Auguri, vecchio “baffomazzola”.

Mazzola.
E Rivera, anche.

Che non erano Coppi e Bartali (perché Coppi e Bartali erano di un altro pianeta) ma ci andarono vicini. E per almeno vent’anni impersonarono nella mente di tutti l’archetipo del calciatore.
Mazzola e Rivera, come un ritornello: nessuno era più “calciatore” di loro… Nemmeno Riva, o Zoff o Boninsegna, che erano roba più per intenditori, o comunque per gente che comprava l’Intrepido da Duina, alla Piazzola, e un pochino ci stava dietro.
“Si, si…Vai con Mazzola e Rivera. E intanto vi perdete le vere gioie della vita” diceva il povero Mireno, che di pallone non ne masticava.
E quali sarebbero le gioie della vita?” gli domandavamo noi, che si mangiava pane e figurine Panini.
“Avete presente quando al bosco state tagliando una quercia… E sentite fare croc-croc, perché vuol dire che sta venendo giù…”.
E si rimaneva a bocca aperta: perché secondo noi una quercia che fa croc-croc e poi viene giù non valeva nemmeno un’ unghia di Mazzola. E figuriamoci di Rivera.

Oggi Mazzola compie 77 anni: e ci procura quella sottile malinconia da reduci che quella generazione l’ha vista giocare, e ne ha un ricordo abbastanza nitido, nonostante il bianco e nero della Domenica Sportiva.
E ci ricordiamo il Mazzola ormai maturo; quello che giocava con il “baffo”, marchio inconfondibile di un’epoca dove il baffo andava fortissimo, e lo portavano anche Causio, Savoldi e Palanca. E ce n’erano di bellissimi, tipo il D’Angiulli del Catanzaro 72-73, o il secondo portiere del Napoli, che si chiamava Pasquale Fiore, ed assomigliava a quello incazzoso che vendeva la porchetta al mercato di Sinalunga.

Quando cominciò, “Mazzolino” (lo chiamavano così, perché il Mazzola autentico era il papà) era una specie di Insigne. Un tipetto secco e razzente che sembrava fatto apposta per tesaurizzare il lancio di Suarez, che giocava con il goniometro incorporato. Su quel lancio si fiondavano a turno lui e, dall’altra parte, il mulatto Jair, nella specialità della casa della Grande Inter di Herrera, che dominò in lungo e in largo quasi tutti gli anni sessanta… Avessero comprato anche Eusebio (come si favoleggiava) parleremmo forse della squadra più forte di tutti i tempi… “Ma sarebbe bastato accorgersi prima che Boninsegna era un fenomeno”, disse un giorno al politico Walter Veltroni che lo intervistava.

Poi, la sua trasformazione in numero dieci, ovvero regista puro: tipica evoluzione del football dell’epoca, dove il grande terzino diventava, a fine carriera, un libero con i fiocchi (Burgnich, Facchetti, ma anche Bellugi) e l’attaccante dai piedi buoni arretrava di venti metri e si riciclava in un sontuoso interno di centrocampo.
Mazzola diventò il classico elemento “di lotta e di governo”: un calcio “borghese”, messo in contrapposizione a quello più “aristocratico” di Rivera, sulla cui rivalità i giornalisti sportivi, e non solo loro, inzupparono il pane per anni. Una rivalità che toccò il diapason a Messico 70, con la “staffetta”, i sei minuti della finale e tutto il resto… E che continuo’ per tutti gli anni settanta, anche quando Inter e Milan chiusero il loro ciclo, e non vinsero più nulla.

Ogni tanto li chiamano in tv, per qualche programma rievocativo. E nonostante il tempo che passa, hanno sempre il loro fascino: il “golden boy” ( o “abatino”) con la sua erre moscia, e il “baffo”, con quella vocina stridula alla quale faceva il verso anche il grande Alighiero Noschese, negli sketch di Canzonissima… E fanno vedere quella vecchia foto, dove Mazzola e Rivera si stringono la mano, a centrocampo.
E sorridono, e c’è il sole.
E le maglie sono bellissime, e San Siro è strapieno.
E sembra davvero il posto più bello del mondo.

Rassegna storica Derby Milan-Inter

© Ravezzani/LaPresse14-04-1976 Milano, ItaliaCalcioDerby Inter-MilanNella foto: SANDRO MAZZOLA e GIANNI RIVERA.

