Massischermo a Bettolle.

BETTOLLE – Domenica 8 settembre FESTA PD Bettolle
Ore 19 Parco Casa del Popolo
Intervista a Riccardo Lorenzetti autore delle spettacolo teatrale Massischermo
Ore 21.30 Palco Centrale
Spettacolo Teatrale
MASSISCHERMO – Racconto Teatrale a due voci

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MASSISCHERMO a BETTOLLE

IMG_20190903_022653_458.jpg8 SETTEMBRE – FESTA PD Bettolle MASSISCHERMO – Racconto Teatrale a due voci – Gianni Poliziani – Francesco Storelli

“In principio era la radio, poi arrivo’ la televisione. E con quella la condivisione
entusiasta e ingenua dei grandi appuntamenti sportivi, che fossero partite di calcio ,
incontri di boxe o tappe di ciclismo. Il Maxischermo e’ l’ultimo anello della catena:
e’ quello che prende di peso il cosiddetto ”evento” e lo trasporta in piazza, con la
gente che diventa folla e la gioia che diventa delirio… E tutto intorno, come
i mercanti del tempio, quelli che incanalano l’entusiasmo, ne fanno spettacolo e
lo trasformano in business.

Ma Libero Taddei e i suoi non molleranno…la loro Festa de l’Unita’ dovra’
continuare ad essere un’occasione per socializzare, per riflettere, per
confrontarsi, non solo per monetizzare, e su questa intransigenza combatteranno
fino all’ultimo la loro romantica battaglia. I campionati mondiali del 2006 fanno da
sfondo alla loro piccola epopea di provincia. Il trionfo del maxischermo si stagliera’
evidente ed indiscutibile, ed i nostri eroi andranno incontro giorno dopo giorno alla
loro inevitabile “derrota”, come quelle squadre sudamericane un po’ sfigate, povere
di vittorie ma ricche di sentimento.

“Massischermo” e’ un racconto teatrale a due voci, un po’ surreale, un po’ saga
fantozziana. Parla di calcio e di paese. Di uomini semplici e di gol passati alla
storia. Di caroselli in piazza e di bistecche che vanno a male. Di come un
beau geste, per essere veramente tale, comporti un sacrificio ed un prezzo da
pagare. E quasi sempre una “derrota”. Anzi, una “gloriosa derrota”.

MASSISCHERMO a BETTOLLE – 8 settembre.

8 SETTEMBRE – FESTA PD Bettolle MASSISCHERMO – Racconto Teatrale a due voci – Gianni Poliziani – Francesco Storelli – Fabio Culicchi

“In principio era la radio, poi arrivo’ la televisione. E con quella la condivisione
entusiasta e ingenua dei grandi appuntamenti sportivi, che fossero partite di calcio ,
incontri di boxe o tappe di ciclismo. Il Maxischermo e’ l’ultimo anello della catena:
e’ quello che prende di peso il cosiddetto ”evento” e lo trasporta in piazza, con la
gente che diventa folla e la gioia che diventa delirio… E tutto intorno, come
i mercanti del tempio, quelli che incanalano l’entusiasmo, ne fanno spettacolo e
lo trasformano in business.

Ma Libero Taddei e i suoi non molleranno…la loro Festa de l’Unita’ dovra’
continuare ad essere un’occasione per socializzare, per riflettere, per
confrontarsi, non solo per monetizzare, e su questa intransigenza combatteranno
fino all’ultimo la loro romantica battaglia. I campionati mondiali del 2006 fanno da
sfondo alla loro piccola epopea di provincia. Il trionfo del maxischermo si stagliera’
evidente ed indiscutibile, ed i nostri eroi andranno incontro giorno dopo giorno alla
loro inevitabile “derrota”, come quelle squadre sudamericane un po’ sfigate, povere
di vittorie ma ricche di sentimento.

“Massischermo” e’ un racconto teatrale a due voci, un po’ surreale, un po’ saga
fantozziana. Parla di calcio e di paese. Di uomini semplici e di gol passati alla
storia. Di caroselli in piazza e di bistecche che vanno a male. Di come un
beau geste, per essere veramente tale, comporti un sacrificio ed un prezzo da
pagare. E quasi sempre una “derrota”. Anzi, una “gloriosa derrota”.✔️

IMG_20190903_022740_287.jpg

Domenica sera Sinisa Mihajlovic mi ha commosso. Perché davanti a quella faccia scavata dal male e dalla sofferenza, e da quell’aria indifesa di chi sta affrontando una battaglia così impervia e difficile io mi inchino.

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Quella volta, Sinisa Mihajlovic non fece una gran figura.

