SABATO 1 GIUGNO – ORE 18.30 VOLTE BASSE – SIENA Sagra della Pastasciutta “Il Paese piu’ Sportivo del Mondo”

SABATO 1 GIUGNO – ORE 18.30
VOLTE BASSE – SIENA
Sagra della Pastasciutta
Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo…
con Andrea Frullanti
Absolutely Free
EdizioniSlam
VERDE VERTICALE
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SABATO 1 GIUGNO – ORE 18.30 VOLTE BASSE – SIENA Sagra della Pastasciutta Il Paese piu’ Sportivo del Mondo

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VOLTE BASSE – SIENA
Sagra della Pastasciutta
Il Paese piu’ Sportivo del Mondo – Racconti di Riccardo…
con Andrea Frullanti
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Ieri sera mi ha avvolto un misto di ammirazione-invidia-frustrazione nel vedersi passare davanti in tre giorni tutto quello che vale la pena vivere in fatto di football.

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Ho l’impressione che corrano di più.

Che sviluppino più potenza, che si impegnino molto e che siano anche più veloci, e più potenti.
E che da agosto fino ad ora abbiano una continuità ed un’intensità atletica che i nostri nemmeno si sognano: nemmeno in Inghilterra li facessero con sette mani, dodici piedi e venti polmoni.

Ieri sera mi ha avvolto un misto di ammirazione-invidia-frustrazione nel vedersi passare davanti in tre giorni tutto quello che vale la pena vivere in fatto di football; il gol del Tottenham all’ultimo respiro e la rimontona del Liverpool in faccia a Leo Messi . “This is Anfield”, “You’ll never walk alone” cantato da tutti e sessantamila, e tutta quella tonnellata di retorica che altrove mi sembra insopportabile e che nello sport trovo irresistibile.
A questo si aggiungono stadi con un’erba verdissima e tribune sempre stracolme, che fanno parte del pacchetto. “Perché -disse una volta Gianni Poliziani- anche il teatro pieno è di per sé uno spettacolo”.

Ora, sia chiaro, non è solo questione di coreografia.
Mi dovreste spiegare, invece, perché Vardy, Sterling e Firmino rubino l’occhio più di Dybala, di Icardi e di Berardi (che secondo me sono pure più bravi).
Perché a maggio inoltrato continuino a sfornare quel tipo di prestazioni che a noi sono negate, nonostante il mistero di quelli che arrivano dall’estero, e spergiurano che “allenamenti duri e scientifici come in Italia, non ce ne sono al mondo”.

O anche quelli del “si, ma tatticamente il campionato inglese vale meno di zero”: che potrebbe persino andar bene, se non fosse che poi il nostro calcio così evoluto e raffinato viene regolarmente spazzato via, ogni volta che quegli sprovveduti ce li troviamo davanti.
Poi ci sono quelli che “gli allenatori italiani sono i più bravi al mondo”.
Salvo poi accorgersi che nessuno di loro regge due anni di fila: perché alla lunga, evidentemente, la nostra concezione di calcio, e di sport, stufa.
E non diverte più nessuno.

Capello, Ancelotti, Spalletti, Ranieri, Mancini, Conte, sono monete che finiscono in fretta fuori corso, all’estero: spesso non par vero di metterli alla porta, nonostante i risultati non siano nemmeno malaccio. Sarri, che da noi passava per oracolo, è spesso contestato, e auguro ad Allegri di rimanere a lungo al calduccio della nostra serie A… Ad applicare quel teorema-Juve che da noi (dove si guarda il risultato e quello soltanto) garantisce l’immortalità, e che a Madrid, o a Barcellona, non funzionerebbe, nemmeno se vinci otto scudetti in fila.
Quelli che allo Stadium vedono servire da qualche anno, fateci caso, con gli stessi ingredienti: mi impegno dieci minuti, e passo in vantaggio con il Chievo.
Che non è attrezzato nemmeno psicologicamente ad una partita d’attacco, e subisce (diciamo intorno al 75’) l’inevitabile raddoppio, dopo un’altra ora di estenuanti, soporiferi titic-titoc. Risultato: Juventus 2 Chievo 0.
Se moltiplicate per diciannove, cambiando il nome del Chievo e scrivendo al suo posto Cagliari, o Parma, o Sassuolo o Udinese avrete il risultato finale. E per vedere spettacoli del genere c’è lo Juve Club Bisceglie (per dirne uno) che si sciroppa ogni domenica trentasei ore di pullmann.
Dubito che possano resistere a lungo, anche se CR7, ogni tanto, qualcosa dal cilindro la tira fuori.