Auguri, Beppe Viola. Oggi sarebbero stati ottanta.

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Vite vere (compresa la mia).

Perché il genio è una scintilla, roba di un attimo, diceva il protagonista di “Amici Miei”; e si può essere geniali anche solo per una battuta, a patto che se ne facciano di così ben riuscite da passare alla storia.

Come quelle che scriveva per Cochi e Renato, per Jannacci e per Monicelli: e poi quelle del professore sul tram o dello scommettitore “Slungatti”, che aveva “un capello bianco per ogni rottura prolungata in dirittura d’arrivo”.
Ovvero, quel momento dove chi gioca ai cavalli vede svanire il malloppo che si sente già in tasca.

C’era, in quel libro, tutto il mondo di Beppe Viola.
Aveva una copertina rossa dove campeggiava la sua caricatura; l’aria disincantata, gli occhi pigri e un po’ languidi, come certi personaggi di Altan.
E, tuttavia, lo sguardo arguto e un po’ strafottente, che cristallizzava la sua faccia e la consegnava all’eternità: come Batman, Tarzan o Topo Gigio, che non invecchiano mai… Come Coppi, o Valentino Mazzola, che non fecero in tempo ad invecchiare.
Come Zoff e Socrates che si scambiano i gagliardetti al Sarrià di Barcellona, 5 luglio 1982.
Ed avranno sempre quella faccia lì, anche tra mille anni

Noi adoravamo Beppe Viola.
Era il “cavallo pazzo” della Domenica Sportiva: raccontava il calcio in un altro modo, ne coglieva gli aspetti più divertenti, lo trasformava in qualcosa che andava oltre il campo da gioco. Fu, in questo, una specie di precursore: mettendoci sopra l’ironia e l’arguzia che non scendeva mai nella banalità.
Commento’ un deludente Milan-Inter con le immagini di vent’anni prima, quando la partita era invece riuscita bellissima… Intervistò Rivera dentro un tram, in un servizio che fece scalpore: e dove il bello non era né Rivera, né l’intervista.
Ma era, piuttosto, quel tram in legno che attraversava Milano, e che ti immaginavi scampanellante. E che raccontava una città che non esisteva quasi più più; una città dura, ma forte, generosa e piena di energia.
La Milano del miracolo economico e dei “cumenda” con la ballerina e il tavolo prenotato alla Sei giorni di ciclismo. Di Moratti e di Rizzoli, del Paron Rocco e del Mago Herrera.
Ma anche la Milano delle periferie che crescevano senza controllo: Gratosoglio, Quarto Oggiaro, lo smog, gli ambienti della “mala” e quei poveracci che si giocavano anche le mutande, all’ippodromo del trotto.
Le luci fredde, la nebbia e le vite sempre uguali delle tante “Vincenzine” davanti alla fabbrica… Tutta roba al tramonto, come la vita di Beppe Viola.
Vera, e breve.
Presto sarebbe arrivata la Milano da bere, che lui non avrebbe fatto in tempo a vedere.
Peccato, perchè nessuno sarebbe riuscito a raccontarla meglio.

Andai alla presentazione, pochi anni fa, di “Mio padre è stato anche Beppe Viola”, il libro di memorie che gli aveva dedicato la figlia Marina.
Ne venne fuori il ritratto dolce e struggente di un papà goffo, e un po’ inadeguato. Soprattutto, un papà ingombrante: indifeso e sopraffatto da quel demone che lo stava rovinando.
E si parlò, sommessamente, di quella nobildonna che si era invaghita di lui, e che volle pagargli tutti i debiti, a patto però di averlo tutto per sé.

Marina ricordava teneramente il suo grande papà, soprattutto in quelle rare volte che ormai si fermava a dormire a casa.
E ricordava la mattina, quando arrivava il momento di andarsene, i suoi occhi che diventavano acqua, e questo omone che cominciava a piangere, senza riuscire a smettere. “Perché non rimani con me e con la mamma, come fanno tutti i papà?”, gli chiedeva.

Forse (ma questo lo dico io) è morto giovane anche per questo.

Auguri, Beppe.
Oggi sarebbero stati ottanta.

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E poi la Nazionale italiana. Fortissima. in pratica, l’ossatura che ci regalò il Mondiale 82.

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“Com’e’ che giocano con le maniche lunghe?”