Era uno di quei giorni che il nostro calcio ci riserva ogni tanto, quando si trova a corto di argomenti, e deve correre dietro al primo ebete che si alza dal letto.
In quel caso, i più mattinieri furono gli Irriducibili Lazio, con i famosi adesivi di Anna Frank in maglietta giallorossa.
Ora, l’antisemitismo è roba delicata, e da maneggiare con cura, ed è per questo che il 99% dei calciatori (con il loro lessico composto da venti parole e tre concetti mandati a memoria) ne sono tagliati irrimediabilmente fuori. Mihajlovic, bontà sua, fa parte di quell’1% che rimane; e siccome i giornalisti sono gran figli di buona donna, proprio a lui andarono a chiedere un parere, fiutando nell’aria l’odore (metaforico) del sangue .
E Sinisa non li deluse.
“Anna Frank? Mai sentita nominare”, disse più o meno.

Bip.
Risposta sbagliata.

Uno, perché Anna Frank, hai il dovere morale di sapere chi sia. E, più importante ancora, premettere in partenza che tutte le cosiddette “soluzioni finali” (Anna Frank, le foibe, i gulag in Siberia, i Pogrom, i lager anglo-boeri, i desaparecidos, i Giapponesi che in Manciuria facevano mangiare i Cinesi dai cani) sono l’abisso di orrore dove periodicamente cade l’umanità.
Poi, viene tutto il resto.

Sinisa, invece, cadde nella trappola (in questi casi pericolosissima) del “si, ma…”.
Replicò a petto in fuori, tirò in ballo Ivo Andric e un capolavoro poco conosciuto come “Il Ponte sulla Drina”, ma in sostanza fu il solito, maldestro tentativo di buttarla in caciara.
“Perché prima di tutto, sono uno che non fa demagogia”, disse.
In realtà, non aveva nessuna voglia di deludere tutta quella gente che lo ha preso come ideale punto di riferimento, fin dai tempi di “Onore alla Tigre Arkan”. Quella gente ostile a tutto e pericolosamente dedita ai ”Sieg Heil” e alle svastiche sulle bandiere, ma che a Sinisa stanno evidentemente simpatici.
“Perché prima di tutto, sono un uomo coerente”, ribattè.
E allora qualcuno gli ricordò il “Chi-non-salta-nerazzurro-è” sbattuto in faccia ai tifosi dell’Inter, appena tre mesi dopo aver spergiurato che, per una questione di coerenza, avrebbe preferito vivere da barbone sotto i ponti, piuttosto che allenare il Milan.
“Ma io, prima di tutto, sono un professionista”, replicò.

Domenica sera, invece, Sinisa Mihajlovic mi ha commosso.
Perché davanti a quella faccia scavata dal male e dalla sofferenza, e da quell’aria indifesa di chi sta affrontando una battaglia così impervia e difficile, beh… Davanti a quella roba lì, io me la faccio addosso. E mi inchino.
E penso a quanto poco contino i petti in fuori, le dichiarazioni roboanti e le maschere che indossiamo tutti i giorni. E quanto diventino importanti, invece, le strette di mano degli amici veri. L’affetto della famiglia che ti protegge e soprattutto l’abbraccio dei tuoi bambini.

Tutti noi abbiamo visto qualcuno con la stessa, identica faccia del Sinisa Mihajlovic di domenica sera: quella faccia che il male trasforma e rende spettrale, da non riconoscere in essa il parente, o l’amico di sempre.
“Sei un guerriero, ce la farai”, dicemmo a Fulvio, e a Jari, e ai tanti che combatterono davvero con un coraggio da leoni. E poi dovettero arrendersi; perchè il male, talvolta, è così forte da non lasciare scampo.
“Sei un eroe. Hai sconfitto il cancro”, dissero trionfalmente a quel famoso attore, reduce da una difficile operazione.
Lui guardò gli altri pazienti del reparto oncologico e sorrise amaro: “Tutti, qui dentro, sono degli eroi. Io sono stato solo più fortunato”.

Auguri, Sinisa Mihajlovic.
Ce la farai.69619827_2209300875848669_4076910247308951552_n

E poi c’era la pallina di Felice Gimondi, ovviamente.

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Era una questione di palle.
Anzi, di palline.

E in base a quelle, si misurava quanto pesavi nel gruppo, e qual’era il tuo grado di autorevolezza all’interno di esso.

Non è un discorso figurato; le palline erano in plastica e si vendevano nei sacchetti a rete, uguali a quelli che contenevano le arance. Si chiamavano “biglie da spiaggia”, ma andavano benissimo anche per gente di collina come noi: che con la sabbia avevamo poca dimestichezza, e l’unico mare che conoscevamo era il famoso fontone dei “Bagnacci”, tra Lucignanello Bandini e Cosona.