Ma il problema non è ovviamente la Juve, che alla fine rimane l’unica squadra decente che abbiamo, e che anche in Europa riesce comunque a farsi rispettare.
Trovo invece più pericoloso il giornale che assicura un futuro radioso al calcio italiano, perche’ può contare su fuoriclasse assoluti come Kean e Bernardeschi, Chiesa e Zaniolo, Romagnoli e Donnarumma.
Mi chiedo di quali mirabolanti imprese siano stati protagonisti per giustificare tutto questo entusiasmo, e mi è venuto in mente Alessio Cerci.
Che a forza di sentirsi ripetere che era un fuoriclasse finì per crederci, tanto da volersi finalmente misurare con il “calcio che conta”.
Dove porto’ i pregi, ma soprattutto i difetti del calciatore (e del calcio) italiano, che lo relegarono infatti prima in panchina e poi in tribuna mentre l’Atletico Madrid del Cholo Simeone stava aprendo un ciclo fantastico.

Adesso gioca nell’Ankaragucu-Spor, ed è una specie di barzelletta.
“Chiamalo scemo, a tre milioni netti annui…”, replica qualcuno.
E così si finisce per glorificare financo Alessio Cerci. In nome di quel relativismo un po’ straccione che porta a giustificare tutto: anche il bischero, purché vada in giro con la Mercedes.

Sono andato un po’ lontano.
Ma il problema è questo.60015245_2021679577944134_7730279355649097728_n.jpg

GRAZIE, VICIOMAGGIO! IL PALLONE CHE ROTOLA.

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IL PALLONE CHE ROTOLA – Live Music and Football Storytelling

VICIOMAGGIO – 28 APRILE – FESTA DELLA ROSA

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“Perche’ vedere solo un pallone che rotola….e’ come non vedere niente”. DOMENICA 28 APRILE A VICIOMAGGIO ORE 21.30 .

“Perche’ vedere solo un pallone che rotola….e’ come non vedere niente”. Si conclude con questa bella frase lo spettacolo dei Ricover, che andra’ in scena DOMENICA 28 APRILE A VICIOMAGGIO ORE 21.30 . Un “esperimento” – senza dubbio originale, aggiungiamo noi – lo definiscono i ragazzi della Band Termale che ha in Mauro Galli, non solo il FrontMan cantante, ma un autentico Virgilio che prende per mano il pubblico raccontando le grandi gesta di squadre epiche (il Grande Torino), di imprese sovrumane come la Juve che “non si intimorisce a Bilbao”. Un percorso, appunto, che i Ricover sanno ben punteggiare con brani d’autore e di grande suggestione e “Vincenzina” di Jannacci con le immagini di Rivera e del Milan anni 70 , fino all’urlo di Tardelli al Bernabeu con “La Storia siamo noi” di De Gregori, hanno emozionato il pubblico presente. Il viaggio, appunto, si chiude proprio nella notte del Bernabeu del Mundial spagnolo, al quale Riccardo Lorenzetti (autore dei testi), vi assegna non solo un valore sportivo (la conquista del titolo) ma addirittura un evento epocale , forse la piu’ bella favola del calcio italiano, che ha caratterizzato la nostra societa’ negli anni che seguirono. Un epilogo fortemente sottolineato da Mauro Galli (in forma smagliante) che dopo aver raccontato di Cruyff e la Germania del 74, di Juve, di Milan, di Inter, di Fiorentina, dell’Atletico di Bilbao, la notte dell’Heysel, delle storie (a volte bizzarre) sulla genesi delle maglie da gioco delle affascinanti squadre brasiliane, si ferma li…la sera dell’11 luglio. “La nostra generazione, allo stadio Bernabeu di Madrid, l’ 11 luglio del 1982, c’è rimasta!. Siamo ancora tutti lì, non ci siamo mai mossi…. E lì, probabilmente, rimarremo per sempre.