Era l’estate del 1978, e al bar di Ofelio ne sapevamo pochissimo sia di antipodi che di emisferi australi: e vedere il fiato di Tardelli, o di Gentile, che in pieno giugno diventava nebbiolina ci sembrava abbastanza strano.
I Mondiali di calcio erano anche allora eventi “caldi”: una roba da limonata e zanzare, eppure i nostri campioni laggiù in Argentina sbuffavano come locomotive… E a me, adolescente, assomigliavano a quei cacciatori infreddoliti che aspettavano sulla “posta” l’arrivo del cinghiale, nelle mattinate di fine novembre.

Era “il fiato che si faceva fumo” (Claudio Baglioni , “Solo”, Rca 1977) durante gli abbracci, quando quella nostra bellissima Nazionale segnava un gol.
Come dopo quel triangolo Bettega-Rossi-Bettega che rese magica la fredda notte di Buenos Aires.

“Nelle tribune del Monumental, due tricolori italiani hanno fatto ammainare centomila bandiere argentine”, titolò
orgogliosa la Gazzetta dello Sport.
Perché erano tempi un pò retorici, quelli.
Retorici, e anche reticenti, ci vorrebbero far credere oggi.
Ma noi si sapeva poco dei Desaparecidos e delle mamme di Plaza de Mayo: delle torture all’Escuela e della gente scaraventata giù dagli aereoplani.
Gran parte della stampa italiana si limitò a parlare di pallone, e a raccontarci quello che decisero di fargli vedere: e ci parlarono di gente povera, ma felice, e con un sacco di cognomi italiani. E di una nazione amica dove i militari controllavano sì con occhio vigile, ma tutto sommato bonario.
Eravamo nel bel mezzo dei nostri anni di piombo, e della cosiddetta “guerra fredda” tra l’America di Jimmy
Caerter e la cupissima Unione Sovietica di Breznev : i giornali più importanti (ma questo si seppe dopo) erano già nelle mani della P2 di Licio Gelli, e a parecchi giornalisti fu suggerito di chiudere un occhio, e in molti casi tutti e due.

Ma fu, sportivamente parlando, un Mondiale con i fiocchi.
Non fu solo quell’associazione a delinquere spacciata sui documentari, che toccò l’apice con la famigerata “Marmelada peruana” e si concluse con l’arbitraggio di Gonella, in finale.
Per quelli della mia generazione, Argentina 78 fu piuttosto un Mondiale da ricordare con affetto bambino: a cominciare dalla mascotte “Gauchito” sulle magliette (tremila lire, al
mercato a Sinalunga) e dalla sigla che precedeva la messa in onda delle partite (“Ar-gen-ti-na-cal-cio-Mun-
diaaaal”).

E poi la Nazionale italiana.
Fortissima.
in pratica, l’ossatura che ci regalò il Mondiale 82, più tre fuoriclasse come Causio, Bettega e Benetti che in Spagna non trovarono posto: Benetti era un centrocampista favoloso, dal tackle robusto e la media gol di un trequartista.
Bettega non sarà stato simpatico, ma era il più formidabile colpitore di testa di quegli anni… Non lo valevano né Hrubesch, né Santillana.
Causio, infine, era un elegante regista esterno mai a corto di inventiva; e tra lui e il più reclamizzato Simonsen (che vinse il Pallone d’Oro) avrei saputo chi scegliere.
E poi c’era Mauro Bellugi, al centro della difesa. Quel Bellugi (e la storiella resiste tuttora) che fu messo bruscamente alla porta dal leggendario “Zipichino”, quando si presentò ad un provino per la Sinalunghese.
“Questo può fare giusto la panchina nel Buonconvento”, fu la “storica” sentenza.

Bearzot ci aggiunse i giovanissimi Rossi e Cabrini, con una felicissima intuizione dell’ultim’ora, e il torinista Zaccarelli, più utile dello scalognatissimo Antognoni, mai a suo agio nelle grandi competizioni internazionali.

Ci fermammo sul più bello.
Nello scontro decisivo con l’Olanda, che rispetto all’Arancia Meccanica di quattro anni prima aveva perso in classe ma aveva guadagnato in sostanza.
Allora ci fu il processo a Zoff, e alle sue diottrie, ma a rivederla adesso ci vuol poco ad accorgersi che fisicamente non ci fu partita… E che nel secondo tempo non la strusciammo praticamente mai.