Il nostro modo di essere, la nostra estetica, la nostra filosofia di vita era già dentro quei sacchetti, e in quelle palline.
Potevi essere Eddy Merckx, per esempio… E siccome di Merckx ce n’era uno, ed era la pallina più ambita, già da lì si capiva che saresti venuto fuori un tipo di personalità: uno dal grande carisma, la cui leadership veniva riconosciuta da tutti.
E niente conta più di quello, quando si hanno dieci anni.

Ma potevi essere anche altri corridori.
Quelli dal nome esotico, come Roger De Vlaeminck. O De Muynck, che vinse un paio di Giri d’Italia. Potevi essere Adorni, o Motta, che erano bravi, ma non abbastanza da scaldarti; outsider come Franco Bitossi della Filotex, che a Prato e Pistoia aveva più tifosi della Fiorentina, o come Marino Basso, che vinse a Gap (proprio su Bitossi) lo sprint più crudele della storia del ciclismo.
Francesco Moser della Sanson, che era l’astro nascente, oppure quei nomi che salmodiava il telecronista De Zan: quelli tipo “Baaa-roon-cheee-lliiii”, che durava quanto una strofa in ottava rima, per prendere tempo e riconoscere quelli che arrivavano dopo.
E poi Godi Schmutz, preceduto inesorabilmente dall’aggettivo “l’Elvetico” (che voleva dire Svizzero). Come Tommy Prim, che era “lo Scandinavo” e Francisco Galdos, “l’Iberico”… Uniche “intrusioni” in uno sport che era da sempre un affare tra Francesi, Italiani e Belgi; che quando scappò fuori Stephen Roche, ed erano già gli anni ottanta, sembrò uno caduto per caso dal pianeta Marte. Perchè un Irlandese che andasse forte in bicicletta, non rientrava nel novero delle cose possibili.

E poi c’era la pallina di Felice Gimondi, ovviamente.
Anche se io, per una questione di anagrafe, mi ricordo più il Gimondi crepuscolare, a fine carriera, che non il campione fiammeggiante capace di vincere il Tour a poco più di vent’anni.
E me lo ricordo in un lontano e triste pomeriggio davanti alla televisione, in quegli anni dove l’evento sportivo era una specie di messa laica da seguire tutti insieme e il tifo militante era un dovere che coinvolgeva tutto quello che chiamava in causa l’Italia: la Nazionale di calcio e la Ferrari, Thoeni e Panatta, Mennea e Sara Simeoni.

E mi ricordo di quel Gimondi lì, ormai in netta difficoltà, su una salita del Lombardia, o forse della Sanremo… Lui, con la sua faccia triste da persona “seria, perbene e lavoratora” (diceva il povero Fosco), a guardare immalinconito tutti quei giovanotti che si chiamavano Algeri, Visentini o Mario Beccia, ai quali bastavano due colpi di pedale per saltarlo, e lasciarlo lì.
La telecamera indugiò su quel volto da Cristo in croce, tipico dei ciclisti in difficoltà: e De Zan, come la Veronica sul Golgota, ad asciugare l’amarezza per il campione ormai al tramonto.
“Un problema con i crampi, sicuramente…”
“Forse la bicicletta ha il cambio difettoso…”
“Probabile un alimento sbagliato, durante l’ultimo rifornimento…”.

Erano, palesemente, bugie pietose.
Piu’ semplice dire che il vecchio Felice Gimondi, beh… Non ne aveva più.
Perché arriva il momento che il tempo ti chiede il conto, ed Achille deve uccidere Ettore.
Ma è proprio quello il momento che il tuo cuore tifoso si ribella. E allora si, che fai il tifo per Ettore.
Più di quanto tu non abbia mai fatto.

Ti sia lieve la terra.FB_IMG_1566305075579

E quando ci sentivamo parte di qualcosa, e quel qualcosa ci sembrava giusto di onorarlo e rappresentarlo al meglio: pur con la maglia che stava troppo larga e stando attenti a non rovinare le scarpe della domenica.

Non fu probabilmente la partita del secolo, ma di certo quel lontano “bianchi contro viola” ci è rimasto nel cuore per tanti anni.