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“Perche’ vedere solo un pallone che rotola….e’ come non vedere niente”. DOMENICA 28 APRILE A VICIOMAGGIO / AREZZO – ORE 21.30 .

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“Perche’ vedere solo un pallone che rotola….e’ come non vedere niente”. Si conclude con questa bella frase lo spettacolo dei Ricover, che andra’ in scena DOMENICA 28 APRILE A VICIOMAGGIO ORE 21.30 . Un “esperimento” – senza dubbio originale, aggiungiamo noi – lo definiscono i ragazzi della Band Termale che ha in Mauro Galli, non solo il FrontMan cantante, ma un autentico Virgilio che prende per mano il pubblico raccontando le grandi gesta di squadre epiche (il Grande Torino), di imprese sovrumane come la Juve che “non si intimorisce a Bilbao”. Un percorso, appunto, che i Ricover sanno ben punteggiare con brani d’autore e di grande suggestione e “Vincenzina” di Jannacci con le immagini di Rivera e del Milan anni 70 , fino all’urlo di Tardelli al Bernabeu con “La Storia siamo noi” di De Gregori, hanno emozionato il pubblico presente. Il viaggio, appunto, si chiude proprio nella notte del Bernabeu del Mundial spagnolo, al quale Riccardo Lorenzetti (autore dei testi), vi assegna non solo un valore sportivo (la conquista del titolo) ma addirittura un evento epocale , forse la piu’ bella favola del calcio italiano, che ha caratterizzato la nostra societa’ negli anni che seguirono. Un epilogo fortemente sottolineato da Mauro Galli (in forma smagliante) che dopo aver raccontato di Cruyff e la Germania del 74, di Juve, di Milan, di Inter, di Fiorentina, dell’Atletico di Bilbao, la notte dell’Heysel, delle storie (a volte bizzarre) sulla genesi delle maglie da gioco delle affascinanti squadre brasiliane, si ferma li…la sera dell’11 luglio. “La nostra generazione, allo stadio Bernabeu di Madrid, l’ 11 luglio del 1982, c’è rimasta!. Siamo ancora tutti lì, non ci siamo mai mossi…. E lì, probabilmente, rimarremo per sempre.

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Ruud Gullit, il cosiddetto “tulipano Nero”

Ricordo la prima volta che sbarcò in Italia, più di trent’anni fa.
Ruud Gullit, il cosiddetto “tulipano Nero” dell’onnipotente Milan berlusconiano, con i suoi treccioloni alla Bob Marley.

“Abbiamo comprato un cantante”, osservò amaro il povero Edoardo, che dei calciatori aveva una concezione francescana, ed era rimasto a Schiaffino, che portava i capelli con la riga in mezzo.
Poi, se ne innamorò follemente anche lui: come tutti i tifosi del vecchio Milan, d’altronde, che grazie a Gullit vinsero tutto. E diventarono in pochi anni “la squadra più titolata al mondo”, dopo essere stata (con Buticchi e Duina, Colombo e Giussy Farina) quella più spiantata.

Gullit, di quel Milan spettacolare fu fin da subito il simbolo più immediato e riconoscibile. Perché non era solo “un cantante”: era, invece, un fior di campione che sapeva fare il trascinatore, di quelli che se trovano la giornata ti vien voglia di scavalcare la rete per andare ad abbracciarli.
Ricordo un derby dove, in coppia con Virdis, fece letteralmente a pezzi la pluridecorata difesa dell’Inter… E lo risolse con un sinistro squassante che se lo prende in faccia, Walter Zenga è un uomo morto.

Un Milan stellare che così stellare non si è più visto; nemmeno con gli “Invincibili” che vennero subito dopo.
Capace di ridurre la finale di Coppa dei Campioni al rango di un’amichevole con la squadra juniores (perché tale fu il divario con la Steaua Bucarest) e di un meccanismo che raggiunse la perfezione quando Sacchi si impuntò su Rijkaard, litigando forte con Berlusconi che spasimava per l’argentino Borghi.

