventura simile: e i tifosi della Fiorentina lo sommersero di un affetto addirittura commovente che durò fino alla fine dei suoi giorni.

Lo hanno eletto miglior portiere d’Inghilterra, Gordon Banks. Più bravo di Ray Clemence, David Seaman, Joe Hart (bella forza, direte voi) ma anche di Peter Shilton, la leggenda che giocò fino alla soglia dei cinquant’anni.
Premiato per il Mondiale ’66, più che per quei titoli in carriera che con la squadra di Club quel fenomenale portiere non vinse praticamente mai.
Una storia, anche questa, molto “inglese”, a pensarci bene: se pensate che il grande Danny Blanchflower, in vita sua, ha vinto la miseria di uno scudetto, con gli Spurs del’61… E Bobby Moore e Sir Stanley Matthews, nemmeno quello.

Brasile o no, Gordon Banks avrebbe vinto probabilmente anche il mondiale in Messico, dove la Nazionale Inglese di presentò davvero fortissima. Ma dove, insieme a disavventure di ogni genere, si innestò anche la più classica delle “spy-story”fantapolitiche, e quel mai del tutto chiarito “cagotto” che lo mise k.o a poche ore dal quarto di finale con la Germania, e che chiamò in causa la’FBI, la CIA, James Bond e tutti gli amanti della fantapolitica.
Il suo posto lo prese il malcapitato (è il caso di dirlo) Peter Bonetti, che trasformò il più comodo dei 2-0 nel più cocente dei 2-3. Un suicidio in piena regola che spedì gli tristissimi “Crucchi” alla semifinale dell’Azteca, e quel portiere Bonetti ad una specie di “damnatio memoriae” che dura ancora adesso… La leggenda nera dell’uomo sbagliato nella notte sbagliata; una roba tipo il famigerato centravanti Pacione (ricordate?) per i tifosi della Juventus, ma moltiplicato per dieci.

E’ stato un grande, Gordon Banks.
E ci perdonerà, lui e la sua faccia di gomma, se pensiamo che la parata più bella della storia del calcio, alla fine, l’abbia fatta qualcun altro.
Il 5 luglio 1982, allo stadio Sarria’ di Barcellona durante un Italia-Brasile di una qualche importanza
Minuto novantuno, più o meno.

Ti sia lieve la terra.FB_IMG_1549989418156.jpg

E proprio la splendida normalità dei protagonisti è al centro di questi racconti, insieme ai grandi momenti storici a cui si trovano ad assistere, anche solo davanti a una radio, a una televisione, a un maxischermo.

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WALL ELETRRQuando ti trovi tra le mani una vecchia foto, la prima sensazione è sempre quella della nostalgia. Quel sentimento che, per descriverlo, hanno unito due parole antiche e misteriose: “Nostos” e “Algos”. E che, unite insieme, vogliono dire più o meno “dolore per la lontananza”. O (più struggente ancora) “dolore per un ritorno”. Che è di per sé una cosa tristissima. Perché ognuno di noi, in cuor suo, sa benissimo che non tornerà mai. Come non torneranno Paolo Rossi, e i Mondiali del 1982. E nemmeno i sorpassi di Villeneuve, le punizioni di Platini, i duelli tra Gimondi e Merckx. E non torneranno Rivera e Mazzola, né Coppi né Bartali, e quelle loro fughe solitarie da dopoguerra che ad ascoltarle alla radio c’era un sacco di gente. Che ricordano i tanti “quando” dello sport che entrano a far parte della nostra vita e, in qualche modo, la colorano, la rendono speciale e talvolta indimenticabile. Fosse anche per lo spazio di un momento. I racconti di questo volume fotografano alcuni di questi attimi straordinari; di queste imprese divenute storiche tracce luminose per le vite “normali” di tanti uomini “normali”. E proprio la splendida normalità dei protagonisti è al centro di questi racconti, insieme ai grandi momenti storici a cui si trovano ad assistere, anche solo davanti a una radio, a una televisione, a un maxischermo. Semplici spettatori che, segretamente, si sentono protagonisti, con orgoglio e incoscienza, con entusiasmo e impegno, con amore e, semplicemente, voglia di vivere. Come quel tale che festeggiava i trent’anni di matrimonio e gli chiesero cosa ricordasse di quel giorno: “Praticamente nulla – disse -, se non che quella domenica la Fiorentina vinse a Napoli. Segnò Antognoni, su punizione”.

I personaggi che si muovono all’interno di questi racconti sarebbero piaciuti a Stefano Benni, e anche a Giovanni Guareschi, l’autore che seppe raccontare tanti anni fa un “Mondo piccolo” popolato da pepponi, doncamilli e da tanta gente semplice e perbene.

Quel mondo fatto da storie minime e da persone normali, dove per passare alla storia bastava un episodio particolare o anche solo una battuta ben riuscita. A volte persino una faccia. Tutta roba che poi veniva tramandata in qualche modo e finiva per arricchire le leggenda di un paese, o di una comunità.

Che si muovano nelle nebbie e nelle umidità della Bassa Padana o in un’immaginaria Toscana di provincia, i personaggi che troverete in questi racconti hanno il medesimo comune denominatore: raccontano storie. Storie che parlano di vita ma dove, all’orizzonte, si staglia lo scenario dei grandi eventi sportivi che a volte sanno caratterizzare meglio di tante altre cose i nostri momenti; dove c’è di mezzo un Mondiale di calcio vissuti davanti ad un maxischermo e i ricordi del Grande Torino. Una strania coppia di attaccanti e la leggenda di una lontana edizione dei Giochi della Gioventù. C’è l’immancabile parroco appassionato di calcio, ma anche Gino Bartali; e Michel Platini, eroe di quella Juventus che frantumò il proprio sogno nella notte dell’Heysel.

Si parla di nostalgia, dunque.

Ma parlando di sport, in questi racconti, si parla inevitabilmente di vittorie e di sconfitte, coniugate nei mille modi che si presentano nella vita di tutti i giorni.

Se ne parla quel tanto che basta per capire che, alla fine, non si vince mai trionfalmente e non si perde mai rovinosamente.

Gli eroi minori e semplici di queste pagine non vincono mai del tutto; e quando vincono, perdono comunque qualcosa. Così come, al contrario, le loro sconfitte regalano talvolta il sapore di una piccola vittoria: magari inutile, come sono quasi tutte le vittorie morali. Che servono per esibire qualcosa a noi stessi, e alla nostra coscienza di uomini.

Come ogni progresso che alla fine comporta sempre una perdita, e viceversa.

O come nelle migliori tradizioni del calcio sudamericano, dove si trovano spesso squadre un po’ sfigate, povere di vittorie ma ricche di sentimento, che non vincono quasi mai ma che celebrano ogni sconfitta, ogni “derrota”, come una “gloriosa derrota”.

MERCOLEDI 20 FEBBRAIO – ORE 18.45
PRESSO IL Circolo ARCI XXV Aprile – (Circolo del Petriccio)
Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo Lorenzetti
SIENA con Andrea Sbardellati
EdizioniSlam

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