Io mi ricordo i nostri sguardi affranti, al bar di Ofelio (che era mio cugino, ma lo chiamavo zio).
“Poteva mettere Claudio Sala, che era più fresco”
“Poteva mettere Maldera, che è buono a fluidificare”
“Poteva portare Albertosi, invece che lasciarlo a casa”.
E poi qualcuno, più grande e più assennato, che tagliò la testa al toro: “È proprio un povero mondo… Abbiamo le Brigate rosse all’uscio di casa, e questi giovani pensano ancora al pallone…”

La nostra bellissima Italia era stata appena eliminata.
Erano più o meno le sette di sera, e fuori c’erano ancora tre ore di giorno da godere.
Dal juke box partì una canzone: “Ti ricordi quella strada… eravamo io e teeee”. Antonello Venditti, “Sotto il segno dei pesci”.
Il suo disco più bello di sempre.

La favolosa estate del 1978 poteva cominciare.

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Claudio Ranieri. Che sarà pure un grande tecnico, per carità, ma a me ha sempre ricordato quel tipo che alla discoteca Jump….

“Alto profilo”.

Ci voleva un tipo con l”alto profilo”, dicevano: ed è per questo che, alla fine, hanno scelto lui.
Che prima l’ha fatta cadere un po’ dall’alto, come tutti quelli che hanno un “alto profilo”, ma alla fine non gli è parso il vero di accettare.
Perché secondo me si era stufato del divano e non vedeva l’ora di alzarsi.

Speriamo sia la scelta giusta.
Io, che ho visto la mia Samp perdere male con il Napoli, malissimo con il Sassuolo e oscenamente con il Verona, dico che rimettere in sesto questa squadra è affare di non poco conto: e per riuscirci bisogna avercelo davvero alto e grosso.
Il “profilo”, ovviamente.

Claudio Ranieri.
Che sarà pure un grande tecnico, per carità, ma a me ha sempre ricordato quel tipo che alla discoteca Jump (primi anni ottanta) si accompagnava con le ragazze più carine, senza essere né particolarmente bello, né particolarmente ricco, né particolarmente intelligente.
“Ha un certo-non-so-che”, dicevano… E noi, invidiosi, a battere la testa sullo specchio di casa, e a interrogarci sgomenti su cosa fosse quel “certo-non-so-che”.
O come quel tale attore, che trovava sempre il modo di apparire nel cast dei film più importanti: “non sa fare nulla- dicevano di lui- ma lo sa fare molto bene”.

Nel nostro caso, tutto merito (o colpa) di Leicester: sonnolento centro delle Midlands orientali, in Inghilterra, dove “Alto profilo” era andato a chiudere una carriera buona ma mai buonissima, con alcune lodi e senza particolari infamie.

Fu lì che il profilo si impennò in maniera vertiginosa: perchè nel calcio talvolta accadono le favole, e se hai la fortuna di capitarci dentro, beh… Allora ti sei fatto una specie di assicurazione per l’eternità.
E quel Leicester (per ciò che rappresentò) fu effettivamente la classica boccata d’aria fresca: il povero che vince sul ricco, il piccolo contro il grande, il guscio di noce che ha ragione delle grandi corazzate.
Doppia libidine, se le corazzate si chiamano Chelsea, Manchester City , Manchester United e si prestano benissimo al ruolo di cattivi, con tutte quelle multinazionali tipo la Spectre che hanno dietro.

Ricordo benissimo la febbre che contagiò all’epoca non solo l’Inghilterra, ma anche l’Europa ed il mondo intero.
Tutti ci ritrovammo a delirare per Kantè e per Drinkwater (con quel nome così poco… Inglese): spuntarono come funghi le magliette di Mahrez e soprattutto di Jamie Vardy, il bomber che veniva dai dilettanti, si ubriacava nei pub e una volta lo avevano persino arrestato per rissa. Doppiamente irresistibile, quindi, per un pubblico assetato di eroi della “working class”, quelle poche volte che sbarcano in paradiso.
E allora applaudimmo commossi Claudio Ranieri, e il suo finalmente raggiunto “alto profilo”: in virtù di quelle combinazioni astrali che debbono pur toccare a qualcuno, come toccarono alla Danimarca del 92, a quel tal pugile che una notte mise al tappeto Mike Tyson o a Goran Ivanisevic, nel memorabile 2001 a Wimbledon.