E c’è da giurare che tuttora, nel rivedere quelle due fotografie, a qualcuno di quei piccoli protagonisti è scorso un brivido lungo la schiena nel rivedersi bambino… E nel ripensare alla primissima volta nella quale ognuno di noi si sentì un calciatore a tutti gli effetti. Per il semplice fatto di calpestare un camposportivo “vero” (perché eravamo abituati alla “Compagnia” e alla “Piazzola”, e allora l’Armando Picchi ci pareva lo stadio di Wembley). Ma anche per il gusto che dava indossare una maglia vera e propria (con il numero dietro), unito al rito virile della condivisione dello spogliatoio e poi della folla che veniva a vederti (e se la memoria non mi inganna, c’era un bel po’ di gente).

Erano tempi avventurati, quelli. Non esistevano outlet, né multisale, né centri commerciali; e d’altronde anche le automobili, e le strade a disposizione, erano quelle che erano. Così, tutte le scuse erano buone per movimentare la domenica dei paesani; anche una partitella tra bambini di dieci anni, senza star lì a fare i difficili, o a metterla giù troppo lunga sul gap fin troppo evidente tra il più grande (Michele Perugini, portiere dei “viola”, che doveva essere un 1962 ed era già molto più grosso degli altri) e i più piccoli (Donato e il Rossi, che sono del ’68, ed erano due scriccioli).
La partita, infatti, si giocò nel 1975.
Nove contro nove. Perché tra Petroio e Castello, quella domenica pomeriggio di primavera, non ci fu verso di trovarne di più, evidentemente… Non nel numero legale, ma comunque abbastanza fieri ed impettiti nella foto di inizio gara, scattata probabilmente da Vasco Pallari o da quel signore altissimo di Sinalunga che si chiamava Mario e faceva l’impiegato postale. E siccome anche una fotografia, all’epoca, costituiva un evento abbastanza raro, ecco che quei piccoli calciatori sono ritratti nella speranza di assomigliare nello sguardo e nel piglio a Rivera, a Mazzola e a tutti quei campioni che si vedevano alla Domenica Sportiva, o nella pagina centrale dell’Intrepido o del Monello.

Il risultato finale? Quattro a uno per la squadra viola.
Maturato alla fine di una gara dove la differenza la fecero i due fuoriclasse dell’epoca: il centravanti Maurizio Tozzi (“il citto di Macinino”) e l’ala sinistra Stefano “Pippino” Terrosi (“il citto di Trutru”), autori di una doppietta a testa e di giocate di alta scuola… Per i “bianchi”, il punto della bandiera siglato da Danilo che trasformò un dubbio calcio di rigore, benevolmente assegnato a risultato ormai acquisito dal direttore di gara (che probabilmente era Nanni Machetti, ma poteva essere anche Passerotto).

A riguardare la foto, quarantacinque anni dopo, si evince come la gara fosse assai squilibrata già dalle formazioni iniziali, e la qualità fosse tutta a favore dei “viola”, che potevano esibire un potenziale offensivo notevolmente superiore. Insieme ai due marcatori, infatti, si nota la presenza di Michele Casini a completare il tridente, e nel ruolo di trequartista (o presunto tale) Franco Bindocci, che da bambino giocava benissimo, ed era bravo soprattutto a calciare le punizioni.
I “bianchi” avevano in attacco Cesare Bellacci e Andrea Marrangoni, supportati dall’estro di Marcello Ermanni (schierato con un impegnativo numero dieci) e di Damiano Graziani (che faceva il mediano).

Desta tenerezza, semmai, vedere quanto sia cambiato l’approccio allo sport, nel breve volgere di una generazione: e lo si evince a cominciare dall’equipaggiamento, soprattutto se paragonato all’attuale guardaroba che può esibire un qualsiasi bambino che frequenti la scuola calcio.
Tra “bianchi” e “viola”, invece, quasi nessuno ha regolari scarpe da calcio: ed i pantaloncini sono spesso quelli da passeggio; che, finita la partita, verranno prontamente reindossati per la vita di tutti i giorni.
Anche perché non ci sono docce che aspettano i calciatori in erba. Gli “spogliatoi” sono il garage dove Oreste rimette solitamente il camion (per i “bianchi”) e la rimessa di Amedeo Graziani (per i “viola”), ma è l’unica concessione ufficiale alla ”regolarità” della gara. E quando finisce la partita, si torna tutti a casa; a prendersi qualche scapaccione, nel caso pantaloni e scarpe si fossero rovinati nell’impeto della competizione. “Che il tu’babbo i soldi mica li zappa, sai…”, era la frase di rito.

