Presentazione del Libro La Libertà è un Colpo di Tacco presso il Circolo ARCI SAMARCANDA – Reggio Calabria

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Presentazione del Libro La Libertà è un Colpo di Tacco – Armando Curcio Editore presso il Circolo ARCI SAMARCANDA – Via Emilio Cuzzocrea, 11. – Reggio Calabria

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Grande successo stamattina all’Istituto “Vallauri Panella”, con lo scrittore Riccardo Lorenzetti che ha presentato ai tanti ragazzi presenti ” La libertà è un colpo di tacco”.

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Grande successo stamattina all’Istituto “Vallauri Panella”, con lo scrittore Riccardo Lorenzetti che ha presentato ai tanti ragazzi presenti ” La libertà è un colpo di tacco”. Oggi pomeriggio al Samarcanda di via Cuzzocrea 11, ci sarà il secondo tempo 😉. Vi aspettiamo numerosi50301933_1849004278544999_551818450457067520_n

Reggio Calabria | Venerdì 18 Gennaio

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REGGIO CALABRIA – VENERDI 18 GENNAIO

Ore 17 – Presentazione del Libro La Libertà è un Colpo di Tacco – Armando Curcio Editore presso il Circolo ARCI SAMARCANDA – Via Emilio Cuzzocrea, 11.
Modera il giornalista Luca Assumma, interviene il Prof. Dario Nunnari
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La libertà è un colpo di tacco – Reggio Calabria | 18 Gennaio

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LA LIBERTÀ È UN COLPO DI TACCO REGGIO CALABRIA – VENERDI 18 GENNAIO
Ore 9.30 – Incontro con gli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale ” VALLAURI PANELLA”

Ore 17 – Presentazione del Libro La Libertà è un Colpo di Tacco – Armando Curcio Editore presso il Circolo ARCI SAMARCANDA – Via Emilio Cuzzocrea, 11.
Modera il giornalista Luca Assumma, interviene il Prof. Dario Nunnari
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Il poderoso Ameri, l’inconfondibile Ciotti (siamo cresciuti con il classico “Scusa Enrico… Vai Sandro…”

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“Sembra solo ieri che la domenica… Ci si chiudeva in casa con la radio… Vedevamo le partite contro il muro, non allo stadio”.

Nessuno, più di Lucio Dalla, è riuscito a condensare in così poche parole il senso di “Tutto il calcio minuto per minuto”, che oggi festeggia il compleanno ufficiale.
Anche se poi la canzone finisce per parlare di tutt’altro: come quella altrettanto famosa di Claudio Baglioni, dove di calcio e di radio non se ne parla affatto. Anzi, ricordo che all’epoca ci rimanemmo anche un po’ male. Perché era il 1985, e noi ci saremmo aspettati che Baglioni parlasse di Maradona, o di Platini. Al limite, di Barbadillo, o di Prohaska. Oppure di Galderisi, o di Garella: che stavano andando a vincere lo storico scudetto con il Verona.

I versi di Lucio Dalla sono un po’ “claustrofobici”, e proprio per quello rendono molto bene l’idea di cosa abbia rappresentato la radio per tutti gli appassionati di calcio.
Dove c’entra la televisione che trasmetteva con il contagocce, d’accordo. Ma c’entra soprattutto che la partita ascoltata alla radio aveva un valore emozionale infinitamente superiore; un po’ per la fantasia che dovevi giocoforza sviluppare, e molto per la bravura dei radiocronisti, che raggiungeva talvolta altezze vertiginose.
Come la finale di ritorno della Coppa Uefa ’77 ; ed il ricordo nitido di una partita che, dentro quella radiolina a transistor, diventò drammatica, poi epica e infine addirittura insopportabile. Con Furino, Cuccureddu e Benetti che sembravano i poveretti della carovana sempre sul punto di soccombere ai Sioux che li hanno ormai circondati, e scagliano frecce avvelenate.
Non la dimenticherò mai.
Enrico Ameri, quella sera, diventò Michelangelo. E Bilbao-Juventus una specie di Cappella Sistina delle radiocronache, per dire la perfezione.

Ed è proprio in omaggio a quelle emozioni che il papà di Cosetta (la mia eroina de “L’amore ai tempi di Mourinho”) ho voluto immaginarlo incollato alla radio, anche quando la televisione ha giù preso campo.
Perché alla radio il gesto diventa più rotondo, più ricco.
Come “l’uomo solo al comando con la maglia biancoceleste” . Ma anche il banale “…Ecco l’’Inter che manovra all’altezza dell’asse mediana del terreno”, che trasforma un innocuo disimpegno in qualcosa di più importante.