E va detto che gli Inglesi (che hanno pur inventato il commercio moderno) intuirono subito la portata emotiva di quell’imprevista variazione alla trama narrativa, e capirono come il brutto anatroccolo che diventava cigno potesse rivelarsi un affare per tutti.
Vale la pena ricordare, in quel senso, il tappeto rosso che tutto il Regno Unito stese idealmente sotto i piedi del Leicester, e i trattamenti di favore che più o meno consapevolmente, gli furono riservati. In particolare, la sfida delicatissima contro il Tottenham, al quale l’arbitro ne combinò di tutti i colori: l’allenatore degli “Spurs”, che era uomo di mondo, morse la foglia e in sala stampa, anziché dar fuori di matto (come sarebbe stato nel suo diritto) si esibì in un sorriso a trentadue denti: “faccio i miei complimenti ai futuri, degnissimi campioni della Premier League”, disse.
Si accodò addirittura José Mourinho, che per “Alto profilo” aveva avuto parole di fuoco: “Altro che mediocre… Ranieri è un vincente.”
Nel bel mezzo della festa, con Bocelli e tutto il resto, ci fu qualcuno, più sincero, che coniò la battuta più luciferina di tutte: “Ranieri? L’uomo sbagliato, che però capita nel posto giusto, al momento giusto”.

Disse un giorno Napoleone che ai generali bravi preferiva quelli fortunati: adesso, mutatis mutandis, speriamo che un po’ di quella fortuna possa toccare alla Samp.
Dove, intanto, Claudio Ranieri ha gia fatto la sua prima dichiarazione, dall’alto del suo profilo: “Per una salvezza tranquilla ci vogliono almeno tre-quattro rinforzi di grande qualità”

Che non è un grande inizio, se ci pensiamo bene.
Soprattutto per uno che passa alla storia come l’uomo dei miracoli.

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A primeira e única tentativa de sucesso de combater uma revolução nos campos de futebol.”

“O “calcio”, ou o futebol, e a liberdade…que desponta graças a um toque de calcanhar, que no futebol é uma jogada mágica, que confunde o adversário e entusiasma o público. O toque de calcanhar era a especialidade do grande Sócrates, “O Doutor”, o capitão da fantástica seleção brasileira de 1982, mas, sobretudo, o craque do Corinthians de São Paulo, o time que naqueles anos inventou a famosa “Democracia Corinthiana”, e que ousou desafiar a ditadura militar, que já durava quase vinte anos. “A liberdade é um toque de calcanhar” atravessa vinte anos de história turbulenta e aventurosa, vista através dos olhos de um garoto apaixonado por futebol e jornalismo. Se fala de times lendários e de campeões incomparáveis. De vitórias históricas e derrotas epocais, e de um jornal semiclandestino (“O Pintassilgo”) que em meio a muitas dificuldades quer fazer ouvir a sua voz, que fala de esperança e liberdade… e que exatamente no Corinthians de Socrates, encontrará o seu maior aliado e a sua bandeira. No meio de tantos personagens de romance: um pai que desaparece misteriosamente na noite do milésimo gol de Pelé e um velho e sábio jornalista com saudades de Domingos, Ademir, Leônidas e tantos outros campeões do passado. Um rapaz deslumbrante que trabalha como gigolô nas altas rodas de São Paulo e um amalucado que batizou seu filho com um nome improvável: “Gepejairito”, juntando as iniciais dos cinco craques brasileiros da copa do mundo no México em 1970. Cada um desses personagens dará, quase conscientemente, a sua contribuição à liberdade. Que chegará, leve e elegante. Como uma canção de Vinicius de Moraes ou de Caetano Veloso. Ou, efetivamente, como um toque de calcanhar. E com a contribuição de um time de futebol, o Corinthians, que daquela explosão de liberdade foi o detonador. A primeira e única tentativa de sucesso de combater uma revolução nos campos de futebol.”FB_IMG_1569198571571.jpg
@lorenzetti_riccardo La Libertà è un Colpo di Tacco @curcioeditore
#brasil #Democracia #liberta #Corinthians #socrates

Il primo (e unico) tentativo riuscito di combattere una rivoluzione sui campi di calcio

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“Il calcio, anzi “il futebol”, e la libertà…che arriva grazie anche ad un colpo di tacco, che nel calcio è la giocata più magica, quella che spiazza l’avversario ed entusiasma il pubblico.
Il colpo di tacco che era la specialità del grande Socrates, “O Doutor”,il Capitano del favoloso Brasile 1982 ma soprattutto il leader riconosciuto del Corinthians di San Paolo, la squadra che in quegli anni inventò la celebre “Democracia Corinthiana”, e che contribuì a dare la spallata decisiva alla dittatura militare che durava da vent’anni.