I diciotto ardimentosi che furono protagonisti di quella primissima partita “ufficiale” hanno, adesso, un’età che va dai cinquanta a i sessant’anni.
Rappresentano probabilmente l’ultima generazione cresciuta “per strada”: una gioventù che conobbe pane e pomodoro (o pane e burro, o pane vino e zucchero) e non il Mc Donalds. Che non aveva a disposizione duecento canali televisivi, e comunque i cartoni animati, o i telefilm tipo Zorro o Tarzan, li guardava raramente, perchè preferiva scendere in strada, e rimanerci fino tardi… Almeno fino a quando, dalle finestre, partivano le litanie di mamme e nonne ad avvertire che il pranzo (o la cena) era pronta; con acuti in do settima che Maria Callas se le sognava.
Che, parlando di pallone, comprava le figurine da Duina, alla Piazzola e guardava Novantesimo Minuto in bianco e nero. E quando gli succedeva di entrare all’Armando Picchi con una maglia addosso, giocava per i “bianchi”, o per i “viola”, e gli sembrava di sognare.
O, anche meglio, quando capitavano le sfide estive con il Castello, il Montefollonico o i campeggiatori religiosi di Sant’Anna in Camprena: e lì, se specialmente ti capitava di segnare un gol, avvertivi la considerazione e i complimenti di quelli “grandi”. Più, ovviamente, il gelato assicurato: da “Carnera”, o “alle Acli”, o “al Circolo dell’Enal”.

Alcuni di quei bambini, adesso, sono addirittura nonni. Per molti di loro, la passione per il calcio (che all’epoca era totalizzante) si è affievolita fino a scomparire del tutto; ma sono sicuro che nel vedersi in quella foto, un’emozione è comunque arrivata.
Un’emozione che ricorda la “meglio gioventù” che eravamo: quando facevamo del nostro meglio per assomigliare a Lello, a Fulvio e a Tonino, che erano i nostri fratelli maggiori, e ci sembravano bravi come Pelè o Crujff.

E quando ci sentivamo parte di qualcosa, e quel qualcosa ci sembrava giusto di onorarlo e rappresentarlo al meglio: pur con la maglia che stava troppo larga e stando attenti a non rovinare le scarpe della domenica.

Il GS comincia il suo viaggio domani.
Mi sembrava giusto ricordargli da dove viene

BEPPEENZO

FOYER: la vita e’ la piu’ grande ribalta AGOSTO 2019 #CHIUSI #FESTIVAL ORIZZONTI Tele Idea Fondazione Orizzonti d’Arte Chiusi

FOYER: la vita e’ la piu’ grande ribalta
#CHIUSI #FESTIVAL ORIZZONTI #TEATRO
#Tele Idea – Emittente Televisiva @Fondazione Orizzonti d’Arte Chiusi

In ogni caso, dei piccoli artisti; Chimenti, ma anche Palanca che giocò una vita nel Catanzaro. O Montefusco, genietto di un Napoli piuttosto modesto, e Vendrame, che scriveva persino poesie; l’estroso Zigoni, del Verona, e anche il mio Alviero Chiorri…

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Il limite, e anche la forza, di uno come Vito Chimenti era proprio la provincia.

La provincia di una volta, dico. Che oggi non esiste nemmeno più, e quindi il discorso sarebbe già finito ancor prima di cominciare. Perché uno con quel talento lì (vero o presunto) in provincia, adesso, ci rimarrebbe tre, quattro mesi al massimo; il tempo di farci prendere la mira al procuratore, e soprattutto ai giornalisti, per i quali basta un gol al Benevento e ti battezzano fuoriclasse assoluto.

Ai tempi di Vito Chimenti non era così.
E infatti c’erano un sacco di calciatori che nascevano in provincia, e in provincia morivano (calcisticamente parlando. Piccoli trapezisti dal viso malinconico, ricchi di estro ma destinati a non andare oltre il circo di paese; virtuosi ballerini destinati ad illuminare i teatri di periferia, e mai il Bolscioi.
In ogni caso, dei piccoli artisti; Chimenti, ma anche Palanca che giocò una vita nel Catanzaro. O Montefusco, genietto di un Napoli piuttosto modesto, e Vendrame, che scriveva persino poesie; l’estroso Zigoni, del Verona, e anche il mio Alviero Chiorri… Che per noi era il più forte di tutti, ma se entrava a San Siro gli chiedevano i documenti.