Furono anni “da bere”, come la Milano di quegli anni da edonismo-reaganiano: indissero anche un referendum per stabilire se fosse più forte Gullit o Maradona… Che oggi sembrerebbe un sacrilegio, ma all’epoca apparve un quesito assolutamente pertinente. Li invitarono entrambi, ospiti d’onore di una nota trasmissione tv, dove fecero diventare paonazzo Maurizio Mosca.
Che aveva del calcio la stessa identica concezione del mio povero Edoardo, evidentemente: e rimproverava ad uno gli eccessi, e all’altro l’immagine troppo naif.

Talmente personaggio, Gullit, che quando andò a Tokyo per l’Intercontinentale le aperture dei telegiornali furono tutte per lui, come se il resto del Milan nemmeno esistesse.
Il fatto, poi, che la risolse l’umile Chicco Evani fu istruttivo anche per quegli ingenui Giapponesi: che quella sera capirono definitivamente che il calcio è soprattutto sport di squadra, e in quel Milan c’era si Ruud Gullit e le sue treccine, ma c’erano anche Baresi e Maldini, Donadoni e Ancelotti… Che avevano meno “look”, ma identica classe.

Ma Gullit era un fenomeno autentico, altrochè… E lo vedemmo anche alla Samp, dove giocò solo un anno. Favoloso.
Boskov, che aveva la battuta facile, disse che era “come cervo che esce da foresta”, definizione geniale per quel calcio libero, potente e selvaggio, impossibile da rinchiudere in uno schema.
Per farlo tornare al Milan (con il quale si erano lasciati a pesci in faccia) bastò battere due monete insieme; un metodo che con gli olandesi funziona sempre. Ma finì male, perché ci trovò Capello, che (come e più di Sacchi) concepiva il calcio come una caserma prussiana. E Gullit non era tipo da caserme.

Lo stesso spirito selvaggio che lo fece fallire da tecnico, quando allenò Chelsea e Newcastle senza cavarci molto più di nulla.
“Il mio sarà un calcio sexy”, dichiarò una volta alla BBC, e lì intuimmo che l’allenatore non era mestiere suo. Perché un allenatore può anche vendere fumo e spararle grosse, ma solo a patto che la sua squadra vinca. Altrimenti diventa una macchietta, anche per i suoi stessi tifosi (come infatti avvenne)… Il Professor Scoglio, invitato alla Domenica Sportiva, disse una volta tante e tali corbellerie da far drizzare i capelli; però, il suo Genoa andava bene, e anziché da matto, passò per un genio.

Ma il modestissimo Gullit allenatore non può far dimenticare le prodezze in campo, in quell’epoca ormai lontana dove gli ingaggi moltiplicavano gli zeri, e i calciatori diventavano i principi azzurri da far sposare alle figlie.

Fu un giocatore fantastico, Ruud Gullit… Forse uno dei più bravi che abbia visto dal vivo.✔️FB_IMG_1556028850023.jpg

 

Poi arriva Loris Boni, da Remedello, che si inventa il gol della vita…

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Le figurine autoadesive furono, probabilmente, l‘invenzione del millennio. Molto più del motore a scoppio, della stampa a caratteri mobili e della penicillina.
II mondo conobbe questo decisivo scatto di civiltà nel 1972, nonostante esistessero già le automobili, la televisione e il mangiadischi: senza le figurine autoadesive, l’universo brancolava nel buio e nel caos, come racconta il libro della Genesi prima che ci mettesse le mani l’Onnipotente… Gli album pesavano un quintale, le generazioni crescevano drogate di coccoina e la qualità delle foto era spesso insufficiente: nell’album del 71, per esempio, i calciatori del Catania hanno la maglia diversa l’uno dall’altra, e il secondo portiere indossa addirittura la tuta (!). Come Fuffolino quando correva in bicicletta, che si mortificava perché tutti erano abbronzati tranne lui; e quando scattava in salita lo incitavano dicendogli “Forza, gambebiancheeee”.