“La Libertà è un colpo di tacco” attraversa vent’anni di storia turbolenta e avventurosa, vista con gli occhi di un ragazzo appassionato di “futebol” e di giornalismo. Si parla di squadre leggendarie e di campioni irripetibili. Di storici trionfi e di sconfitte epocali, e di un giornale semiclandestino (“Il Cardellino”) che tra mille difficoltà vuole far sentire la sua voce che parla di speranza e di libertà… E che proprio nel Corinthians di Socrates troverà il suo alleato e la sua bandiera.

In mezzo, tanti personaggi da romanzo: un papà che sparisce misteriosamente la notte del millesimo gol di Pelè ed un vecchio, saggio giornalista con la sua saudade per Domingos, Ademir, Leonidas ed i tanti campioni del passato.
Un bellissimo ragazzo che si guadagna da vivere facendo il gigolò nella San Paolo bene ed un mattoide che ha battezzato suo figlio con un nome improbabile: “Gepejairito”, mettendo insieme le iniziali dei cinque fuoriclasse brasiliani di Mexico 70.
Ognuno di loro porterà, più o meno consapevolmente, il suo contributo alla libertà. Che arriverà, leggera ed elegante. Come una canzone di Vinicius de Moraes, od una ballata di Caetano Veloso. O, appunto, come un colpo di tacco.
E con il contributo di una squadra di calcio, il Corinthians, che a quell’esplosione di libertà fece da detonatore.
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Bisognerebbe ricordarselo. Altro che Juve e Fiorentina.

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Bisognerebbe tornare a dare il giusto peso alle parole.
Perchè di parole se ne dicono (e scrivono) molte, e ho l’impressione che se ne sia perduto il valore, e il loro peso effettivo.

La parola “stupidaggine”, per esempio, si usa con troppa disinvoltura.
Io pensavo che la “stupidaggine” fosse una cosa abbastanza innocua: di quelle che succedono tutti i giorni, e sono dovute principalmente alla distrazione tipo lo zucchero nel caffè o, al massimo, il gasolio al posto della benzina.
Che sono effettivamente “stupidaggini” ma che, talvolta, possono ugualmente sortire sviluppi impensati, come successe ad Alfiero: che per svuotare il serbatoio del motorino fece tardi al veglione, e ci trovò la Marisa che ballava con Sergione. E tempo un anno erano già sposati.

Adesso la “stupidaggine” si coniuga a più ampio raggio.
Diventa una “stupidaggine” anche l’assassinio del carabiniere di Roma e, l’altro ieri, quello della ragazza di Piacenza da parte del “Gigante Buono” (pensa te). “Ho fatto una cazzata”, disse il tristemente famoso Pietro Maso in tribunale. Il PM lo riprese: “Si rende conto che sta definendo come cazzata l’azione premeditata di prendere un coltellaccio, e con esso scannare la mamma e il papà che stavano dormendo?”
“Si -rispose quello- però mi sono pentito, ed è una cazzata per la quale chiedo scusa”.
Qualcuno si domandò chi fosse il destinatario di quelle scuse, visto che la mamma e il papà (o quello che ne rimaneva dopo quel macello) erano già sottoterra.

Sono, queste, le “stupidaggini” più evidenti, che fanno ribollire il sangue.
Poi, ci sono quelle più innocue: che non fanno male a nessuno, se non al cuore e all’anima.
E bene ha fatto il neo-presidente della Fiorentina, Rocco Commisso, a riportare all’ordine quel coglione che alla festa della Curva Fiesole ha intonato il solito coro: “«Ti ricordi lo stadio Heysel/ le bandiere del Liverpool/ diecimila sono partiti/ 39 non tornan più» , sulle note di una vecchia, innocua canzoncina di Marcella Bella.