Perchè erano tempi, quelli, dove le squadre non avevano trenta giocatori, e le cosiddette “grandi” il loro genio ce l’avevano già.
Di Mazzola in squadra, insomma, ne bastava uno. Come bastava, e avanzava, un Bulgarelli, uno Juliano o un Ciccio Cordova, che erano le “stelle” dell’epoca… Ed in quanto tali, poco disposte a dividere l’applauso con il parvenue che arrivava dalla provincia.
Il grande Meazza non poteva vedere Annibale Frossi, che segnava per conto suo anziché passargli il pallone; e così Boniperti con Nicolè, che veniva dal Padova. Platini era geloso di Beniamino Vignola, le (rare) volte che gli rubava l’apertura sulla Gazzetta, e raccontano di Rivera che, quando volevano cederlo al Torino in cambio di Claudio Sala, si comprò addirittura il Milan e ne “licenziò” il Presidente.
Anche per questo i Vito Chimenti nascevano in provincia, e lì rimanevano confinati; destinati all’amore imperituro di quelle tifoserie che grazie ad essi hanno vissuto anni memorabili, e adesso vedono la propria squadra sciagattare in serie D.

Altri tempi, quelli.
Dove i calciatori del Palermo li vedevi giusto nelle figurine Panini oppure in televisione, ma solo nel caso di una finale di Coppa Italia, quella volta ogni mille anni che ti capitava di arrivarci.
Successe nel 1979.
Era giugno, e al bar di piazza avevano già messo i tavolini fuori per i libidinosi del briscola-tresette.
Vito Chimenti segnò, al primo minuto.
Un gol alla Juve, all’epoca, era un lasciapassare per l’immortalità, ma anche una sbruffoneria: per uno di provincia, voleva dire attraversare le colonne d’Ercole… Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguire la virtute di Mammì del Catanzaro, o di Gaetanino Troja, che proprio con un gol alla Juventus avevano nobilitato l’intera carriera.

Il povero Vincenzo alzò distrattamente la testa e sospirò: “Hanno fatto la frusta per il loro culo… Ora ne beccano un sacco e una sporta.”.
Come dire che quella sfacciataggine sarebbe costata molto cara a Vito Chimenti e al suo irriverente Palermo, che la magna Juve avrebbe schiacciato senza fatica, come si fa con le zanzare.
E invece, ci volle un gol di Sergio Brio, a cinque minuti dalla fine. E infine una prodezza di Causio, ai supplementari; quando tutti aspettavamo almeno i rigori, e speravano nello scherzetto alla Vecchia Signora.
Che stava antipatica anche nel 1979, evidentemente. Ma allora era un’antipatia goliardica, e spesso divertente, mentre adesso ci siamo incattiviti troppo.

A noi ragazzi, rimase negli occhi il gol di questo Vito Chimenti, per l’appunto: un tipo da figurine panini, più che da televsione, e che poi avremmo rivisto negli anni a venire con le maglie dell’Avellino e della Pistoiese, del Catanzaro e del Taranto. Mai con una maglia importante, come forse avrebbe meritato.

Ma il destino dei Chimenti (e dei Palanca, e dei Vendrame) non era evidentemente quello dell’Ulisse dantesco: era, invece, quello di Prometeo. Che un giorno rubò il fuoco agli dei e volle regalarlo agli umili, quali erano i tifosi del Cagliari, della Spal o della Sambenedettese.
Oppure, il destino di Robin Hood.
Che ruba ai ricchi per donare ai poveri, e poi un giorno si trova sulla sua strada Franco Causio; che anche lui ha un bel paio di baffi, esattamente come te, e anche lui viene dal sud.

Però, si trova dalla parte giusta: e infatti passerà alla storia come “Il Barone”.

Mentre Vito Chimenti, invece, sarà soltanto “quello della bicicletta”.

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Che uno come Antognoni quello scudetto l’avrebbe meritato più di tutti.

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Chi ama il football e abita in Toscana, sa che prima o poi, presto o tardi, dovrà fare i conti con la Fiorentina.
Anche se non ne è tifoso.
Perché la Fiorentina ha qualcosa di magico. E’ qualcosa di più che una semplice squadra di calcio: vive una simbiosa assoluta e affascinante con la città che rappresenta. Ed il legame con la gente, è qualcosa di assolutamente profondo.

“Non sei per la Fiorentina?”
“No.”
“E allora, che Toscano sei?”

Eppure c’è stato un anno dove la piccola, orgogliosa Fiorentina è stata per l’ultima volta ad un passo dal sogno, ed ha recitato da protagonista assoluta fino alla fine. Successe nell’anno di grazia 1981-1982, uno dei campionati più mirabolanti e romanzeschi di sempre.
Primo, perché la Fiorentina e la Juventus si presero subito a braccetto e si lasciarono solo alla trentesima giornata (già quello è un fatto abbastanza raro): secondo, perché fece da prologo al Mundial di Spagna. Infine, perchè gli episodi che lo caratterizzarono ebbero un retrogusto da sceneggiato televisivo. Grandi protagonisti, colpi di scena, intrighi, fino, ovviamente, al finale mozzafiato.
L’atmosfera era incredibile. Nei bar non si parlava d’altro, e l’attesa per la domenica, pazzesca. Era un football dove non esistevano anticipi e posticipi: alla tv, programmi semplici come Domenica Sprint, o la Domenica Sportiva, che registravano ascolti da capogiro. E naturalmente il leggendario 90° minuto, alle sei del pomeriggio… Quella strepitosa compagnia di giro popolata da personaggi incredibili, alla Tonino Carino da Ascoli per intendersi. Gente con la presenza scenica di un bradipo e la dizione da attore di una filodrammatica paesana. Ma che, nell’Italia semplice di allora, funzionavano a meraviglia.