L’album Panini 72-73 fu un’autentica rivoluzione umanistica, e l’avvento delle figurine autoadesive segnò l’avanti-Cristo e il dopo-Cristo della nostra infanzia: il costo della bustina raddoppiò, passando di colpo da dieci a venti lire (erano i tempi della cosiddetta “inflazione galoppante”), ma la cosiddetta “veste grafica” migliorò nettamente, e divenne subito più accattivante. I calciatori avevano facce finalmente “normali” (Il Cinesinho dell’anno precedente, invece, sembrava un gangster), poi c’era lo scudettino colorato e addirittura una foto con un’azione di gioco… C’era un certo Viganò, del Palermo, immortalato in una plastica sforbiciata, ma anche Traini della Ternana, intento a passeggiare in un camposportivo deserto; il più bello, Roberto Bettega della Juve, che salta altissimo per colpire di testa. Il più buffo è Capello, che corre tutto storto.

Fu un campionato, quello, che passò alla storia: la Juve di Vykpalek partì come favorita d’obbligo, e la Lazio di Maestrelli ne fu la sorpresa più accattivante, una specie di “dernier cri” tattico in un calcio che stava conoscendo la rivoluzione olandese. Alla fine, però, le carte si rimescolarono e parve l’anno giusto per il Milan del Paron Rocco e di Gianni Rivera, lanciatissimo verso il decimo scudetto. L’annata della famosa stella già stampata sulle bandiere rossonere e poi frettolosamente scucita nel giro di un pomeriggio che fu palpitante e anche drammatico, con le tragiche notizie che rimbalzavano da Monza dopo l’incidente mortale di Renzo Pasolini e Jarno Saarinen.
Nella semplicità di quei tempi, la bislacca vicenda del Milan che naufraga all’ultima giornata nella “Fatal” Verona divenne un modo di dire proverbiale, quasi da tramandare ai posteri: una piccola lezione di vita che arrivava direttamente dalle voci di Ameri e Ciotti nelle radioline a transistor, come a ricordarci che bisogna lottare fino alla fine senza mai sentirsi arrivati del tutto. Soprattutto, che non bisogna mai dare nulla per scontato.
Così, quel campionato finì per vincerlo la Juve, in uno dei fotofinish più leggendari del calcio italiano: con la legnata di Cuccureddu quasi allo scadere su una Roma (dicono) fin troppo arrendevole, e l’altra leggenda dell’Avvocato Agnelli che per l’emozione tampona due automobili nel parcheggio dello Stadio Olimpico e poi estrae senza battere ciglio un milione di lire dal portafoglio e risarcisce seduta stante gli allibiti proprietari delle vetture ammaccate.

Era il 20 maggio 1973.
E quando penso al tourbillon di quell’incredibile pomeriggio, mi viene in mente anche quel lontano Torino-Sampdoria. Con la squadra granata già fortissima e la piccola Samp guidata da Heriberto Herrera che proprio nel terribile Comunale deve conquistare i punti salvezza… E’ una missione quasi impossibile, almeno fino al minuto ottantuno, quando  e regala a quella smandrippatissima squadra la permanenza in serie A ; per differenza reti ai danni dell’Atalanta, che la classifica avulsa era una roba ancora troppo astratta, per i tempi che vivevamo.
E fu quello l’unico, pazzesco arrivo a quattro che si ricordi nella storia del calcio italiano.

Fu un gol storico e memorabile. Una di quelle cose che ti rimangono nella mente, perché per la piccola Samp dell’epoca fu come ritornare alla vita dopo che il medico ti ha già chiuso gli occhi, e ha decretato la morte.
Quelli che erano al Comunale di Torino se la ricordano con le lacrime agli occhi, con la nostalgia della gioventù ormai perduta, e con un trasporto che nemmeno per i trionfi di Vialli e Mancini.
Chi c’era, racconta che fu come aver perso tutto alla roulette.
E poi, quando sei ormai disperato e non ci credi più, punti l’ultimo nichelino sul numero giusto, e magicamente torni in pari.

Stasera la Samp gioca a Torino.
E tutte le volte, mi torna in mente questa storiella.

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