Che poi, trattandosi di un coglione, ne ha ovviamente trovati altri disposti ad emularlo, come succede negli stadi: dove l’autentica “cazzata” non è nel minus habens (che esiste dappertutto) , bensì negli altri novantanovemilanovecento che lo assecondano… Alzando le spalle, dandosi di gomito, abbozzando una risatina. In qualche caso, persino unendosi al coro.
Mentre dovrebbe invece esistere, almeno nel football, una memoria condivisa che parte dall’Heysel e arriva a Superga, passando per il Vesuvio, Astori e Paparelli: e sufficienti neuroni per saper distinguere una “stupidaggine” (come la vorremmo far passare) da una porcata vera e propria… Da perseguire, se possibile, a termini di legge.

Il Dottor Roberto Lorentini, di Arezzo, per esempio, fu uno di quei “trentanove che non tornan più”.
Aveva scavalcato, e si era già messo in salvo, nella famigerata curva Z.
Tornò indietro, perchè aveva visto il piccolo Andrea Casula, undici anni, che stava per essere travolto dalla carica degli Hooligans.
Lo ritrovarono quando quel macello era ormai finito.
Si era gettato sopra quel bambino, nel tentativo (inutile) di proteggerlo.
E quella sera, morirono entrambi.

È su gente come il Dottor Lorentini che si sputa, quando si intonano certi cori.

Bisognerebbe ricordarselo.
Altro che Juve e Fiorentina.

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AL TEATRO CAOS DI CHIANCIANO “IL PAESE PIU’ SPORTIVO DEL MONDO”

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SABATO 14 SETTEMBRE – ORE 21.30 – TEATRO CAOS – CHIANCIANO TERME

Esiste un piccolo paese, da qualche parte di una Toscana più immaginaria che reale, dove andresti ad abitare domani mattina.  Non ha un nome. Sappiamo che lo chiamano “il paese più sportivo del mondo”, ed a pensarci bene il nome non è affatto importante. Perché importanti sono, in realtà, i personaggi che lo abitano. Che gli danno colore e spessore. Che raccontano storie alle quali non sarà difficile affezionarsi, perché sono storie che parlano di noi.  Ci raccontano nel profondo di come siamo e, forse, anche di come vorremmo e dovremmo essere. Lo sport, e la sua epica fiammeggiante, è il veicolo ideale per capire cosa succede in questo piccolo paese. E allora ecco che vengono fuori memorabili corse di biciclette e indimenticabili tornei di biliardo. C’è la fenomenale coppia-gol di una squadra amatoriale e gare di corse campestri per bambini, occasione di integrazione tra culture diverse. Ma soprattutto, ci sono i “motori” delle storie, che sono gli abitanti del paese,  maestri elementari e contadini, segretari comunali e preti, bottegai e bariste prosperose. Il paese più sportivo del mondo racconta queste storie qui, dove ognuno è a suo modo protagonista di qualcosa che passa alla storia. E se non proprio passa alla storia (con la Esse maiuscola) entra a far parte della piccola cronaca romanzata e di una vita vissuta comunque con la voglia di esserci.

E’ un mondo in miniatura dove ha ancora un senso l’amicizia e la parola data. Dove i rapporti umani sono lì, belli e intangibili, con le loro contraddizioni, i loro litigi ma anche con la consapevolezza che siamo uomini. E, come tali, destinati a vivere insieme alla gente, che notoriamente ha pregi e anche difetti.

Ma sempre meglio che chiudersi dentro una torre d’avorio.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Vinci alla prossima , Matteo Berrettini!

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Non per portare male, ma io me lo sentivo.

Perchè il brutto delle imprese come quelle di Berrettini è che durano poco.
Un battito di ciglia.
Non fai in tempo a celebrarle, che arriva l’ostacolo successivo. E dopo l’attesa spasmodica, gli speciali del telegiornale e le interviste alla vecchia nonna che lo ha tenuto sulle ginocchia, tutto finisce inesorabilmente con il titolo affettuoso della Gazzetta dello Sport: “Berrettini, Grazie lo stesso”.
Che è una formula buona per tutte le stagioni: ultimamente l’hanno dedicata al golfista Molinari e alle ragazze del Calcio Femminile, mentre hanno finalmente smesso di usarla per la Nazionale di rugby. Che dopo averla ringraziata, coccolata e consolata in lungo e in largo, si sono accorti che non vince una partita da tre anni.