La Juve dell’81-82 era ancora quella che aveva dominato gli anni 70: un impasto di classe e grinta che Enzo Bearzot trapiantava spesso e volentieri nella sua Nazionale. Su quello, Boniperti volle innestare il talento di Liam Brady, fine regista irlandese che aveva fatto faville nell’Arsenal.
La Fiorentina, invece, era un orologino svizzero. Costruita dall’ambizioso Conte Pontello con la regia del furbissimo Tito Corsi.
Sfoggiava una maglia nuovissima e fin troppo originale: di un viola postmoderno con una presenza invadente di rosso e di bianco, ed un giglio stilizzato antistorico e antiestetico.
L’allenatore era Picchio De Sisti, e i migliori in assoluto furono due giovincelli di belle speranze: Pietro Vierchowod in difesa e Daniele Massaro, finta ala sinistra. In mezzo, il magistero araldico di Giancarlo Antognoni, il campione più amato dalla gente: fuoriclasse dal gioco sussiegoso ed elegante e dalla carriera bella e malinconica, molto in linea con le caratteristiche di quella città che lo venerava.

Il campionato di Antognoni, però, si interruppe drammaticamente il 22 novembre dell’81. Sul ginocchio (fin troppo alto) del portiere del Genoa che lo beccò pieno sulla tempia .
Ricordo ,a distanza di anni, la mestizia di quel pomeriggio drammatico, con Antognoni che usciva dal campo in barella e i telegiornali dell’epoca che aprivano le edizioni con gli accenti gravi e drammatici, riservati alle tragedie tipo il terremoto dell’Irpinia o Alfredino nel pozzo.
Quell’incidente ad Antognoni parve una cattiveria del destino.
E infatti, lo era.
Una cattiveria ingiusta e immeritata, che andava ad arricchire quella specie di leggenda nera che aleggia da sempre sulla squadra viola. Un incantesimo magico che, proprio nel momento di spiccare il volo, si diverte a mettere fuori combattimento il suo giocatore più bravo (è successo con Baggio, con Batistuta, con Pepito Rossi e da ultimo con Mario Gomez).

Come andò a finire quel campionato da feuilleton, è storia nota. L’ultima giornata, in un pomeriggio torrido di fine maggio: il rigore di Brady a Catanzaro e il gol annullato (ingiustamente) a Ciccio Graziani, in quel di Cagliari.
Doveva essere spareggio, e invece vinse la Juve, per la classica incollatura: rimase la rabbia di Firenze, e quell’adesivo (“Meglio secondi che ladri” ) stampato in migliaia di esemplari e che ogni buon tifoso viola applicò al lunotto posteriore della propria automobile…. Mentre a Torino stampavano la seconda stella che significava il raggiungimento dello scudetto numero venti.
Furono giorni tumultuosi, dove la sempiterna rivalità tra i due Club toccò il suo zenith.
Poi, arrivarono le caldi e dolci notti di Espana 82.
E lavarono tutto.

Naturalmente, rientrò anche Antognoni, nelle ultime giornate. In tempo per mettere il suggello, con la sua presenza, ad un campionato da romanzo.
Che non vide la Fiorentina con il tricolore sul petto, ma che sottolineò una volta di più la “diversità” di una tifoseria come quella di Firenze. Talmente legata ai suoi simboli e ai suoi affetti che una eventuale vittoria non nobilitata dal proprio campione più amato, sarebbe stata comunque una vittoria “mutilata”. Una vittoria bella, ma con un sapore meno pieno; che uno come Antognoni quello scudetto l’avrebbe meritato più di tutti.
Forse fu il destino (oltre a quella svista arbitrale) ad orchestrare l’epilogo del campionato 1981-82. Che nella foto per celebrare l’eventuale scudetto ci fosse Luciano Miani, e non Antognoni… Beh, quella si che sarebbe stata una cattiveria bella e buona.
E dal momento che la Fiorentina non ha una tifoseria, ma un popolo di inguaribili e romantici amanti, era giusto che andasse in quel modo.