Anzi, l”Internazionale”, più che l’Inter,
Perché alla radio sono sempre stati un po’ ridondanti: con quel lessico talvolta barocco che però non stuccava mai, anzi diventava addirittura linguaggio corrente: come gli “spalti gremiti”, il “terreno in perfette condizioni” e la “ventilazione inapprezzabile” (Sandro Ciotti, per dire che non si muoveva una foglia). Mentre nelle serate di coppa non mancava mai il “risultato da inquadrare nell’ottica dei 180 minuti”.

Il poderoso Ameri, l’inconfondibile Ciotti (siamo cresciuti con il classico “Scusa Enrico… Vai Sandro”), ma anche il garbato Provenzali e l’onnipresente Luzzi, che nel bel mezzo di Juve-Milan stava lì dieci minuti a descrivere il pareggio della Cavese a Pescara.
Bortoluzzi, da studio, che esordiva con “Gentili ascoltatori buongiorno, ecco i campi collegati…” e anche la Stock di Trieste: “per brindare, se la vostra squadra ha vinto. E per consolarvi, se ha perso”.

Altri tempi.

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Il primo (e unico) tentativo di fare una rivoluzione giocando a pallone. E riuscirci.

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VENERDI 18 GENNAIO – ORE 17 – REGGIO CALABRIA – ARCI SAMARCANDA

Il calcio, anzi “il futebol”, e la libertà. E la libertà che arriva grazie anche ad un colpo di tacco, che nel calcio è la giocata più magica, quella che spiazza l’avversario ed entusiasma il pubblico.

Il colpo di tacco che era la specialità del grande Socrates, “O Doutor”,il Capitano del favoloso Brasile 1982 ma soprattutto il leader riconosciuto del Corinthians di San Paolo, la squadra che in quegli anni inventò la celebre “Democracia Corinthiana”, e che contribuì a dare la spallata decisiva alla dittatura militare che durava da vent’anni.

“La libertà è un colpo di tacco” è una storia di energia,  passione e di libertà, di “futebol” e di malinconia: la raccontano il vecchio Alvaro Cunha, il decano dei cronisti sportivi, e i suoi strani amici de “Il Cardellino”, il giornale più irriverente di San Paolo. Una storia che attraversa vent’anni di Brasile ed imbarca per strada personaggi incredibili e strampalati: c’è un padre che non fa ritorno a casa ed un arcigno commissario di polizia. Un variopinto gigolò di periferia ed un pazzo che ha chiamato il figlio con un nome mai sentito: “Gepejairito”, mettendo insieme le iniziali dei grandi campioni di Mexico 70.

Ognuno di loro porterà, più o meno consapevolmente, il suo contributo alla libertà.Che arriverà, leggera ed elegante. Come una canzone di Vinicius de Moraes, o una ballata di Caetano Veloso.

O, appunto, come un colpo di tacco.

E soprattutto con il contributo determinante di una squadra di calcio, il Corinthians, che a quell’esplosione di libertà fece da detonatore. Il primo (e finora unico) tentativo di cambiare il mondo partendo da un campo di calcio.

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Come il Piloni della fotografia in questione, li vedevi quasi sempre con la tuta, piuttosto; a testimoniare la loro pressochè totale disaffezione con il campo

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Gli dedicarono anche un spettacolo teatrale, a Massimo Piloni.

Un monologo di un certo successo che fece un po’ di clamore sui giornali, come tutte le idee un po’ strambe che nella loro stranezza trovano un senso, e un’originalità.
Venne fuori una cosa alla “Aspettando Godot”.
E il “Godot” si chiamava Dino Zoff, del quale Massimo Piloni fu la riserva per tre anni consecutivi, nella Juventus di metà anni settanta.

Piloni, all’epoca, rappresentava il secondo portiere per antonomasia. Quelli che vestivano il famigerato numero dodici ma che, nelle foto, raramente vedevi con la maglia e i pantaloncini d’ordinanza.
Come il Piloni della fotografia in questione, li vedevi quasi sempre con la tuta, piuttosto; a testimoniare la loro pressochè totale disaffezione con il campo e la grande dimestichezza con la panchina, alla quale erano perennemente relegati. Con la radiolina all’orecchio, magari, per informare sui risultati dagli altri campi.

Nomi pressoché dimenticati: Piloni, che era il più noto. Ma anche Moriggi, Sulfaro, Cazzaniga o Pellizzaro. Reginato, del Cagliari, e Pasquale Fiore del Napoli, che aveva una faccia poco raccomandabile.
Comunque, gente che non giocava mai.
Perché quello era un calcio con regole ferree, e non c’erano turn-over, o clausole di contratti che ti garantivano almeno qualche comparsata in Coppa Italia: c’era il “primo portiere”, che le giocava tutte , e poi c’era il “secondo portiere”, che vedevi solo nelle figurine Panini.