Ha vinto Rafa Nadal, come temevo.
Perché a quei livelli la testa conta quanto le braccia, e pur non essendo un esperto, ho rivisto il Berrettini dell’altra sera, con Monfils. Che produce colpi magnifici, gioca una partita entusiasmante, ma fa di tutto per non vincerla.
E quel dannato punto finale che non arriva mai, mi ha ricordato il Papino, quando giocava a biliardo. Dove era nettamente il più bravo di tutti, tranne quando organizzavano un torneo a premi. In quel caso, vinceva sempre lo Staccioli, che aveva una gestione migliore dei momenti decisivi.
Berrettini è forte, ma Nadal è troppo più abituato a vincere, ed a manovrare a suo favore lo stress e la pressione.
E il tennis, in questo senso, è lo sport più infido di tutti… Perché, disse una volta Adriano Panatta, “l’ha inventato il Diavolo”.

In ogni modo, riconosco che una partita (quasi) per intero non la vedevo da tempo immemorabile..
Devo tornare bambino, ai ruggenti tempi di Panatta, Barazzutti e della Coppa Davis del 76, vinta a Santiago del Cile. Che mi ricordo benissimo, perché all’epoca pochi sport (calcio escluso, ovviamente) “tiravano” più del tennis, e qua e là spuntavano come funghi i campetti in terra battuta… Anche nelle villette dei nuovi ricchi che si facevano largo in Valdichiana, e per i quali il campo da tennis era uno status symbol, ancor più della piscina; una specie di segnale per far capire al mondo che stavi scalando la piramide sociale.

Durò qualche anno.
Poi il fenomeno si sgonfiò, perché noi siamo da sempre gente dall’amore facile ma anche incline a scoraggiarsi, senza l’effetto “traino” della vittoria : ai tempi di Alberto Tomba interrompevano il Festival di Sanremo, e adesso non ne trovi uno che conosca il nome del detentore della Coppa del Mondo di sci. Stesso discorso per il pugilato e per la vela, esaurito l’effetto “Luna Rossa”… E fate caso a quanta gente spegne il televisore se le Ferrari si ritirano dal Gran Premio.

Nel tennis, stiamo alla finestra da più di quarant’anni. Ad aspettare un campione che non arriva mai, e che ci costringe a spasimare per lo svizzero Federer o il serbo Djokovic e prima ancora per l’Americano, lo Spagnolo, il Tedesco e il Russo.
Mentre noi abbiamo esibito, nell’ordine, Canè e Camporese; Pozzi, Gaudenzi e un certo Pescosolido, che aveva il cognome simpatico, e per questo veniva ripetutamente citato nelle serate della Scala 40. Ricordo il povero Remo esclamare raggiante: “Ho pescato solido!”, quando gli capitava di trovare il jolly.
C’era Diego Nargiso, che si allenava in America e dava il tu a Sampras e Agassi, ma non valeva la metà della loro seconda palla di servizio. Persino uno che si chiamava Starace, come il segretario del PNF degli anni trenta che doveva “instivalare l’Italia”.
Paragonato a loro, questo Matteo Berrettini mi sembra di tutt’altra pasta. E rispetto al più famoso Fognini, ha dalla sua parte l’età e anche i modi, che mi sembrano più costumati.
E che non sottovaluterei, perché il tennis è comunque un mondo di gentiluomini.
E il maleducato si nota più che altrove.

Poi, ci mette il fisico; che è diventato uno strumento indispensabile dagli anni novanta in poi… Da quando, cioè, le discipline hanno subito quella rivoluzione genetica che le ha trasformate da “diporto” che erano (voce dal francese “se deporter”, che vuol dire “passatempo”) in sport “estremi”.
Prendete Zoff e Sepp Maier (i migliori portieri degli anni 70) e confrontateli con Donnarumma e Meret.
Oppure, rimanendo in tema, osservate una foto con Panatta e Bertolucci. All’epoca, due doppisti quasi imbattibili, a livello internazionale: e ditemi se quei muscoli lì, oggi, vi consentirebbero di passare il primo turno al torneo dopolavoro del Monte dei Paschi.
Raccontavano di Gerulaitis, che tirava le tre di notte al night club dell’albergo, bevendo fiumi di champagne. E l’indomani, magari, era capace di conquistare la finale di Wimbledon.

Stavolta, non è andata, però è stato abbastanza bello.
Ma niente “grazie lo stesso”.

Vinci alla prossima , Matteo Berrettini.69339636_2226713360774087_652047336284880896_n.jpg