E se non fu proprio giusto, fu comunque un bel finale.
Così, quando si chiuse il sipario, il pubblico applaudì. E quando se ne ricorda, applaude ancora adesso, che sono passati più di trent’anni.
Perché il calcio è vita.
E anche la vita, a volte, non è giusta.

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Era l’Italia che mostrava finalmente il suo volto migliore, e proprio quel 5 luglio ormai lontano ne fu l’emblema più significativo.

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Sapeva di persone perbene, quella Nazionale.
Come il forno che avevi sotto casa, quando eri piccolo, e la mattina emanava un profumo irresistibile di pane fresco.
E sull’uscio della bottega c’era il fornaio: sempre sorridente, quasi sempre grasso e rigorosamente con i baffi.

Fu, quello, il vero segreto del Mundial 1982.
Che i suoi protagonisti erano tutte persone perbene, come i fornai grassi e baffuti di una volta
Erano perbene Pertini e Bearzot. Scirea e Zoff. Cabrini, Antognoni e Ciccio Graziani. Lo Zio Bergomi e persino Spadino Selvaggi, anche se non giocò mai.
Bruno Conti: che io conobbi un pomeriggio a Montepulciano, e mi sembrò perbene come quei fornai. Accompagnava la squadra Giovanissimi della Roma nella Finale Nazionale, ed aveva un sorriso e una parola buona per tutti. Poi passavano quei ragazzini di quattordici anni, e se la tiravano parecchio più di lui.

Fu, quello, il Mundial della nostra gioventù.
Quello che ci saremmo portati dentro per tutta la vita, dovessimo campare mille anni… L’estate della vespa 50 e del lento tipo “Il tempo delle mele”. Dei bagni al fiume e di Italia Brasile 3-2: stadio Sarrià di Barcellona, dove adesso hanno costruito un supermercato.
5 luglio 1982.
Ventisette anni fa.

Perché ci sono due date indelebili nella storia del calcio italiano, e sono proprio il 4 maggio e il 5 luglio.
Ma il 4 maggio piove sempre: come se anche la primavera si fermasse, quel giorno, a ricordare il sacrificio del grande Torino.
Il 5 luglio, invece, c’è sempre il sole.
E’ una giornata calda e luminosa; afosa e appiccicosa, come lo fu tutta l’estate del 1982 d’altronde.
E’ la giornata giusta per ricordare i ragazzi che eravamo.
Ma anche per ricordare quelli che abbracciammo, in quelle serate felici, e che adesso non ci sono più.
Che allora erano grandi e forti, e adesso gli portiamo un fiore, al cimitero, per ricordare che il calcio serve anche a questo… A ricordare.
A me succede anche con il Petroio, tanto per dire: “Ah, ci fosse stato Passerotto…”, penso, quando vince una partita importante.

La Nazionale dell’82 fu l’emblema della nostra fantasmagorica, irripetibile giovinezza.
Era l’Italia che mostrava finalmente il suo volto migliore, e proprio quel 5 luglio ormai lontano ne fu l’emblema più significativo.
Molto più della finale con la Germania, dove tutto era già scritto.
La partita decisiva, in realtà, fu proprio il 3-2 con il Brasile; fu in quel pomeriggio lì, che diventammo improvvisamente eroi. Seguendo in apnea gli ultimi venti, terrificanti minuti, compresa la famosa parata sulla linea di porta, all’ultimo secondo.
Quella che regalo’ l’immortalità a Dino Zoff, e costò a tutti noi almeno due-tre anni di vita.

Ricordo tutto di quell’estate.
Ricordo chi c’era, dove era e cosa faceva.
Ricordo le parole dette, quelle sussurrate e quelle soltanto pensate,.
Ricordo le canzoni dell’estate del 1982, perché anche quelle é impossibile dimenticarle: Miguel Bosè che cantava: “bravi ragazzi siamo, amici miei… Tutti poeti, noi del 56.” perché quelli del ’56, allora, erano ragazzi.
E oggi sono nonni.

Oppure “Avrai”, di Claudio Baglioni, che risuonava continuamente nei juke-box e in quegli ingombranti radioregistratori che andavano tanto di moda.

Era facile prevedere, allora, che avremmo avuto “grilli e stelle”, e “tuoni di aerei supersonici”.
E “pantaloni bianchi da tirare fuori, che è già estate” e “Natale di agrifogli, e candeline rosse”.

Poi, non è mica andata così.

Però, fu bello crederci… E tutto ci sembrò, davvero, a portata di mano.

Era il 5 luglio del 1982

 

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