Se poi il primo portiere si chiamava Dino Zoff, beh… Avevi il destino segnato.
E quel famoso “Godot”, ti rassegnavi in partenza a non vederlo arrivare mai. Perché Zoff, oltre ad essere pera lmeno dieci anni uno dei migliori portieri del mondo, aveva anche un’altra caratteristica: era un prodigio di regolarità, e si permise il record (praticamente insuperabile) di 330 partite giocate consecutivamente, senza l’ombra di quegli strappi, contratture, distrazioni al soleo che oggi sono all’ordine del giorno.
Niente.
Zoff vinceva tutto quello che c’era da vincere, e Piloni lo osservava dalla panchina.
Con quella bellissima tuta azzurra della Juventus FC che poi toccherà ad Alessandrelli, e infine a Bodini: stessa tuta, e stesso destino infame di quelli che si macerano nell’attesa di Godot, e non lo vedono arrivare mai.
Anche se ad Alessandrelli, a dire il vero, una chance gliela concessero anche: nell’ultima giornata del campionato 78/79, con la Juve ormai fuori dai giochi che gioca al Comunale una partita semiamichevole con l’Avellino (già salvo). Ma l’emozione gioca un brutto scherzo al portiere di riserva, che nella mezzora concessagli incarta tre reti, e vanifica così il vantaggio di tre a zero che la Juve aveva fin lì maturato.
Morale: di questo Giancarlo Alessandrelli non se ne saprà più nulla.

A Massimo Piloni, invece, non concedono nemmeno una piccola passerella.
Ci terrebbe tanto a giocare almeno un’amichevole estiva: ad Ancona, che è la sua città, dove amici e parenti hanno comprato da mesi il biglietto per andarlo ad applaudire.
Zoff sarà abbastanza sadico da negargli anche quella piccola, innocua soddisfazione: “magari se la cava bene, e mi ruba il posto…”, pensa il grande campione (che ha il suo bel caratterino). E per non correre rischi, gioca novanta minuti filati.

E anche da questo si capisce perchè, in certi casi, è inutile aspettare Godotfb_img_1546607916451

In panchina, ad osservare la scena, c’è il grande Enrico Albertosi, il portiere di quel Milan.

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Non erano tempi da “selfie”.

Erano tempi da “fotografia”, semmai.
E in questo caso ci voleva un fotografo e una macchina fotografica, che non si trovavano mica a tutti gli angoli delle strade.
Poi, ci voleva un po’ di santa pazienza, e aspettare che il fotografo in questione “sviluppasse” il rullino; un’attesa che durava qualche giorno, e poi finalmente la foto usciva.
In bianco e nero, magari: da esibire nella cameretta, ma anche nel salotto di casa. In quelle cornici un po’ barocche che poi diventavano ricettacoli di polvere.

Il bambino in questione è verosimilmente un tifoso del Milan.
Del Milan degli anni’70.
Quello con la maglietta rossonera a righe fini che ispirava Jannacci e la sua Vincenzina davanti alla fabbrica: con il Rivera che “ ormai non mi gioca più”, e lo“Sciagurato Egidio”: che un giorno sbaglia un gol colossale davanti porta e Beppe Viola, alla Domenica Sportiva, lo liquida così: “…Arriva Calloni, e sventa la minaccia”.

Nella foto in questione, il bambino si sta fotografando insieme a un impettito Chiarugi, che pare impegnarsi al massimo per assumere una posa consona.
In panchina, ad osservare la scena, c’è il grande Enrico Albertosi, il portiere di quel Milan. Che pare nascondere qualcosa tra le dita.
A occhio e croce, direi una sigaretta.
E la cosa, vi confesso, mi ha strappato un sorriso.
Perché l’ho trovata irriverente, ma anche ingenua… In linea con un personaggio che fu, in carriera, un tipo incredibile: portiere poderoso, tra i migliori della sua epoca, con mezzi fisici e tecnici da campionissimo. Ma anche con qualche piccolo segreto da nascondere: proprio come quella sigaretta gaglioffa, che gli spunta tra le dita.

Ricky Albertosi era una specie di Superman: campione d’Italia con il Cagliari di Gigi Riva e Vicecampione del Mondo a Mexico’70.
In più, era anche un bellissimo ragazzo.
Bello e sfacciato, come un divo del cinematografo. Allontanato da Firenze (così dissero le malelingue) proprio per quella sua intraprendenza da diciottenne con le pur attempate mogli dei dirigenti, che gli cadevano regolarmente ai piedi. Come successe, più tardi, anche a molte signore dell’alta borghesia milanese.

Non si resisteva, a Ricky.
Che in campo fu uno dei primissimi a indossare magliette rosse, o gialle, anziché il nero d’ordinanza; e a esibire un baffo alla Burt Reynolds (assai in voga, all’epoca) che ne accresceva il fascino. Unitamente ad un talento pazzesco che lo collocava di diritto tra i primi cinque-dieci portieri del mondo.

Noi, lo ammiravamo.
Albertosi era un tipo estroverso e volante, ma affidabile: la giusta via di mezzo tra la seriosità austera e un po’mistica del grande Dino Zoff e i voli spettacolari del Giaguaro Castellini… Quando uscirono le convocazioni per Argentina ’78, ci rimanemmo malissimo.
Perché preferire Bordon dell’Inter e Paolo Conti della Roma (!) a Ricky Albertosi era, effettivamente, da rotolarsi per terra.. Ma Bearzot guardava più lontano.
E fu anche per quello, che vincemmo a Spagna 82.

.Poi, arrivò il calcioscommesse, e fatalmente venne fuori anche quella sigaretta nascosta tra le dita. Unitamente a qualche altra cattiva abitudine che lo tolse praticamente dalla circolazione.
“Come se fossi stato l’unico…” commentò amaro, omettendo altri particolari per carità di patria.
Da allora, del grande Ricky Albertosi non se n’è più sentito parlare, o quasi.

Leggo che nel 2019 compirà ottant’anni.
Posso dire che la cosa mi fa sentire un po’ vecchio?FB_IMG_1546521989239.jpg

Perché prima di loro ci sarà sempre Fausto Coppi. E’ lui il più grande. Di tutti i tempi

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Se ne sono andati tutti.
Quelli che tenevano per Coppi. E ne parlavano come si parla della Madonna.

Sono quelli che mi hanno cresciuto, tra i tavolini del bar del paesello. Che ho visto forti e irraggiungibili, nella loro maturità di uomini, e adesso vado a portargli un fiore.
Molto raramente, purtroppo.
Meravigliandomi sempre del tempo che passa: “Ohè, possibile che Otello sia morto da vent’anni?”.
Sembra ieri.

Io ci sono cresciuto. Con loro, e con Fausto Coppi.
Che non ho mai visto correre, intendiamoci. Ma a forza di sentirmelo raccontare, mi sembrava di averlo davanti.
Perché Coppi era come se fosse sempre lì, in fuga sull’Izoard.
Veniva fuori ad ogni colpo di pedale di Moser, Saronni, Battaglin, Baronchelli, che erano i campioni della mia gioventù.
E anche di fronte alle loro vittorie più epiche o alle imprese più mirabolanti, saltava fuori puntualmente il “Eh, ma Coppi era un’altra cosa…”. Seguito da un piccolo sospiro, come a voler sottolineare quello che ci eravamo persi.

Coppi non si batteva.
Sarà stato per la magia che sprigionavano le radiocronache dell’epoca e i cinegiornali Luce. O magari il ricordo struggente di un tempo che fu di sofferenza, ma anche di grandi sogni.
O, semplicemente, quella fine tragica che ne ingigantì l’epopea. Come il Grande Torino, che però non esercitava lo stesso fascino; forse perché il ciclismo era di gran lunga lo sport più popolare: il calcio veniva molto dopo, insieme al pugilato e alle automobili che correvano la Mille Miglia.

Coppi, per quella gente (la mia gente) era un Dio. In cima ad un Olimpo senza tempo.
Per Memmo e per Vasco. Per Romeo e Giacinto, che si tiravano la farina al termine della tappa. E per Toppa, Gigi, Giancarlo di Genova e Cencio. E anche per il povero Alberto, che gli somigliava vagamente.
E mi piace pensare che sfruttasse quella somiglianza per accaparrarsi le più belle, quando arrivava il fisarmonicista in piazza.
In un muro nascosto del mio paese ho notato, intatto, un “W Coppi”, vergato in gesso chissà quando e chissà da quale mano.
L’ho trovato commovente.

E ricordo Ferruccio, che si commosse quando venne a sapere della morte di Bartali.
Lui, che era un Coppiano di ferro: E lo era talmente tanto da non chiudere occhio per giorni, dopo l’emozione del ‘53; quando Fausto staccò Koblet sullo Stelvio.
Capiva, nella sua semplicità, che quel mondo stava tramontando.
Dopo Coppi, si era spenta anche la stella di Bartali, il grande rivale.
Presto, sarebbe toccato a loro.

Così è stato infatti.
Se ne sono andati tutti, o quasi.
E alla fine è grazie a loro se anche io ho finito per idealizzare Fausto Coppi. Pur non avendolo mai visto correre.

E’ bello sentir parlare di Mohammed Ali e di Ayrton Senna. Di Michael Jordan, di Pelè e di Maradona: ma è ovvio che stanno tutti, inevitabilmente, un passo indietro.
Perché prima di loro ci sarà sempre Fausto Coppi.

E’ lui il più grande.
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